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Medio Oriente: continua l'ascesa della Turchia

La conferma dalla visita del nostro Governo ad Ankara di qualche giorno fa. Gli scenari dell'ultimo decennio, le nuove prospettive e la questione siriana

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Medio Oriente: continua l'ascesa della Turchia

La guerra scatenata da Vladimir Putin in Ucraina ha mostrato chiaramente la debolezza militare dell’Unione europea e l’impossibilità di prescindere dagli americani per garantire la sicurezza del Vecchio Continente. Debolezza di cui si era avuta prova con la battuta in ritirata dall’Afghanistan della scorsa estate e con gli ampi spazi lasciati ad Ankara e a Mosca nello scacchiere libico.
Di pari passo, Washington è sempre più convinta che le sorti del XXI secolo si decideranno in Asia, e non in Europa, e che il vero scontro decisivo sarà con la Cina nell’area dell’Indo-Pacifico.
Per questo gli Stati Uniti insistono perché l’Ue si difenda da sola, ma sono ancora riluttanti a riconoscere autonomia strategica all’Europa e la limitano attraverso le strategie della Nato. Una posizione che Washington sostiene da anni, già dall’Amministrazione Trump.

L’ascesa della Turchia. A poco più di un anno dopo il cosiddetto “sofagate” e le dure parole di Draghi sul presidente turco (“Erdogan è un dittatore di cui si ha bisogno”), nell’estate 2022, calda per la crisi del grano e del gas, la Turchia viene definita come principale partner commerciale dell’Italia nella regione che comprende Medio Oriente e Nord Africa. E, in effetti, la visita ad Ankara è stata fatta da mezzo Governo, a ribadire la valenza economico-commerciale degli interscambi con la moderna Bisanzio, la “porta” del Medio Oriente. In effetti, a parte la guerra di invasione della Russia in Ucraina, in questo momento il resto del “great game” eurasiatico ruota attorno alla Repubblica turca: dalla stabilizzazione della Libia alla soluzione diplomatica per il commercio del grano ucraino, dalla gestione dei migranti alle contese nel mar Egeo. E crescono le indiscrezioni su una possibile annuncio di annessione di Cipro del Nord ad Ankara.

Lo scenario dell’ultimo decennio. L’uscita degli Stati Uniti - non di oggi: è un processo in atto da più di dieci anni - e l’indebolimento della Russia - accelerato drammaticamente dalle vicende ucraine - hanno lasciato in apparenza maggiore libertà d’azione alla Turchia, ma anche alle altre potenze regionali (Israele, Iran, Egitto, Arabia Saudita).
La guerra in Ucraina ha, certamente, aumentato l’importanza strategica della Turchia e della sua posizione nella regione. Negli ultimi dieci anni, almeno fino allo scoppio della guerra in Ucraina, gli Stati Uniti hanno evitato di tenere sotto pressione Ankara, per non trovarsela dalla parte della Russia: poi, lo hanno fatto per non averla di traverso nel processo di allargamento della Nato. Tutto questo ha incoraggiato, e in parte ancora incoraggia, l’avventurismo turco. Il contenimento della Turchia è stato ed è la sfida dei Paesi islamici sunniti, dei Paesi europei affacciati sul Mediterraneo orientale e, ultimo ma forse il più interessato di tutti, di Israele.

La questione siriana. E per avere qualche certezza in più sul fronte dell’energia, ancora una volta la questione dei diritti umani e quella siriana sono passate in secondo piano.
L’obiettivo di Ankara è consolidare la sua posizione nel mar Egeo e utilizzare indisturbata parte della Siria settentrionale. Nella parte al confine tra i fiumi Eufrate e Tigri, un corridoio profondo circa trenta chilometri oltre il territorio già controllato dai Turchi e dai loro alleati siriani, Erdogan ha chiesto “carta bianca”, per costituire una sorta di nuova colonia, dove spostare con le buone o con le cattive i rifugiati siriani presenti in territorio turco. L’obiettivo è una sostituzione etnica, rimuovendo curdi, yazidi, cristiani assiri e altre minoranze e mettendo al loro posto per lo più sunniti arabofoni, usando gruppi estremisti filoturchi per il controllo del territorio. Ankara vorrebbe approfittare proprio della crisi ucraina per organizzare questa operazione militare.

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