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La Colombia cerca la pace: il 2014 sarà l'anno buono?

Quello che si apre sarà un anno fondamentale per il paese sudamericano, dopo decenni di guerriglia e violenza. La speranza è di arrivare ad uno storico accordo, dentro l’intreccio delle imminenti elezioni legislative e presidenziali e delle trattative di pace tra il Governo e i guerriglieri delle Farc. Intervista a padre Angelo Casadei, missionario della Consolata

Padre Angelo Casadei con un grupo di indios

“Colombia quiere la paz”, la Colombia vuole la pace. E quello che si apre sarà un anno fondamentale per centrare, dopo decenni di vani tentativi, un obiettivo storico, dentro l’intreccio delle imminenti elezioni legislative e presidenziali, delle polemiche sulla destituzione del sindaco di Bogotà e, soprattutto, delle trattative di pace tra il Governo e i guerriglieri delle Farc.
La Colombia non è semplicemente un paese violento. E’ intriso di violenza e paura. La respiri nell’aria, la violenza, sia che ti trovi nelle foreste dove la guerriglia domina incontrastata, sia che passeggi per il centro di Bogotà, dove tra grattacieli e centri commerciali c’è sempre il mitra spianato di qualche guardia a ricordarti la situazione di un Paese che pure cerca di affrancarsi da questa triste fama.
Ancora di più, paure e violenza sono impresse nelle biografie di tante persone, i cosiddetti “desplazados”, come ci racconta padre Angelo Casadei (nella foto con un gruppo di indios), missionario della Consolata: “Il sequestro, il pizzo, le varie vendette hanno portato questo Paese ad essere per alcuni anni tra i paesi più violenti al mondo. Questa guerra civile non dichiarata ha portato il fenomeno del ‘desplazamiento’: quantità infinite di popolazioni che si spostano da una parte all’altra del Paese, perché minacciate e in cerca di lavoro o di una vita più tranquilla e dignitosa”. Padre Angelo ha vissuto in passato nella casa della Consolata a Nervesa del Montello. Da anni, in Colombia, fa la spola tra la regione periferica del Caquetà, in piena foresta amazzonica, e la capitale. Proprio da Bogotà racconta l’attuale situazione del Paese e le speranze di pace suscitate dal dialogo tra il governo presieduto dal presidente Juan Manuel Santos e la guerriglia delle Farc: “Il Paese sta vivendo un momento economico favorevole, anche se c’è molta corruzione. L’attuale governo sta cercando un dialogo con il gruppo guerrigliero più significativo, la Farc-Ep e sono riuniti a Cuba in luogo neutrale ma favorevole alla guerriglia”.
Il dialogo doveva essere rapido, ma tutto prosegue lentamente. Le speranze sono molte, però. Anche se, dice padre Angelo, gli esperti “affermano che se ciò dovesse essere raggiunto per i primi tempi ci sarà un aumento della violenza interna perché da ambo le parti la base non accetterà questa situazione: né i gruppi guerriglieri, né i gruppi paramilitari e parte dell’esercito, forze, quest’ultime, cresciute negli anni della presidenza Uribe”.
Finora le trattative in corso all’Avana hanno portato ad un accordo su due dei cinque punti in agenda: l’equa distribuzione delle terre e il possibile futuro politico delle Farc, se queste accetteranno di deporre le armi. Particolarmente delicato il terzo punto, sul quale sono in corso i negoziati: la lotta alla droga ed in particolare alla produzione di cocaina, attraverso la quale la guerriglia si è finanziata in questi decenni.
Insomma, dopo anni di tentativi andati a vuoto, stavolta la trattativa sembra avviata, ma procede lentamente, per diversi motivi. Divampa infatti lo scontro politico tra Santos e il suo predecessore Alvaro Uribe Vélez, fermamente contrario alla trattativa con la guerriglia. E in primavera ci saranno le elezioni legislative, seguite da quelle presidenziali. Santos intende ripresentarsi sbandierando gli accordi di pace, Uribe (che pure aveva sostenuto Santos nel 2010) presenterà un suo candidato. Intanto un giudice vicino ad Uribe, il procuratore generale colombiano Alejandro Ordóñez ha deciso nei giorni scorsi di destituire il sindaco di Bogotà, Gustavo Petro (un ex guerrigliero, ma eletto a capo di una lista di sinistra moderata), dichiarandolo non idoneo alle cariche pubbliche per quindici anni. Il tutto per una vicenda legata all’appalto della gestione dei rifiuti della metropoli, che Petro aveva sottratto alla gestione di alcuni imprenditori privati per assegnarli ad un’impresa pubblica locale. Petro ha fatto ricorso e scatenato la piazza. E a molti la manovra è sembrata un modo, oltre che per togliere di mezzo un potenziale candidato alla presidenza, anche per frenare le trattative di pace.
Fondamentale, in tale momento di incertezza, il ruolo della Chiesa cattolica, che ha presentato il rapporto “Proposte minimali per la riconciliazione e la pace in Colombia”, realizzato dalla Conferenza episcopale colombiana.
Nel frattempo, la violenza non si ferma, dato che le trattative non hanno previsto alcun cessate il fuoco. In dicembre un attentato delle Farc nella regione del Cauca, a sud del paese, ha provocato 9 morti e 48 feriti. Nel 2013 in Colombia sono stati uccisi 7 sacerdoti, sui 19 assassinati in tutto il mondo. Ma, grazie anche all’azione della Chiesa, sono sempre di più i cittadini che prendono parte a manifestazioni per la pace. E che cercano di voltare pagina rispetto ad un destino di violenza. Come ha fatto il giovane indio Raul, accolto da padre Angelo nelle scorse settimane, in fuga dalla regione del Cauca: guerrigliero da nove anni per vendicare la sorella, ha rifiutato di prendere parte ad un attacco contro il paese natale; condannato a morte, è riuscito a fuggire. Anche lui, come molti, spera in un 2014 che metta fine alla violenza.

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