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Le "altre" emergenze

La tragedia dell'Ucraina è sotto gli occhi di tutti. Ciò non accade per altre situazioni di crisi altrettanto gravi, di cui si parla pochissimo, dal Myanmar al Tigray

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Le "altre" emergenze

La tragedia in Ucraina è sotto gli occhi di tutti. Un orrore che sta sconvolgendo l’Occidente con immagini strazianti. Kharkiv, Mariupol, Bucha, Donetsk sono diventati luoghi tristemente noti. E milioni di profughi diretti verso l’Europa, con decine di migliaia di morti tra i civili. Ma nel mondo, fuori dai radar mediatici, ci sono altri drammi, crisi altrettanto gravi in cui il rispetto dei diritti umani è una chimera, come ha ricordato il Papa a Pasqua.

Tra oppositori bruciati vivi, operazioni che sono una vera pulizia etnica e obitori pieni di vittime del Covid-19, il quadro è quasi apocalittico. Basta volgere lo sguardo in Asia, nel Myanmar, l’ex Birmania, in cui le violenze della giunta militare non accennano a diminuire. E come non ricordare le violenze in Afghanistan, con il ritorno al potere dei talebani. Mentre nel Tigray, la guerra civile ha assunto la forma di una pulizia etnica dove non è possibile documentare alcunché, in Sud Sudan 9 milioni di persone necessitano di aiuti umanitari.

Ancora, in Yemen, assistiamo alla più grande crisi umanitaria del XXI secolo. Per non parlare del rischio carestia cui andranno incontro molti Paesi africani, a causa del blocco delle esportazioni di cereali da Russia e Ucraina. Infine un’altra emergenza “dimenticata”: quella da Covid, che sta continuando a compiere una strage silenziosa.

Disastro umanitario in Myanmar

Le notizie dal Myanmar confermano un disastro umanitario senza fine. Dopo il colpo di Stato del primo febbraio del 2021, le proteste non sono mai cessate. Lo scorso anno l’esercito ha rovesciato il governo eletto, con l’arresto dei leader politici, tra cui Aung San Suu Kyi. Da quel giorno, l’opera di repressione non ha mai avuto fine. Per qualche settimana la questione è rimbalzata sui media internazionali, per poi sparire gradualmente. Un recente rapporto delle Nazioni Unite ha svelato cosa è accaduto e cosa ancora sta succedendo. Ci sono stati “attacchi diffusi e sistematici contro i civili secondo schemi di condotta che possono equivalere a crimini contro l’umanità”, riferisce il documento dell’Alto commissariato per i Diritti umani. “A luglio, i soldati hanno ucciso 40 persone nella regione di Sagaing in una serie di incursioni e gli abitanti del villaggio hanno trovato alcuni dei resti delle vittime con mani e piedi ancora legati dietro la schiena”, prosegue il rapporto. E ancora: a dicembre, nello Stato di Kayah, i militari hanno dato fuoco al corpo di almeno 40 persone, tra cui donne e bambini. Stando alle testimonianze della popolazione locale, alcuni sono stati bruciati vivi mentre tentavano la fuga. Intanto gli oppositori sono stati arrestati, senza il rispetto di alcun diritto: vengono sottoposti a torture, maltrattamenti, tra cui la mancanza di cibo e di acqua. Sono decine le denunce di violenza sessuale sulle donne. 

La catastrofe nel deserto del Tigray

E in un’altra zona del Pianeta, desertica nel vero senso della parola, si sta consumando una catastrofe umanitaria. E’ il caso del Tigray (o Tigrè), regione settentrionale dell’Etiopia che confina con l’Eritrea, dove gli scontri sono iniziati dal novembre del 2020. Le tensioni sono nate sulla disputa dell’autonomia territoriale, sfociando in un conflitto tra forze governative e gruppi separatisti. Le notizie su questo conflitto arrivano con il contagocce, anche se a volte gli scontri sono segnati da saccheggi di villaggi che degenerano in pulizia etnica. Di certo la popolazione della regione è allo stremo, priva di beni di prima necessità tra cui i medicinali per le persone gravemente malate. Da oltre un anno, in pratica, circa 7 milioni di tigrini sono bloccati dall’esercito etiope e compressi al confine eritreo. “Non c’è nessun posto al mondo in cui la salute di milioni di persone sia più minacciata”, ha affermato recentemente il direttore generale dell’Oms, Tedros Adhanom Ghebreyesus.

Somalia e Sud Sudan

Dirigendoci verso sud, abbiamo nella martoriata Somalia oltre mezzo milione di persone che dall’inizio dell’anno sono state costrette ad abbandonare le loro case, a causa dell’aggravarsi della siccità. La mancanza d’acqua permane ormai da tre stagioni e quasi due terzi degli sfollati sono fuggiti nei distretti urbani, tra cui Mogadiscio, aggiungendo pressione su servizi già limitati e campi di profughi sovraffollati.

Secondo le Nazioni Unite, l’insicurezza alimentare acuta in Somalia è drasticamente peggiorata dall’inizio del 2022, con circa 4,8 milioni di persone (il 31% della popolazione totale) che stanno già vivendo una fase di crisi. La siccità ha contribuito alla perdita di reddito, al conflitto, allo sfollamento, all’abbandono delle proprie terre, provocando l’attuale crisi alimentare.

Non bastasse, la Somalia importa quasi il 100% del suo grano dall’Ucraina e dalla Russia.

Spostandoci nel Sud Sudan, la condizione della popolazione non è certo migliore. Il Paese, che ha ottenuto l’indipendenza dal Sudan nel 2011, ha vissuto due guerre civili in pochi anni a causa di scontri etnici. L’ultima è ufficialmente terminata nel 2020 con una accordo di pace, ma la situazione è tuttora drammatica: secondo le stime, circa 9 milioni di persone (su 12,4 milioni di abitanti del Paese) hanno bisogno di sostegno umanitario. Il conflitto ha ulteriormente impoverito il Paese. E la ripresa non si vede affatto.

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