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Moldavia: l'accoglienza alle porte dell'Ucraina

Testimonianza di un missionario dal Centro Don Bosco di Chisinau, dove vengono accolti numerosi profughi in fuga dalla guerra

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Moldavia: l'accoglienza alle porte dell'Ucraina

La guerra ci ha colti un po’ tutti alla sprovvista. Noi compresi, in Moldavia, Paese confinante con l’Ucraina. Non ci aspettavamo che nel 2022, con tutti i rapporti e legami costruiti in questi anni, ci fosse ancora questo sbocco alle contese tra Stati.

Martedì 1° marzo, alle 17, una telefonata: “Siete pronti ad accogliere ottanta persone fuggite da Kiev?”. Ci siamo messi all’opera subito. Con i nostri ragazzi abbiamo tirato fuori tutto quello che avevamo… materassi, coperte, sacchi a pelo e riempito la nostra palestra. Sono arrivati il giorno dopo, fuggiti dalle bombe che cominciavano a cadere. Avevano lasciato tutto: case, persone, attività e preso le poche cose che si potevano prendere in poco tempo. Li abbiamo accolti facendoli sentire in famiglia, mettendo a disposizione ogni cosa. Persone spaesate, traumatizzate dalle bombe cadute sul tetto della loro casa, ma con il desiderio di poter ancora godere della vita. Con loro una ventina di bambini, dai cinque giorni a un anno di vita. Le persone erano di diverse nazionalità: ucraini, italiani, polacchi, vietnamiti... accomunati tutti dalla fuga dalla paura delle bombe. Pian piano abbiamo cominciato a organizzarci.

I rifugiati, vengono, partono, ma in tutti, sia nei loro cuori che nel nostro, rimane l’accoglienza ricevuta e donata. Il nostro “Centro don Bosco” accoglie i profughi di passaggio; si fermano pochi giorni, poche ore, per un ristoro. Attualmente, abbiamo circa una quarantina di ucraini. Loro sognano di ritornare alla loro terra, non guardano a nuove avventure in Europa; vogliono tornare, pur nell’incertezza del domani. Anche noi guardiamo con gli occhi della gente il domani, con tanta apprensione, incertezza a paura perché non sappiamo cosa ci aspetta.
Intanto, il Centro è tutto “sottosopra”; gli spazi di gioco e di attività dei ragazzi sono diventati dormitori, la palestra sala per i pasti, gli orari vengono definiti secondo le loro necessità. Però nascono tanti rapporti belli con ciascuno di loro. Qualche giorno fa, dopo una serata organizzata con i nostri volontari venuti dall’Italia, abbiamo visto le persone sorridere; sono il segno di come pian piano ci si avvicina, nasce fiducia reciproca, si coltivano e si creano rapporti nuovi.

Io non parlo la loro lingua, eppure si comunica lo stesso con un altro “linguaggio”: diversi di loro sono venuti ad abbracciarmi per dirmi la loro riconoscenza. Hanno bisogno di essere accolti, ascoltati. Un signore scappato con la moglie e il figlio un giorno diceva: “Sai cosa sto provando? A volte ci attacchiamo a una bella macchina, a un telefono di ultima generazione, a un paio di scarpe firmate... E poi ti trovi all’improvviso senza niente!”. L’8 marzo un gruppo di giovani che frequentano l’oratorio ha voluto venire a portare i fiori alle donne e una ragazza ha cantato una canzone in lingua ucraina. Abbiamo visto persone piangere e una è venuta a dire: “Da quando siamo scappati via dalle bombe, questo è uno dei giorni più felici”.
Stiamo davvero sperimentando la generosità di molte persone da ogni parte dell’Europa ma anche dalla nostra gente che vive qui. Ma dietro l’assurdità della guerra, la gente comincia a guardarsi in modo diverso, superando tante divisioni del passato, segno che “cose nuove” stanno per nascere.

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