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Le bombe non risolvono, proprio questo è il momento del dialogo

Ora più che mai è importante far proseguire il dialogo con l’Islam. Lo afferma Chiara Pellegrino, esperta di Islam e ricercatrice di Oasis, la Fondazione sorta a Venezia proprio per conforntarsi con il mondo musulmano.

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Le bombe non risolvono, proprio questo è il momento del dialogo

Ora più che mai è importante far proseguire il dialogo con l’Islam». Lo afferma Chiara Pellegrino, esperta di Islam e ricercatrice di Oasis, la Fondazione sorta a Venezia, per volere dell'allora Patriarca Angelo Scola, proprio per favorire il dialogo con l’Islam e per mettere in rete le comunità cristiane che vivono in minoranza nei paesi musulmani.
Dopo i fatti di Parigi, su quali basi è possibile far proseguire il dialogo con l'Islam? E con quale Islam?
Ora più che mai è importante far proseguire il dialogo con l’Islam. A livello locale con le comunità musulmane che vivono sul nostro territorio e che, come tutti noi, sono scioccate per il massacro di Parigi, a livello istituzionale con i governi dei Paesi arabi, che, anche se non esenti da colpe, nei giorni scorsi hanno condannato all’unanimità gli attentati terroristici. Separare e distinguere nettamente “noi” e “loro” è ciò che l’Isis desidera. E questo va assolutamente evitato, anche perché contrasta con realtà di convivenza già in atto.
Come contrastare l'avanzata dello Stato islamico? E' davvero l'unica strada percorribile quella dei bombardamenti?
Per quanto riguarda la strategia da adottare per contrastare l’avanzata dello Stato Islamico credo sia necessario distinguere tra obiettivi a breve e lungo termine. La risposta militare è essenziale se l’obiettivo è colpire e distruggere le strutture nevralgiche dello Stato Islamico, tra cui i campi di addestramento, i depositi di munizioni, e le strutture di reclutamento dei jihadisti. Ma non è risolutiva se si vuole risolvere il problema alla radice e se si pensa agli obbiettivi di lungo termine. La storia mediorientale degli ultimi quindici anni ha dimostrato infatti come non sempre i bombardamenti aiutino. Si pensi, per esempio, all’Afghanistan, all’Iraq o alla Libia. Nel 2003 se l’obiettivo dell’intervento americano in Iraq era colpire il regime di Saddam Hussein è sicuramente riuscito, ma nel tempo questa scelta non si è rivelata vincente e ha posto le condizioni – il collasso delle istituzioni, i vertici del potere deboli e la frustrazione sunnita contro il governo sciita – per l’ascesa dello Stato Islamico.
In che modo si dovrebbe agire?
Di certo l’impegno militare non dovrebbe essere appannaggio esclusivo della Francia; per combattere un fenomeno sempre più globale serve una coalizione globale, un’alleanza di civiltà tra Occidente e mondo arabo-musulmano. I governi e gli eserciti dei Paesi arabi sono chiamati a scendere in prima linea, perché loro, forse più che l’Occidente, hanno molto da perdere se lo Stato Islamico continuerà a seminare il terrore nel Levante e in Europa. Alcuni sembrano averlo capito. Pochi giorni fa il re di Giordania Abdullah II ha dichiarato che Isis e il terrorismo costituiscono la minaccia più grande della regione e che i musulmani devono guidare la battaglia contro di esso. Combattere l’estremismo – ha aggiunto – “è una responsabilità regionale e internazionale, ma è soprattutto la nostra battaglia, di noi musulmani, contro coloro che cercano di dirottare le nostre società e generazioni con l’ideologia takfirista intollerante”. Rimane da capire che cosa resterà del Medio Oriente quando lo Stato Islamico finirà – perché prima o poi avrà una fine, come tutti i fenomeni umani. Ed ecco allora che si ritorna agli obiettivi a lungo termine. C’è da chiedersi se le società riusciranno a ricostruirsi o se invece il tessuto sociale sia definitivamente compromesso, se riuscirà a emergere una classe dirigente capace di ricostruire dei governi, e come arginare il pericolo di radicalizzazione dei giovani.
L'Islam a casa nostra: in paesi come la Francia l'integrazione è molto difficoltosa, di fatto non si è verificata, perché? E in Italia? Come si può favorire un corretto processo di integrazione?
Sono molti i Paesi europei in cui l’integrazione è difficoltosa. Tra questi, la Francia, il Belgio e l’Inghilterra sono casi particolarmente problematici. Il Belgio vanta il record europeo di cittadini arruolati nell’Isis rispetto alla popolazione complessiva. Questi Paesi hanno una popolazione musulmana molto numerosa che spesso vive ai margini della società o è ghettizzata nei quartieri poveri e nelle periferie delle città.
Cosa fare?
Per favorire il processo di integrazione sarebbe importante evitare di creare dei ghetti nelle città, difficilmente controllabili dalle forze dell’ordine, e pensare a programmi di integrazione dei nuovi arrivati. Inoltre anche la questione dei luoghi di culto andrebbe affrontata. Impedire la costruzione di luoghi di culto per i fedeli musulmani favorisce il proliferare di moschee illegali difficili da monitorare.
Perché le voci moderate dell'Islam, presenti nei Paesi musulmani, non si sentono (perlomeno sui media) e non prendono la leadership politica e culturale nel mondo islamico?
Le voci moderate nell’Islam ci sono, ma fanno meno rumore delle bombe e dei kalashnikov. In Occidente si tende a conoscere piuttosto i moderati che vivono in Europa e che esprimono il loro pensiero in lingue che ci sono famigliari. Di voci moderate però ce ne sono moltissime anche in Medio Oriente, ma parlano in arabo e perciò in Occidente sono assai meno note. Dar voce al pensiero moderato dell’Islam è peraltro ciò che si prefigge la Fondazione Oasis.Nel mondo arabo finora non sono riuscite ad assumere la leadership politica e culturale perché negli ultimi quarant’anni è dilagato l’islamismo, spesso con la complicità degli governi, e ora è molto difficile invertire questa tendenza.

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