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"Portiamo le scarpe ai bambini siriani"

Da Fontane di Villorba l'esperienza nella cooperazione internazionale dell'associazione Una mano per un sorriso raccontata dalla fondatrice Paola Viola

"Portiamo le scarpe ai bambini siriani"

“Anche i bambini siriani non hanno le scarpe”. E’ da questa provocazione che nel 2014 inizia l’impegno dell’associazione trevigiana, di Fontane di Villorba, Una mano per un sorriso, e della sua presidente Paola Viola, in Medio Oriente e più precisamente nel campo profughi di Bab al Salam in Siria, a 50 chilometri da Aleppo, e successivamente, quando alle associazioni non è stato più possibile entrare nel Paese martoriato dalla guerra, appena oltre il confine, a Kilis, in Turchia.

L’associazione era nata alcuni anni prima, nel 2010, dalla volontà di Paola Viola e Gigliola Barlese di creare un progetto a difesa dei diritti dei bambini: “Attraverso piccoli atti, cambiare il mondo un sorriso alla volta”, ha raccontato Paola. Il primo passo sono state le scarpe per i bambini di una scuola primaria vicino Nairobi, poi i progetti nella “slum” di Koroghocho, baraccopoli alla periferia della capitale kenyana, da lì i progetti di formazione dedicati alla popolazione più povera tra i poveri.

Progetti e modalità che sono state replicate anche nel portare aiuto in Medio Oriente e nei campi profughi greci. “Così in primo luogo ai bambini siriani abbiamo portato le scarpe, uno strumento concreto, ma anche un modo, attraverso un progetto fotografico, per dare un volto e un’identità a ognuno di loro”.

“Tra il 2014 e il 2016 - racconta Paola Viola - grazie anche al supporto di altre associazioni che erano già in loco, abbiamo viaggiato dall’Italia alla Siria, passando per la Turchia e portando aiuti nel campo profughi con più grande afflusso di persone in Siria, poiché il più vicino ad Aleppo, in quel momento fulcro della guerra. Quando siamo arrivati era un campo, oggi è un enorme distretto. In due anni abbiamo distribuito oltre 10 mila paia di scarpe”.

L’associazione ha inoltre aperto, a Bab al Salam, un centro pediatrico e una scuola: “In tutto il mondo, parlando con una famiglia di profughi, si sentirà la disperazione dei genitori per l’impossibilità dei figli di andare a scuola, poiché l’istruzione è l’unica possibilità di costruirsi un futuro”.

Quando non è più stato possibile entrare in Siria il progetto si è trasferito sul confine turco, con una scuola per l’infanzia per i bambini siriani rifugiati e un piano di sostegno a 30 famiglie, che vengono seguite nel percorso di ricostruzione della propria vita, dandogli la possibilità di ricominciare.

“Ci sono bambini che hanno un vuoto di 7-8 anni di scuola. Il popolo siriano è un popolo colto, i profughi sono docenti universitari, infermieri, farmacisti, medici, persone consapevoli del danno enorme che porterà nelle generazioni future la mancanza di istruzione”.

In quei luoghi tuttavia manca tutto. In primo luogo bisogna mangiare e difendersi dal freddo dei rigidi inverni. Così si portano coperte e cibo, materassi, affinché le persone non dormano a terra nell’umidità, nel fango e nel gelo. “Trasportare i materiali è sempre più difficile, per cui cerchiamo di comprare il più possibile in loco. A Kilis abbiamo anche stipulato una convenzione con un supermercato, diamo dei buoni spesa e le persone vanno in autonomia a comprare i prodotti di cui hanno più bisogno. Questo tipo di sostegno ci ha permesso di entrare a far parte della comunità, con un rapporto di fiducia e stima reciproca, e siamo felici di poter raccontare che molte famiglie che abbiamo aiutato a ripartire ora ce l’hanno fatta”.

L’ultimo anno tuttavia è stato difficile. Per le persone e per la cooperazione internazionale.

Anche in Siria e in Turchia l’emergenza sanitaria ha causato un lockdown e la chiusura delle scuole: “L’impossibilità di muoversi, in comunità che vivono di economia informale come quelle nei campi profughi, ha creato conseguenze più devastanti del Covid. Non ci sono numeri sui contagi, perché nessuno fa i tamponi lì, dove è impossibile mantenere il distanziamento. Inoltre sono tante le malattie diffuse, e spesso hanno sintomi simili, per cui è davvero difficile avere un quadro preciso. Siamo riusciti comunque a portare ai rifugiati dispositivi di protezione, gel igienizzante e soprattutto a spiegare loro cosa stava succedendo, perché in quelle realtà faticano anche ad arrivare le informazioni corrette. Abbiamo continuato a sostenere economicamente le scuole, così che gli insegnanti potessero almeno a portare i compiti agli alunni. In Siria abbiamo fatto arrivare generi di prima necessità, telefoni e ricariche telefoniche per permettere alle persone di mantenere i contatti con familiari e amici, in Turchia anche pacchi di carbone per scaldarsi nell’emergenza freddo”.

Alcune attività dunque non si sono mai fermate, altre sono pronte a ripartire, in Medio Oriente, in Africa, come anche in Europa, nei campi profughi in Grecia: “Vogliamo ricominciare a portare speranza e strumenti concreti a tutte le persone che abbiamo incontrato in questi anni e che continueremo a incontrare”.

Per conoscere meglio le attività dell’associazione si può consultare il sito www.unamanoperunsorriso.org o seguire i progetti sui canali Facebook e Instagram della onlus.

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