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Migranti africani ridotti in schiavitù nel lager del Sinai: reportage esclusivo

Considerato un paradiso turistico, oggi il Sinai è diventato un vero inferno per migliaia di rifugiati africani, soprattutto somali, eritrei, etiopi e sudanesi ridotti in schiavitù dai trafficanti di esseri umani, soggetti a violenze e torture. Grazie agli sforzi di organizzazioni israeliane (come Medu, i Medici per i diritti umani) e internazionali, la portata delle atrocità che si verificano alla frontiera con l’Egitto diventa sempre più chiara. Mentre Lampedusa scoppia, migliaia di africani sono ridotti in schiavitù nel tentativo di arrivare in Israele. In un reportage esclusivo le testimonianze di una religiosa, di una giovane eritrea e di un’attivista per i diritti umani.

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Annalisa Milani, autrice dell'articolo, parla con alcune donne africane rifugiate in Israele

Quattro sono ormai le più conosciute rotte dell’immigrazione clandestina dove passano migliaia e migliaia di persone tramite una rete di trafficanti che sta accumulando ricchezze sulla tratta di esseri umani: via Marocco-Spagna; via Libia, Tunisia-Lampedusa/Italia; via Egitto-Sinai -Israele; via Turchia-Grecia-Italia. A gennaio mi sono trovata in una Gerusalemme blindata per una manifestazione di un gruppo dei 60 mila immigrati illegali (sudanesi, etiopi, eritrei, somali) che oggi si trovano in Israele e grazie a suor Azezet Habtezghi, missionaria comboniana, conosciuta da tutti come Aziza, di origine eritrea, che vive nella comunità comboniana di Betania, ho potuto conoscere la tragedia della rotta del Sinai. Considerato un paradiso turisico, oggi il Sinai è diventato un vero inferno per migliaia di rifugiati africani. Grazie agli sforzi di organizzazioni israeliane (come Medu, i Medici per i diritti umani) e internazionali, la portata delle atrocità che si verificano alla frontiera con l’Egitto diventa sempre più chiara. Mentre Lampedusa scoppia, centinaia di africani sono ridotti in schiavitù nel tentativo di arrivare in Israele. Durante l’esodo, eritrei, sudanesi, somali ed etiopi, vengono detenuti da trafficanti beduini in campi costruiti appositamente per sottoporli a ricatti ed estorsioni e costringerli a pagare crescenti somme di denaro. Soggetti a torture, e le donne a ripetute violenze, se non muoiono quando finalmente arrivano ad attraversare il confine, molti di loro hanno lasciato alle spalle gli ultimi brandelli di dignità.
Rotta verso Israele
Lo scoppio delle rivolte nei Paesi Arabi e l’instabilità politica che ne è seguita, ha aumentato i flussi sia verso il nord Africa, ma anche verso Israele, paese con un tenore di vita alto e meta ambita. Ma Elisheva Milikowsky, giovane israeliana ed human rights officer di Medu mi racconta: “Noi organizzazioni israeliane che battagliamo per la legalità degli immigrati siamo visti come «traditori» perché il governo conservatore percepisce una presenza complessivamente ridotta (60 mila su 7,7 milioni di abitanti) come una minaccia all’identità nazionale israeliana e dal 2011 ha stretto le maglie dei controlli. La prima mossa è stata la riduzione della concessione del diritto d’asilo, poi il 3 giugno la Knesset ha approvato la «legge sull’infiltrazione» per cui ogni immigrato entrato illegalmente può essere posto in prigione per tre anni e poi espulso. Per fortuna le nostre battaglie hanno fatto sì che legge a novembre 2013 sia stata riconosciuta incostituzionale. Infine, lungo la frontiera del Sinai è stata costruita una barriera, come il muro che ci divide con la Palestina, dotata di sofisticati dispositivi elettronici ed è  stato allestito ad Holon, in mezzo al deserto del Neghev, un centro di raccolta dove vengono inviati tutti gli immigrati che entrano illegalmente o che anche vengono trovati senza «visto provvisorio». Israele offre agli immigrati solo questo visto, che non permette né lavoro, né cure sanitarie, solo educazione per i bambini, se ci sono... gli immigrati qui non hanno futuro e non hanno alcuno status”. E’ arrabbiata questa giovane “battagliera per i diritti umani” israeliana e mi invita a recarmi a Tel Aviv dove si trova la maggior parte degli immigrati.
