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Le sfide dopo la Cop26: Amazzonia sotto attacco

Il vertice Onu di Glasgow si è impegnato a stroncare la deforestazione entro il 2030. Una promessa che fa a pugni con la realtà, a partire dalla situazione drammatica nel polmone verde del mondo...

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Amazzonia in fiamme

La deforestazione dell’Amazonia, in Brasile, prosegue senza sosta. E l’Italia è tra i responsabili, stando a quanto denuncia una recente inchiesta di Greenpeace. Il nostro Paese, infatti, è tra i principali importatori della soia, la cui produzione, insieme a quella della carne, è considerata tra le cause della distruzione delle foreste brasiliane.

L’inchiesta di Greenpeace si è concentrata sullo Stato della Rondônia: i sorvoli condotti ad agosto e a settembre 2021 dagli attivisti brasiliani dell’ong in collaborazione con il popolo indigeno karipuna e il Consiglio indigeno missionario (Cimi) hanno fotografato nuove aree disboscate per fare spazio alla produzione di questo legume, fondamentale per la filiera agroalimentare di diversi Paesi.

Greenpeace afferma che “con oltre 48mila tonnellate di soia proveniente dalla Rondônia, nel 2020 l’Italia è stata il terzo principale importatore dell’Ue, dopo Paesi Bassi e Spagna, e tra i primi cinque principali importatori di soia dallo Stato brasiliano a livello internazionale”. Tra gennaio e settembre di quest’anno, prosegue l’associazione ambientalista, “l’Italia ha importato dalla Rondônia quasi 23mila tonnellate di soia, posizionandosi come quinto importatore dell’Ue e tra i primi 10 importatori a livello internazionale”.

Abbiamo posto alcune domande a Martina Borghi, responsabile della campagna Foreste di Greenpeace Italia.

Quali sono gli effetti dell’accaparramento di parte della foresta amazzonica da parte di gruppi criminali prima e di multinazionali o fondi sovrani poi?
Nonostante le diversità culturali che caratterizzano i numerosissimi popoli indigeni del Brasile, i problemi che devono affrontare sono gli stessi: spesso le loro terre ancestrali non vengono riconosciute e demarcate. Ma anche nei pochi casi in cui lo sono, gli interessi economici vengono anteposti al rispetto dei loro diritti. Interessi economici legati all’agricoltura industriale, alla costruzione di mega-progetti (grandi strade, centrali idroelettriche…), all’estrazione di legname, metalli e minerali preziosi, tutte attività che hanno un impatto devastante sulla foresta. Anche per questo diciamo che deforestazione e violazione dei diritti umani vanno spesso di pari passo e che i veri guardiani della foresta sono i popoli indigeni.

Quanto è importante la presenza di questi popoli per la protezione delle foreste?
Il ruolo dei popoli indigeni nel prevenire la deforestazione e contrastare il cambiamento climatico è fondamentale. Secondo il rapporto “Governance forestale da parte di popolazioni e tribù indigene e tribali”, redatto quest’anno dall’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura (Fao) e dal Fondo per lo sviluppo dei popoli indigeni dell’America Latina e dei Caraibi (Filac), il tasso di deforestazione è più basso del 50% dove vivono popolazioni indigene e dove sono coinvolte nella gestione degli ecosistemi, soprattutto in Amazzonia e America Centrale, in molti casi con livelli di efficacia addirittura superiori a quelli delle aree protette.
Prendiamo il caso del popolo karipuna, che dal 2017 collabora con Greenpeace Brasile e il Cimi, per monitorare la deforestazione in un’area di circa 150 mila ettari che il governo brasiliano ha riconosciuto di proprietà esclusiva dei karipuna nel 1998. Tra il 2019 e il 2020 la deforestazione all’interno delle loro terre è stata di 589 ettari: il 49,1% in meno rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Ma i sorvoli condotti ad agosto e settembre 2021 da Greenpeace Brasile su richiesta dei karipuna hanno rilevato 850 ettari di terreno deforestato: un aumento del 44%.

Come spiega questo crescente aumento di deforestazione?
L’aumento delle invasioni nelle aree protette da parte di gruppi criminali è il risultato di una nuova legge, approvata nell’aprile di quest’anno dal parlamento della Rondônia, che riduce di oltre 225 mila ettari due aree protette direttamente collegate alla terra indigena. Ma la radice del problema è di portata internazionale: negli ultimi 10 anni, la produzione di soia nello stato del Rondônia è triplicata e in buona parte è destinata all’esportazione. Tanto che l’area è minacciata anche dal mega-progetto “Corridoio Nord”, che prevede la costruzione di strade, ferrovie e porti per aumentare la capacità logistica dei trasporti di soia verso il mercato globale.

Cosa dovrebbe essere fatto?
E’ urgente che il Brasile riconosca i diritti e la proprietà delle terre ai popoli indigeni, e che l’Unione europea vari una normativa rigorosa che impedisca l’ingresso sul mercato comunitario di prodotti e materie prime legati alla violazioni dei diritti di popoli indigeni e alla distruzione di foreste ed ecosistemi essenziali.

Maggiori approfondimenti all'interno dell'inserto di Vita del Popolo "Terre e missioni" del 21 novembre

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