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Myanmar, sostegno a chi vuole democrazia

In duemila collegati da tutto il mondo per il webinar dello scorso 12 marzo. La preghiera e le testimonianze su cosa sta accadendo nel Paese dopo il colpo di stato dei militari del primo febbraio

Myanmar, sostegno a chi vuole democrazia

In duemila collegati da tutto il mondo al webinar “In comunione con il Myanmar”, venerdì 12 marzo. Incontro di testimonianza, ma soprattutto di preghiera, organizzato da Editrice missionaria italiana insieme ad Asianews, Centro missionario e Seminario teologico internazionale del Pime, e Federazione della stampa missionaria italiana. Tra le testimonianze, è arrivata dritta al cuore quella di suor Ann Rose Nu Tawn, la suora inginocchiata, sola, davanti alla polizia, diventata icona della protesta (che ricorda quella del 1989 a piazza Tienanmen), ma soprattutto della voglia di pace e di democrazia, un desiderio rappresentato soprattutto dai giovani del Myanmar. Eccola la piccola sorella dell’Ordine di San Francesco Saverio, nel video registrato per questa serata, raccontare quel 28 febbraio, lei dentro la clinica a curare i malati, fuori il popolo che manifesta contro il colpo di Stato quando all’improvviso arrivano le autocisterne dei militari pronti a sparare sulla folla. “Ho gridato ai manifestanti di entrare in clinica e sono andata dai poliziotti e li ho supplicati di non picchiarli, di non sparare sui civili. «Uccidete me», ho detto loro, «non la gente». Un militare mi ha detto di andarmene, perché era pericoloso, ma io sono rimasta lì”.

E insieme alla consorella Anna Teresa, ha chiesto la preghiera “per la conversione dei militari, perché cambi il loro cuore, e per la sicurezza di tutte le persone del Myanmar, soprattutto per i giovani che vogliono la democrazia, e non hanno paura di niente”. Impegno, determinazione, coraggio e voglia di cambiare: questi sono i motivi della protesta.

La puntuale ricostruzione di quanto sta succedendo in Myanmar o Birmania è stata fatta da padre Bernardo Cervellera, direttore di Asianews.

Ecco i fatti: l’esercito tiene il Paese sotto il pugno di ferro dopo il colpo di Stato del 1° febbraio scorso. La giunta militare ha giustificato l’azione a causa dei presunti brogli avvenuti alle elezioni del novembre scorso in cui la Lega nazionale per la democrazia, il partito di Aung San Suu Kyi, premio Nobel per la pace, ha vinto il 75% dei seggi.

Già negli anni scorsi, i militari avevano ribaltato il risultato delle libere elezioni, incarcerato i vincitori e preso il potere con la forza. “La differenza questa volta - ha fatto notare padre Cervellera -, è la risposta compatta di tutto il popolo contro la dittatura, non solo gli studenti come nel 1998, o i monaci buddisti come nel 2007. Oggi 2/3 degli ospedali sono chiusi perché il personale è in sciopero così come 3/4 degli statali”. Centinaia di migliaia di persone, di giorno e di notte con in mano le candele, che sfidano il coprifuoco con slogan spesso ironici e chiedono la fine del colpo di Stato e il ritorno alla democrazia.

I dimostranti accusano la Cina di sostenere i militari con armi e consiglieri anti-guerriglia, anche per quell’oleodotto petrolio/gas che parte dal Myanmar e giunge fino al gigante cinese. Il colpo di Stato viene condannato dai Paesi occidentali, che hanno imposto sanzioni contro la Giunta, ma non dal Consiglio di sicurezza dell’Onu, bloccato dai veti di Cina e Russia.

Secondo l’Associazione per l’assistenza ai prigionieri politici, dal 1° febbraio le forze di sicurezza hanno ucciso 126 persone e fatto 2.150 prigionieri. Di questi, finora ne sono stati rilasciati solo 300. I morti sono soprattutto giovani, un terzo sotto i 18 anni.

I manifestanti - è stato ribadito durante la serata di venerdì - hanno bisogno del nostro sostegno e della nostra preghiera. Come nella commossa invocazione del diacono birmano Ba Oo, “per i giovani, che non hanno pensato al loro interesse, ma al bene superiore che è la pace, che combattono contro bastoni, proiettili, bombe, perché il Signore li protegga e dia saggezza ai militari. Il Signore tolga il maligno dal cuore dei militari per fare il bene del popolo”.

La conclusione è stata affidata al cardinale di Bologna Matteo Zuppi che ha fatto riferimento a una frase di papa Francesco che ci vuole tutti “artigiani di pace”. “Questa espressione dà dignità al poco che ognuno di noi può fare. Ma la pace inizia sempre dal piccolo gesto”. Come quello di suor Ann Rose, inginocchiata davanti al plotone armato.

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