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L'Europa c'è, storico accordo

Il termine viene usato spesso e probabilmente in molti casi abusato nella cronaca degli eventi comunitari, e tuttavia dopo questi quattro giorni e quattro notti di negoziato al Consiglio europeo non è retorico. La novità sta sia nel modo in cui viene finanziato, sia nel modo in cui si spenderanno i soldi. Cominciamo da quest’ultimo aspetto: i soldi saranno spesi per programmi pubblici volti a permettere un più rapido e profondo recupero dai danni economici e sociali causati dall’epidemia di Covid-19.

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L'Europa c'è, storico accordo

Un accordo storico. Il termine viene usato spesso e probabilmente in molti casi abusato nella cronaca degli eventi comunitari, e tuttavia dopo questi quattro giorni e quattro notti di negoziato al Consiglio europeo non è retorico. Vediamo perché.

All’alba di martedì 21 luglio il Consiglio europeo, organo che riunisce i capi di Stato e di governo dell’Unione europea, ha approvato una versione modificata, ma non stravolta nell’impostazione di fondo, della proposta presentata dalla Commissione europea per il piano pluriennale di bilancio dell’Unione e per costituire un fondo speciale – in inglese Recovery Fund, o Fondo per la ripresa – finanziato per 750 miliardi di euro. La grande innovazione è proprio il Fondo per la ripresa.

La novità sta sia nel modo in cui viene finanziato, sia nel modo in cui si spenderanno i soldi. Cominciamo da quest’ultimo aspetto: i soldi saranno spesi per programmi pubblici volti a permettere un più rapido e profondo recupero dai danni economici e sociali causati dall’epidemia di Covid-19. Ne consegue che i soldi saranno distribuiti in funzione di quanto un Paese è stato colpito dall’epidemia di Covid-19. Si tratta dunque di una forma molto profonda di solidarietà a livello europeo. Per l’Italia, si tratta di una cifra impressionante: il presidente del Consiglio Giuseppe Conte ha annunciato 209 miliardi fra sussidi e prestiti. Anche chi vede l’appartenenza all’Ue in termini soltanto contabili, difficilmente potrà negare la “convenienza” dell’Italia a essere parte della comunità europea.

Certamente i programmi finanziati con il Recovery Fund dovranno essere fatti funzionare bene: pianificati ed effettivamente attuati. Anche di questo si è discusso, comprensibilmente, durante il Consiglio europeo, e in tutta onestà un monitoraggio forte da parte degli organi comunitari su come le autorità pubbliche italiane spenderanno i soldi dovrebbe essere più che benvenuto. La funzione di controllo sarà principalmente dalla Commissione Ue, e anche questo è un passo avanti. Il Fondo per la ripresa è invece uno strumento veramente comunitario e totalmente integrato nel sistema delle istituzioni dell’Ue. Anche il modo in cui verrà finanziato il Fondo per la ripresa rappresenta una novità storica. Viene infatti finanziato con emissione di debito a carico dell’Ue in quanto tale: per la prima volta l’Unione si fa carico collettivamente di prendere soldi a prestito dai mercati finanziari, per quantità ingenti, per impiegarli per finalità di solidarietà europea. Molto rilevante è anche il modo con cui il debito verrà rimborsato: con nuove tasse (ancora da definire) che colpiscono attività economiche esterne all’Ue, come l’inquinamento da carbone di chi ha prodotto beni importati in Europa o la tassazione dell’attività economica dei grandi operatori del digitale (in generale questi sono statunitensi o cinesi). In questo senso l’Ue si sta anche dotando di una più forte politica estera: dovrà infatti scegliere chi e cosa tassare, scontentando l’una o l’altra potenza; ma questa è l’essenza della politica estera.

Gli Stati che si sono opposti alla proposta iniziale hanno ottenuto varie concessioni specifiche (e ben poco “storiche”). Tuttavia, è da notare che nessun Paese ha optato per restare fuori (ricordate il Regno Unito? Prima della Brexit il governo britannico aveva spesso preteso e ottenuto che il Regno Unito fosse del tutto esentato dal partecipare a nuove forme di integrazione europea: in questo caso invece nessuno si è chiamato fuori). E’ inoltre un notevole risultato anche il fatto che tutti i ventisette Paesi dell’Ue, compresi gli otto non nell’area dell’euro, partecipino collettivamente al Fondo per la ripresa.

Questa considerazione ci permette di trarre un insegnamento: la regola dell’unanimità va certamente superata, ma fa parte dello spirito dell’Ue, ben interpretato in questa occasione da Angela Merkel, quello di ricercare, sempre e ostinatamente, il consenso di tutti e di tenere “tutti a bordo”, perché in fondo l’Ue è la casa comune di tutti. *professore Management pubblico - Open University, Regno Unito

Fonte: Sir
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