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Manaus, il drammatico bis del Covid

Al cimitero di Tarumã si sfiorano le 200 sepolture al giorno, molte più di aprile, quando le immagini delle fosse comuni nella terra ocra avevano fatto il giro del mondo. Ospedali saturi e senza ossigeno. Di nuovo senza fedeli le celebrazioni. Don Roberto Bovolenta da Manaus: "Ci siamo riconosciuti nella decisione dell'arcivescovo"

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Manaus, il drammatico bis del Covid

Le fosse comuni scavate sulla coloratissima terra ocra del cimitero di Tarumã, le croci affastellate l’una sopra l’altra, il pianto della gente. Avevano fatto il giro del mondo, qualche mese fa, le immagini di Manaus capitale dell’Amazzonia brasiliana. Erano state il drammatico simbolo della prima ondata del Covid-19 in Brasile, il secondo Paese al mondo per decessi, e nell’intera America Latina.

A inizio 2021 Manaus, dove vivono due missionari fidei donum della nostra diocesi, rivive lo stesso incubo. Con buona pace di chi, tra gli scienziati, aveva teorizzato che nella grande città era stata raggiunta l’immunità di gregge (su questo nei mesi scorsi era uscita una pubblicazione che in Brasile aveva fatto parlare molto).

La differenza, rispetto ad aprile, è che i servizi cimiteriali si sono organizzati, hanno predisposto nuove tombe e loculi, addirittura fino al numero di seimila. Per il resto, lo scenario è drammatico: gli ospedali sono saturi, manca l'ossigeno e alcuni pazienti sonoo stati trasferiti in altre strutture della regione amazzonica, e all’esterno sono ricomparsi i camion frigo dove ospitare le salme in attesa della sepoltura. I decessi giornalieri sono quasi 200, circa 150 di queste morti è legata al Covid-19. Cifre superiori a quelle della prima ondata. Il governatore Wilson Lima (rimasto anch’egli contagiato nei mesi scorsi) ha lanciato l’allarme per quanto potrebbe succedere nelle prossime settimane, rivelando che mediamente muore quasi il 60% di chi è ricoverato in terapia intensiva, e anche in considerazione del fatto che in occasione della prima ondata Manaus era stata la porta d’accesso per il virus nella foresta amazzonica. A livello politico si sono registrate varie incertezze nei provvedimenti di chiusura delle attività economiche ritenute non essenziali, prima ritirati di fronte alle proteste della popolazione e poi reintrodotti, di fronte alla sentenza di un magistrato. E da giovedì 15 gennaio è stato istituito il coprifuoco serale.

 

In attesa del vaccino

I provvedimenti sulle chiusure si affiancano al dibattito, molto sentito in tutto il Brasile, sull’inizio della campagna di vaccinazione, che potrebbe avvenire nei vari Stati tra il 20 gennaio e il 10 febbraio. In realtà, la confusione è ancora tanta. Tutto è partito da San Paolo (epicentro dei contagi durante la prima ondata, meno in queste settimane), dove il governatore dello Stato, João Doria, ha chiuso ancora nei mesi scorsi un accordo con i cinesi per produrre il vaccino Sinovac attraverso l’istituto pubblico paulista Butantan e ha annunciato l’inizio delle vaccinazioni per il 25 gennaio. Bolsonaro era in trattativa con la Pfizer, ma vistosi scavalcato da quello che potrebbe essere per lui il rivale più insidioso alle prossime presidenziali, è andato “a rimorchio”, stabilendo che la campagna potrà partire il 20 gennaio. A quanto pare, sarà Sinovac-Butantan a fornire le dosi necessarie per tutto il Paese, almeno inizialmente, anche se esistono trattative con altri produttori internazionali, soprattutto Russia e India (per il vaccino AstraZeneca). Nel frattempo, è esploso il problema delle siringhe, diventate introvabili. Da questo punto di vista, Manaus ha almeno la fortuna di avere una delle quattro più grandi aziende produttrici di siringhe di tutto il Brasile.

 

Chiese chiuse

In attesa di buone notizie sul fronte vaccini, resta l’emergenza. L’arcivescovo di Manaus, dom Leonardo Steiner, ha sospeso la celebrazione delle messe in presenza di fedeli, dall’Epifania fino almeno al prossimo 22 gennaio. Dom Steiner ha spiegato, in un messaggio inviato ai fedeli, che la rinnovata avanzata della pandemia “esige cautela e provvedimenti di prevenzione urgenti e fondamentali”, anche in considerazione del fatto che “sono già molti gli operatori pastorali e i sacerdoti contaminati dal virus e questo provoca l’allerta nei nostri spazi ecclesiali”. Una scelta, quella dell’arcidiocesi, nella direzione di tutelare la vita, “soprattutto dei più vulnerabili”.

La posizione della Chiesa cattolica ha fatto seguito, a distanza di poche ore, a quella, analoga (non era avvenuto così in primavera) delle più importanti Chiese evangeliche e pentecostali. Nel frattempo, il Comune ha decretato lo stato d’emergenza per i prossimi 180 giorni.

 

Il racconto di don Roberto

“Da pochi giorni siamo tornati, ancora una volta a non poter celebrare con la presenza dei fedeli fino al 22 gennaio, con la possibilità di prolungare ulteriormente”, conferma da Manaus don Roberto Bovolenta, missionario fidei donum assieme a don Claudio Trabacchin.

“Dopo la prima ondata - racconta ancora don Roberto -, l’Assemblea legislativa dello Stato di Amazonas aveva definito le chiese, gli altri luoghi di culto e le logge massoniche come servizi essenziali, e quindi si prevedeva che non venissero più chiusi”.

Invece, a partire dalla nuova ondata, l’arcivescovo ha ricordato in varie riprese la necessità di rispettare le misure preventive. Poi, di fronte all’impennata di casi, è iniziata la consultazione con il Consiglio presbiterale, fino alle disposizioni emesse il 5 gennaio: non si celebra alla presenza di fedeli, non si tengono incontri, si mantiene il servizio di segreteria delle aree missionarie e le parrocchie restano aperte per dare informazioni.

“Noi preti - prosegue don Bovolenta -, da sempre attenti, forse anche troppo, alle misure di siurezza igenico- sanitarie, non eravamo cosí favorevoli alla sospensione delle messe e celebrazioni della Parola, continuando invece a impedire incontri e altri eventi che potessero mettere a rischio la vita delle persone.

Messi poi al corrente di persone che potevano aver contratto il virus e, senza preoccuparsi, hanno partecipato alle celebrazioni di Natale, ci siamo riconosciuti nella scelta dell’arcidiocesi e l’abbiamo sostenuta in pieno”.

Intanto, nel tempo di Natale non sono mancate azioni mirate di carità: “Le comunità hanno fatto raccolte di generi di prima necessità e preparato pacchi per i più bisognosi. Abbiamo ricevuto pacchi viveri nella segreteria dell’area missionaria e sono stati messi a disposizione di famiglie indicate dalle comunità. Le suore Scalabriniane presenti tra noi hanno distribuito pacchi e con il programma del governo «Mesa Brasil» («Tavola Brasile») sono stati distribuiti altri prodotti alimentari. La carità e la provvidenza non mancano di lanciare segnali. Ma speriamo arrivi il vaccino per tutti”

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