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Nostro reportage: così Mosul rinasce

Viaggio a Qaraqosh e Mosul, simbolo del coonflitto contro l'Isis, tra le rovine e i segni di rinascita. I Crristiani che erano stati cacciati dalla piana di Ninive, Devastate ma già ripulite e risistemate grazie alla collaborazione di giovani musulmani: "Senza cristiani qui non possiamo vivere".

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Nostro reportage: così Mosul rinasce

L’aeroporto di Erbil in Kurdistan è stato riaperto dopo le recenti tensioni tra i curdi e il governo centrale di Baghdad per il loro referendum di separazione. Arrivare a Erbil è la più vicina via di accesso alla piana di Ninive, dove fino al 4 agosto 2014, la minoranza cristiana siriaco-caldea viveva. Nell’agosto 2014, infatti, da Mosul, già occupata, i miliziani dell’Isis sono avanzati e si sono fermati alla cittadina di Qaraqosh. Ottantamila persone si sono ritrovate profughe per quasi tre anni nei campi di accoglienza allestiti a Erbil. Ho ascoltato spesso la loro disperazione, ho visto la devastazione totale delle case, chiese bruciate, sfregiate e saccheggiate. Nel dicembre 2016, quando sono arrivate le truppe miste irachene a far arretrare l’Isis fino a Mosul, 20 km più in là, mi sono trovata a camminare tra i detriti di Qaraqosh completamente distrutta. Ora vi ritorno col timore di ritrovare una cittadina fantasma. Superati i chek-point militari, invece, entriamo, e vedo già la vita ritornata. Nella strada principale i negozi, anche se fiancheggiati ancora da qualche palazzo bruciato, sono riaperti, via vai di auto, persone, mercati e ristoranti che funzionano, i tralicci elettrici risollevati, anche se la luce non è continua, caffè pieni di uomini che giocano a carte e le chiese, seppur ancora con molte ferite, sono ridiventate luoghi di preghiera e di vita comunitaria.

Nel pomeriggio di venerdì 29 giugno, dopo quasi tre anni dalla fuga, 372 bambini hanno ricevuto la Prima comunione, in un clima di generale commozione, dalle mani di mons. Petros Mouchè, vescovo di tutti i cristiani siriaci-caldei della piana di Ninive. “In tutto, oggi, le famiglie rientrate dai campi profughi sono 5.276”, mi conferma p. Giorgio, coordinatore della commissione della Chiesa per la ricostruzione della città. “Il governo iracheno è completamente assente - continua - ed io, venuto dopo la liberazione nel 2016, con la mia macchina fotografica a documentare la tragedia di Qaraqosh, mi sono trovato a disegnare, da topografo, la planimetria della città e le mie foto sono diventate la base di un piano strategico di ricostruzione”. Ora, coadiuvata da giovani ingegneri, la commissione aiuta a ricostruire case, chiese, scuole, molte delle quali già funzionano grazie all’aiuto di enti religiosi stranieri.

Il pancione di Raida
Raida con la famiglia è stata una delle prime a rientrare dal campo profughi di Ozal e mi viene incontro con un enorme sorriso e il pancione! “Quando sono arrivata nel febbraio 2017, con tre figli e marito, non c’era nessuno attorno a noi, la luce e l’acqua non arrivavano, avevamo un po’ paura, ma mi sono sentita finalmente libera a casa mia e abbiamo deciso di far nascere una nuova vita!”. Più contraddittori sono i giovani che incontro al ricostruito Centro giovanile S. Paolo. Sadi che studia inglese in due dipartimenti universitari aperti a Qaraqosh: “E’ meraviglioso essere ritornato alla mia città, alle mie tradizioni!”. Per Tracy e Maria i sentimenti sono più incerti: molto manca a Qaraqosh, vogliono “più modernità”, faticano ad adattarsi e sognano l’Europa, l’Australia. Molti dei rientrati, compresi i religiosi, a causa delle ferite ancora aperte, dell’incertezza nel futuro, delle paure non sopite, ripetono: “Non c’è più futuro per i cristiani nella piana di Ninive! Basta con i musulmani!”. I muri di pietra delle case e delle chiese lentamente si rinsaldano, ma le lacerazioni nelle anime delle persone e delle comunità non guariranno mai. Questa è la guerra...

Verso Mosul
Da Qaraqosh a Mosul (un tempo seconda città dell’Iraq con 4 milioni di abitanti) ci si impiega 30 minuti, ma le vicende storiche dal 2010 in poi mi avevano impedito di entrarci. Ora, con un militare di scorta per superare i 4 posti di blocco, riesco ad arrivarci. “Liberata” dall’Isis tra il marzo e l’aprile 2017 da un misto di truppe irachene (sunnite, sciite) e con l’aiuto dei bombardamenti aerei americani, Mosul si presenta come un Giano bifronte. Man mano che ci si avvicina a Mosul sulla riva sinistra del Tigri, si è inghiottiti da un caotico traffico di auto, camion, persone, mercatini. Pochi i palazzi fortemente bombardati, molte persone, nonostante la calura di 45 gradi della piana di Ninive, vendono, comprano in un via vai continuo. Ma appena si attraversa il ponte di ferro degli inglesi sul fiume Tigri e si entra nella Mosul vecchia, l’auto rallenta in una grande piazza ora ripulita, ma circondata da montagne di detriti, grovigli di ferro e case bombardate, e da 4 escavatrici che lentamente muovono le loro pale per spostare i detriti sotto i quali, aggiunge il nostro soldato-autista, “si presume vi siano ancora 10mila corpi che non verranno mai recuperati”. Il nostro obiettivo è arrivare anche a piedi nel cuore vecchio della città dove vi erano le tre chiese (di rito armeno, ortodosso, siro-cattolico) di Maria Immacolata risalenti all’VIII secolo d.C. e che, “abbracciate” assieme in un’antica piazza, a tutto avevano resistito, ma, con il restringersi dell’assedio tra dicembre 2016 e marzo 2017, erano diventate l’ultimo baluardo dei miliziani dell’Isis. Wisam, il nostro amico monaco iracheno, inizia a elencarci i nomi delle strade e delle piazze in parte pulite, ma dove case bruciate e palazzi si contorcono su loro stessi. Le ruote della 4x4 girano a destra e dopo un lento zig zag sopra cumuli di detriti si fermano in quella che un tempo era una stupenda antica piazza su cui si affacciavano tre basiliche e la casa vescovile.  