Inizio dell’odissea
In un freddo garage di Tel Aviv, incontro accompagnata da suor Azizet, il centro “Kuchinate” (uncinetto in etiope), un centro per donne immigrate e dove con l’aiuto volontario di Diddy Kahn, una psicologa israeliana, oltre che parlare dei loro bisogni, le donne eritreee, etiopi, sudanesi, costruiscono ad uncinetto piccoli cesti da vendere. Alcune di loro mi narrano una situazione economica disastrosa e il senso di blocco che provano in Israele, perché con il visto provvisorio non possono andare da nessuna parte. Sono aiutate da suor Aziza, che già due anni fa dalla clinica dei Medici per i Diritti Umani, raccogliendo con molta pazienza le storie di chi arrivava per curarsi, ha presentato un rapporto pubblico e ha mosso i media e la comunità internazionale.
Calano le partenze, salgono i prezzi
Piano piano l’odissea si racconta attraverso le parole tradotte da suor Aziza. “Mentre un tempo - spiega G., eritrea - chi decideva di partire si affidava da solo, pagando dai 5 agli 8 mila dollari, ai trafficanti locali che li raccoglievano alla frontiera con il Sud Sudan, e li vendevano poi ai trafficanti beduini, oggi, essendo divenuto più difficile il passaggio e quindi inferiore il numero di chi parte, per non perdere il mercato si rapiscono anche profughi nei campi”. G. continua a fatica nel racconto, suor Aziza la guarda e la abbraccia. “Si attraversa il confine a piedi con il Sudan – continua -, dalla frontiera si arriva al campo profughi per eritrei Shagrab, gestito dall’Unchr, si procede poi verso la città di Kassala, principale snodo di partenza per la Libia, l’Arabia Saudita e l’Egitto. E’ qui dove i primi trafficanti, generalmente eritrei, chiedono i primi 2500 dollari. Stipati in camion, con poca acqua e alimenti, si viaggia per 7 o più giorni, dipende dai controlli alla frontiera egiziana, molti a volte non ce la fanno, ma l’inferno arriva dopo, con il passaggio ai trafficanti beduini...”.
Il ricatto alle famiglie
“Gli uomini vengono ammassati e incatenati in accampamenti e le donne, in alloggi di fortuna, subiscono le peggiori violenze... Viene dato loro un telefonino satellitare con cui chiamano i familiari per aumentare la posta in gioco. Si può arrivare a 10-20 mila, anche 30 mila dollari...”. G. tace e piange. Suor Aziza, che di storie così alla clinica dei medici per i diritti umani di Tel Aviv, ne ha sentite a centinaia e ne ha fatto un rapporto internazionale, continua dicendo che nella maggior parte dei casi le famiglie, angosciate, riescono a racimolare altri soldi, sia pure a costo di vendersi le ultime capre o di indebitarsi per sempre. Le somme sono inviate a persone di riferimento lungo la rotta Eritrea-Tel Aviv, attraverso apposite agenzie, e in alcuni casi perfino attraverso bonifico bancario. Non si rilascia nessuno fino al pagamento intero del ricatto, anzi si continuano le torture. Oggi qualcosa sta cambiando, i rapporti ci sono, si conosce la situazione, ma la realtà della tratta degli esseri umani attraverso il Sinai non è debellata.
La croce di Gesù e l’indifferenza
Ritornando a Gerusalemme e passando davanti alla porta di Damasco guardo le torme di turisti che si recano al Santo Sepolcro, dentro la città vecchia, e penso che Gesù è ancora qui in croce tra quelle donne immigrate che ho appena incontrato a Tel Aviv, e come papa Francesco chiede a gran voce a noi cristiani di scuoterci “dall’ indifferenza globale”, perché penso che non è vero come mi ha detto G. stamattina che “la vita di alcune persone non conta niente, non importa a nessuno”. Mi ricordo che nelle settimane di Natale il Vangelo di Matteo racconta che, avvisato in sogno del pericolo che correva sotto Erode, “Giuseppe si alzò nella notte, prese il bambino e sua madre e si rifugiò in Egitto dove rimase fino alla morte di Erode perché si compisse ciò che era stato detto dal Signore per mezzo del profeta: «dall’Egitto ho chiamato mio figlio»”. Anche Gesù, ancora bambino, attraversa il Sinai per andare e ritornare dall’Egitto in Israele, ed è per questo che a Lui va la mia preghiera perché faccia giustizia.

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