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Myanmar: un popolo martire

Le persone uccise in modo cruento in Myanmar hanno superato le 600, la gran parte giovanissimi che manifestavano pacificamente. Sono migliaia quelle arrestate e torturate da un esercito criminale

Myanmar: un popolo martire

Le immagini della resistenza del popolo del Myanmar hanno una grande forza evocativa. In particolare, la foto di suor Ann Rosa Nu Tawng (congregazione di San Francesco Saverio) che, lo scorso 28 febbraio a Myitkyina, nello stato di Kachin, ha fermato in ginocchio un plotone armato di polizia. Quando papa Francesco ha detto di inginocchiarsi per la pace in Myanmar, si è ispirato a quella foto.

A oggi, mentre scrivo (8 aprile), il bilancio della tragedia è orribile: le persone uccise in modo cruento hanno superato le 600, la gran parte giovanissimi che manifestavano pacificamente. Sono migliaia le persone arrestate e torturate, tra cui molti giovani prelevati dalle loro case nottetempo. Siamo di fronte al martirio di un popolo, che non può più sopportare la crudeltà dell’esercito e dei suoi generali, vere e proprie organizzazioni criminali.

Particolarmente tragica è la repressione contro il popolo Kachin, una delle 136 etnie che compongono la nazione. Suor Ann Rosa e alcuni giovani missionari del Pime appartengono a questo popolo, che vive nel nord del Paese al confine con la Cina. Aspirano a salvaguardare la loro specificità culturale e religiosa (un terzo della popolazione è cristiana) e impedire lo sfruttamento delle risorse naturali a favore esclusivo del governo centrale e della Cina. Da sessant’anni i Kachin sono in conflitto con il potere centrale. Si tratta di una delle più lunghe guerre civili al mondo. Da decenni la gente vive in fuga e in campi profughi, con le devastanti conseguenze sociali e familiari che ne conseguono. Ora, di fronte alla resistenza dei Kachin, il Governo militare sta bombardando senza pietà quella regione, per la quale si teme un bagno di sangue irrimediabile.

Il generale Min Aung Hlaing, già responsabile in prima persona delle violenze contro i Rohingya, è il principale autore della carneficina in corso. Lo scorso primo febbraio ha imposto il colpo di stato, pur di non uscire di scena. E con lui sono responsabili i generali che lo sostengono con l’avvallo dalla vicina Cina. Hanno sospeso le elezioni vinte in modo plebiscitario dal partito di Aung San Suu Kyi lo scorso otto novembre 2020, e hanno imposto la legge marziale e ai militari libertà di uccidere.

Il Myanmar, una volta conosciuto come Birmania, si stava faticosamente incamminando verso un futuro di speranza e possibilità. Dopo la crudele dittatura militare, durata dal 1962 al 2011, che ha isolato in Paese e impedito lo sviluppo, il Paese è precipitato ancora nel terrore. I giovani sono disperati e pronti a morire piuttosto che la loro vita sia lasciata in mano militari.

L’esercito in Myanmar non è come gli altri, è un’organizzazione criminale: enorme, onnipresente, onnipotente, ricchissima e soprattutto crudele. Le caserme sono proprietà gigantesche collocate nei centri delle città e nelle zone di confine. Sono i militari che controllano tutte le questioni di frontiera, comprese quelle dei Rohingya, dei Kachin, dei Cariani, dei Shan e delle altre popolazioni che vivono drammatiche vicende di confine. I militari controllano le migrazioni e i traffici, leciti o no: controllo dell’acqua e delle produzioni agricole, del sottosuolo (petrolio, gas, miniere), di legname pregiato, di droga e di esseri umani. E si arricchiscono a dismisura.

Purtroppo il governo di Aung San Suu Kyi, premio Nobel della pace e figlia del padre della nazione birmana, non era mai stata in grado di riportare i militari e le vicende strategiche di frontiera sotto il controllo civile. Era così poco in controllo che è ritornata agli arresti, dove, peraltro, ha trascorso buona parte della sua vita.

I militari, gente molto spietata, hanno liberato i prigionieri comuni per far posto nelle carceri ai pacifici dimostranti e oppositori, presi nelle loro case, di giorno e di notte. I criminali comuni, liberati, sono incitati e pagati per provocare violenze e disordine, dar fuoco alle case e persino ferire e uccidere tra la folla con lunghi coltelli affilati.

I missionari del Pime evangelizzano in Myanmar dal 1868: è una delle missioni storiche. Fratel Felice Tantardini, sepolto a Taunggyi, è considerato un santo dal popolo cattolico. In Myanmar hanno speso la loro vita i beati Clemente Vismara, Alfredo Cremonesi, Paolo Manna e Mario Vergara, quest’ultimo beatificato con il catechista Isidoro Ngei Ko Lat. Attraverso una organizzazione di carattere umanitario, i missionari del Pime sono ancora presenti. Dal 2018 mi reco regolarmente a Taunggyi (capitale dello stato dello Shan), per contribuire al programma formativo dei seminari diocesani.

Il Myanmar è una terra di fede buddhista, i cui monaci si sono impegnati in prima fila per conquistare la libertà. Ora sono anche i cattolici a scendere in strada con la gente. Il coraggio e disponibilità a donare la propria vita della gente del Myanmar sono una testimonianza del primato della dignità umana e dell’aspirazione alla libertà, il cui autore è Gesù. In questi due mesi abbiamo conosciuto tante storie strazianti di ragazzi e ragazze inermi, coraggiosi e uccisi senza pietà. Purtroppo questi nostri amatissimi fratelli e sorelle vanno incontro a sofferenze e sconfitte. Questo nostro tempo, questo mondo non ama la libertà.

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