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Migranti e rifugiati, l'emergenza è mondiale: l'Africa in fuga

L’Africa è un Continente toccato interamente da fenomeni migratori, a causa di guerre, carestie, emergenze ambientali, povertà. Chi pensa a un unico movimento verso il Mediterraneo, si sbaglia. Il Sudafrica è un altro magnete. Ne parla lo scalabriniano don Filippo Ferraro

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Migrazioni

Rifugiati e migranti non sono solo gli africani che arrivano con i barconi. Spesso guardiamo un’emergenza globale con una prospettiva limitata: la nostra. Invece, profughi, rifugiati, sfollati interni, vittime di conflitto sono una realtà planetaria: riguarda tutti i Continenti, decine e decine di Paesi. Solo in Europa, oltre a Lampedusa, ci sono la rotta balcanica, o le isole greche. In Asia l’esodo dei siriani impatta nel Vicino Oriente, e soprattutto nel Libano; l’emergenza Afghanistan apre nuovi scenari. Il colpo di stato in Myanmar ha acuito sfollamenti e migrazioni, soprattutto delle etnie più deboli, come i Rohigya e i Karen. I cambiamenti climatici e il land grabbing provocano ulteriori spostamenti di persone.

Secondo il report annuale del Sihma (Istituto scalabriniano per la mobilità delle persone in Africa) di Cape Town, Sudafrica, nel 2020, nel mondo le persone che hanno intrapreso movimenti migratori sono 280 milioni e 600 mila, pari al 3,6% della popolazione. Sempre a livello mondiale sono quasi 92 milioni le persone di cui si occupa l’Unhcr, l’agenzia Onu per i Rifugiati.

L’Istituto, diretto da don Filippo Ferraro, scalabriniano originario di Mussolente, promuove la ricerca sulle migrazioni oltre a numerosi progetti di sostegno e supporto attivo a migranti, rifugiati e richiedenti asilo. A Cape Town da anni lo Scalabrini Centre si occupa di ricerca, di accoglienza, di integrazione e di supporto legale a chi migra nel Paese africano e ora è stato avviato anche un nuovo progetto nella città di Johannesburg: Il Centro San Patrick ospita un ufficio legale che assiste le vittime di tratta.

La relazione evidenzia alcuni dati chiave per comprendere i movimenti migratori nel Continente africano: 25 milioni e 400 mila le migrazioni internazionali compiute solo nel 2020, il che significa che l’anno passato, l’1,9% della popolazione africana (totale un miliardo e 300 milioni) si è mosso oltre i confini del proprio Stato. A spostarsi uomini e donne in egual misura, quasi il 30% ha meno di 19 anni. Chi arriva in Europa è solo una minima parte dei migranti, che più spesso scelgono di spostarsi all’interno del proprio Stato, come ad esempio in Etiopia dove la guerra nella regione del Tigrè ha prodotto 633 mila sfollati interni, oppure verso gli stati limitrofi. Nel Gabon, ad esempio, la percentuale di migranti internazionali rispetto alla popolazione totale è del 18,7%, in Libia del 12%. Il Paese africano a ospitare il maggior numero di rifugiati è l’Uganda, con 1 milione e 400 mila persone.

In termini assoluti, il Paese africano che riceve più migranti internazionali è il Sudafrica, con una presenza stimata di 2 milioni 900 mila persone. “Il 2020 è stato un anno molto difficile qui in Sudafrica - racconta don Filippo -. Le stime parlano di quasi 3 milioni di migranti, ma quelli censiti sono molti di meno. La maggior parte arriva dalla Repubblica Democratica del Congo, Somalia, Etiopia, Eritrea. Presenze elevatissime sono anche da Zimbabwe e Malawi, ma numeri esatti non esistono. E’ anche complesso distinguere le motivazioni della loro presenza in Sudafrica. La chiusura degli uffici durante il lockdown ha reso irregolari molte persone che avevano i documenti, poiché non sono riusciti a rinnovarli”.

Una delle maggiori criticità è quella dei minori senza documenti: “Ci sono tanti bambini senza certificato di nascita. Le persone non sudafricane che hanno un bambino non possono registrarlo. Questo crea difficoltà di accesso a servizi essenziali e la situazione si aggrava verso la maggiore età. Chi è senza documenti rischia di diventare apolide, in un Paese straniero e senza diritto di restarci. Ci sono delle convenzioni per gli apolidi, che però il Sudafrica non ha firmato. Noi cerchiamo di cambiare le cose: la nostra Lawrence House, dove si accolgono minori stranieri non accompagnati, è un esempio positivo. Siamo riusciti a ottenere per 15 ragazzi la residenza permanente e quindi il riconoscimento dei documenti”.

“Con il Covid è stato dato un sussidio, unica cosa che fa lo Stato, tuttavia sono rimasti esclusi non solo i migranti senza documento, ma anche rifugiati, che hanno un riconoscimento ufficiale del loro status. Abbiamo portato avanti un’azione con il Governo per riconoscere anche a loro il sussidio e ha avuto successo, poi tuttavia in pochi hanno fatto richiesta: non basta nemmeno lottare per i diritti, perché poi non tutte le persone sono in grado di accedervi”.

Altro dramma, esacerbato dalla pandemia, è stato quello dell’accesso ai servizi sanitari: “Una categoria molto vulnerabile sono le donne incinta che devono sostenere costi elevatissimi per visite, per il parto stesso e per i controlli pediatrici. Questo uno dei motivi per cui abbiamo aperto la clinica a Johannesburg (Community Health Centre - nella foto) dove dottori e infermieri migranti e sudafricani offrono servizi medici di base. Anche ai locali: molti abitanti delle zone rurali infatti non registrano i bambini, con conseguenze disastrose. Per i servizi ci sono una serie di barriere come la distanza, la lingua, i costi, oppure problemi di corruzione. Noi investighiamo per avere il quadro più preciso e compiere azioni a livello locale con i dipartimenti di sanità e con il Governo per denunciare prassi incostituzionali”.

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