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Paul Bhatti dopo l'attentato a Lahore: sradicare l'estremismo

Oltre che come medico, nella diocesi di Treviso lo si conosce bene perché ha preso su di sé l’eredità del fratello Shahbaz, ministro delle minoranze in Pakistan, ucciso in un attentato il 2 marzo 2011. Le Diocesi di Treviso e Venezia con lui si sono impegnate a supportare i progetti delle locali diocesi, tra cui dei centri legali a Lahore ed Islamabad.

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Paul Bhatti dopo l'attentato a Lahore: sradicare l'estremismo

Incontro Paul Bhatti nel suo “quotidiano” posto di lavoro: l’ambulatorio medico di Badoere. Ma oltre che come medico, nella diocesi di Treviso lo si conosce bene perché ha preso su di sé l’eredità del fratello Shahbaz, ministro delle minoranze in Pakistan, ucciso in un attentato il 2 marzo 2011. Le Diocesi di Treviso e Venezia con lui si sono impegnate a supportare i progetti delle locali diocesi, tra cui dei centri legali a Lahore ed Islamabad, per fornire aiuto gratuito ai poveri e alla minoranza cristiana attraverso la “Missione Shahbaz Bhatti”.

Che cosa avrebbe fatto se si fosse trovato nella città di Lahore al momento dell’attentato?

E’ chiaro che come medico mi sarei posto subito a disposizione, come normale cittadino, invece, se mi fossi trovato in quel parco pubblico con tutte le famigliole cristiane e musulmane, non avrei potuto fare nulla. I kamikaze colpiscono dove colpiscono, ma in questo caso l’intelligence pakistana aveva delle avvisaglie. Chi ha rivendicato è il gruppo Jamaat ul-Ahrar, un gruppo già al quinto attentato dalla separazione di due anni fa con il Tehrik-i-taliban, i talebani del Pakistan accusati di essere troppo morbidi e di trattare con il governo una riconciliazione. Ma molta attenzione è dedicata alla coincidenza nel giorno della strage a Lahore di una violenta manifestazione pro-sharia avvenuta a Islamabad, con quasi 30mila persone all’assalto dei poliziotti di guardia al Parlamento per commemorare un loro “eroe”, appena giustiziato come assassino del governatore del Punjab pakistano, Salman Taseer, “filo-cristiano”. L’episodio accresce il timore di una possibile aperta alleanza tra gruppi di fuoco e masse intolleranti normalmente pacifiche, istigate contro il governo “secolare” di Nawaz Sharif.

Allora l’attentato è un segnale contro il governo attuale, non solo contro i cristiani?

Sì, il presidente Taseer è accusato di indebolire la fede islamica con l’apertura all’Occidente e agli “infedeli” di altre religioni come quella cristiana che in Pakistan conta poco più del 2 per cento. Lui ha reagito all’attentato con parole di sfida, affermando che: “Il nostro obiettivo non è solo quello di eliminare l’infrastruttura del terrore, ma anche la mentalità estremista che è una minaccia al nostro modo di vivere”. Intanto, anche nei giorni scorsi 3.000 irriducibili musulmani hanno continuato a tenere sit in e a lanciare slogan ai bordi della “zona rossa” di alta sicurezza della capitale, e minacciano di continuare finché non saranno accolte le loro domande. Oltre alla sharia e all’impiccagione della cristiana blasfema Asia Bibi chiedono l’onorificenza pubblica di “martire” per la guardia del corpo Mumtaz Qadri, che assassinò il governatore del Punjab il 4 gennaio 2011. Taseer aveva infatti difeso a spada tratta la donna cristiana dalle accuse di blasfemia e chiesto la revisione della rigida legge che prevede la morte per impiccagione. Purtroppo due mesi dopo l’uccisione del governatore veniva assassinato mio fratello Shahbaz. Devo dire che con il governo attuale gli attentati erano diminuiti, ed io speravo che fosse partita un’epoca di dialogo. Purtroppo non è così.

Ed ora come procedere?

Il governo è veramente intenzionato a debellare l’estremismo. Tre ore dopo l’attentato, infatti, hanno attaccato le basi nel sud Punjab, la nuova frontiera filo talebana dove negli anni sono fiorite incontrollabili centinaia di madrase (scuole coraniche) sunnite ultra-ortodosse. Ma è chiaro che io potrò debellare il singolo kamikaze, ma non chi finanzia l’islam radicale e propaga l’ideologia jhiadista anche tra i bambini alle cui famiglie povere vengono date borse di studio per queste scuole. Noi dobbiamo andare alle radici del problema. C’è un lavoro enorme da fare tra la popolazione pakistana per togliere consenso, togliere humus ai luoghi di preghiera dove si predica l’islam radicale e dare la possibilità di riflettere in modo positivo, distruggere le loro fabbriche di armi. Lahore, in cui vi è il progetto della diocesi di Treviso, ha più di otto milioni di abitanti ma il 50% della gente è analfabeta e questo è un terreno fertile.

Quali sono in concreto i progetti finanziati dalla diocesi di Treviso a Lahore?

Con l’associazione e grazie anche alle diocesi che ci aiutano operiamo su tre fronti: politico, cercando una soluzione in modo che leggi discriminatorie non vengano applicate e formando le persone; per le nostre comunità cerchiamo, poi, di fare piccoli progetti che le tolgano dal livello di  povertà in cui sono spesso poste a causa di discriminazioni e promuoviamo scuole tra i giovani cristiani perché possano meglio integrarsi; abbiamo aperto, inoltre, due uffici che danno assistenza legale a chi è povero ed emarginato, certo con molta discrezione, ed inoltre sono stati attivati dei seminari di incontro religioso. Piccole gocce, ma importanti.

Se dovesse parlare ai cristiani della diocesi di Treviso e dovesse scegliere una priorità per cui lavorare qui e in Pakistan perché non accadano più attentati, che cosa sceglierebbe?

In tutto il mondo in cui ci sono vittime di terrorismo e di una mentalità radicale, ci si dovrebbe unire per difendere i più deboli, e i più deboli non sono solo coloro che subiscono violenza ma anche chi viene manipolato per portare violenza e diventare kamikaze, e sono i moltissimi bambini poveri a cui è stato tolto il diritto di studiare ed avere una vita dignitosa.

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