La Ninive della concordia
Sopra muri squarciati e sfregiati, raggiungiamo brandelli di altari, amboni, cupole che ora si aprono al cielo. A terra munizioni, scatole di latta, elmetti, coperte bruciate, ma anche fogli strappati di libri in arabo. “Chi era rimasto intrappolato nella città aveva usato le chiese per far scuola ai bambini” spiega Wisam. Ci portiamo a un grande complesso di chiese, scuole, un centro giovanile dedicato a San Domenico. Si avvicina un giovane con la chiave. Anche lui, racconta, fa parte dell’associazione “La Ninive della concordia”, un gruppo di giovani musulmani che si sono messi in moto per la pulizia delle chiese e delle moschee subito dopo la cacciata di Daesh e che vogliono promuovere di nuovo quel modello di convivenza interreligiosa che vi era prima dell’arrivo del califfato nel 2014. Una grossa parte della chiesa è distrutta, ma il chiostro e un’ala sono rimaste intatte anche se dalle finestre a ogiva pendono ancora i cappi che servivano ai jihadisti per le impiccagioni. Abbasso lo sguardo e vedo, conficcata a terra, la rosetta metallica di una bomba inesplosa. Quante ce ne saranno?
Semi di pace
Il 3 luglio è S. Tommaso e il vescovo siro-caldeo mons. Petros Mouchè ci invita alla messa che si celebrerà per la prima volta in occasione della festa, proprio nella chiesa distrutta di San Tommaso a Mosul, città vecchia. Conosciamo già questi luoghi, ma è sempre un nodo alla gola arrivarci tra la polvere delle macerie con la scorta armata. Attraversiamo le tracce della prima chiesa ora rimasta un piazzale e ci inoltriamo in una cappella più interna. E’ molto danneggiata ma non distrutta. Sarah, la giovane musulmana sopravvissuta ai tre anni di Isis e che incontrerò poi, mi narrerà l’inumano: questa cappellina non è stata distrutta perché qui le donne musulmane e cristiane venivano violentate. La cerimonia inizia con molta emozione dei cristiani arrivati da Qaraqosh e i pochi da Mosul nuova. Guardo l’altare principale distrutto inondato dal fumo d’incenso, mi giro e mi trovo a incrociare lo sguardo di tre giovani musulmane che, con il loro grande foulard in testa se ne stanno una accanto all’altra affiancate da un giovane. Terminato il rito, le intervisto, fanno anche loro parte di un network di organizzazioni della società civile. Mi raccontano che anche loro hanno pulito, con molti altri giovani musulmani, le chiese cristiane distrutte “perché”, mi dice Sarah con piglio, “le famiglie cristiane ritorneranno, ritorneremo una sola famiglia, senza di loro non possiamo vivere!”. E aggiunge l’altra Sarah, con il grande foulard rosso: “Io ora lavoro come giornalista con un gruppo di giovani di Mosul in un piccolo giornale online. Ho continuato ad abitare qui durante il periodo di Daesh: la paura di essere uccisa in ogni momento e la violenza, non mi hanno impedito di tentare di salvare le giovani amiche cristiane rinchiuse in questa chiesa ma poi fatte sparire. Il governo non ci aiuta, ma siamo in tanti che dal basso vogliamo ricostruire la Mosul della convivenza, Mosul senza i cristiani non è completa!”. Vogliono parlare, raccontare e il grande giovane bruno al loro fianco, traducendo in inglese inizia la sua storia. E’ Shivan Jamal Agna, rientrato in Iraq dopo aver vissuto qualche anno in Europa, e ora coordinatore per la piana di Ninive del progetto “Network Civil Society Organisation for Mosul”. “Sono entrato a Mosul subito dopo la liberazione da Daesh, una banda di criminali, nulla a che vedere con i musulmani. Ho subito organizzato un gruppo di giovani e siamo andati a pulire la chiesa dell’Immacolata, anche se i miliziani ancora presenti ci hanno inviato dei droni che hanno ferito due di noi. Vogliamo che in questa terra musulmani, cristiani, yazidi e tutte le minoranze possano vivere assieme”. Forse, tra gli archi di una chiesa devastata inondati dalla calura mesopotamica di 50 gradi, S. Tommaso, morto martire in queste terre, che ha posto il suo dito nelle piaghe di Gesù per credere alla Resurrezione, stringe finalmente le mani di questi giovani. Tengo anch’io le mani di questi musulmani e devo crederci nonostante l’angoscia che mi prende quando, durante il Padre Nostro, guardo le colonne sberciate della cappellina e, per un attimo, penso alla violenza fatta in questo stesso luogo alle donne dalla follia umana. Dio mio, se esisti dov’eri? Come al tempo dell’olocausto, rimane l’interrogativo. Ma un piccolo seme di speranza è nato anche a Mosul.

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