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Primavere arabe: il sogno subito spezzato

All'inizio del 2011 i manifestanti nel Nord Africa e in Medio Oriente sono scesi in piazza per chiedere "dignità, lavoro, libertà", a dieci anni di distanza facciamo un bilancio con Michela Mercuri: "I fatti ci dimostrano che siamo ancora in pieno inverno e che dovranno passare molti anni e stagioni prima di parlare di primavera"

Primavere arabe: il sogno subito spezzato

Il 17 dicembre 2010 a Sidi Bouzid, cittadina capoluogo del governatorato omonimo posta nella parte interna e profonda della Tunisia, un ambulante si dava fuoco per protestare contro i soprusi delle autorità. La notizia del gesto, diffusa attraverso Twitter, ebbe l’effetto di un vero e proprio detonatore del malcontento popolare, diffuso soprattutto tra i giovani. Da lì a qualche settimana il presidente Ben Ali, al potere dal 1987, sull’onda delle crescenti proteste fuggì all’estero.

Quelle fiamme di protesta ben presto varcarono i confini nazionali, propagandosi dapprima in Algeria, poi in Egitto, Libia, Siria, Iraq, Yemen, Bahrein, Giordania e Gibuti. Buona parte dei Governi del mondo arabo risentirono delle varie manifestazioni di protesta, che contribuirono alla caduta di Governi molto longevi, quali quelli di Ben Ali in Tunisia, Mubarack in Egitto, Gheddafi in Libia, Saleh in Yemen, e all’innesco della guerra civile in Siria, ancora in corso.

Le conseguenze sono tuttora in atto nelle regioni del Medio Oriente, del vicino Oriente e del Nord Africa a dieci anni da quegli eventi. C’è un processo in divenire che ha avuto battute d’arresto, come l’Egitto di al-Sisi che si configura più spietato e pericoloso di quello di Mubarak, ma anche spinte di apertura, come avvenuto in Tunisia e in Algeria. C’è una Siria dove Assad per ora ha vinto, ma sono rimaste le macerie fumanti e sarà difficile uscirne, e una Libia che ricorda l’Afghanistan dei “signori della guerra”: un Paese spezzato tra Tripoli e Bengasi, ancora armate l’una contro l’altra.

Per capire che ne è oggi dell’esperienza delle cosiddette “Primavere arabe”, abbiamo posto alcune domande alla professoressa Michela Mercuri, docente universitaria e autrice del libro “La primavera araba. Origini ed effetti delle rivolte che stanno cambiando il Medio Oriente”.

Probabilmente ha mille ragioni l’egiziano Ala al-Aswani, tra i più interessanti scrittori mediorientali contemporanei, quando ripete che “il frutto delle primavere arabe deve essere ancora raccolto”. Gli entusiasmi iniziali si arenarono in difficoltà immense e i giovani sempre di più hanno cercato di emigrare. Qual è l’eredità per le nuove generazioni di adulti arabi di quei mesi di 10 anni fa che cambiarono il Medio Oriente?

Anche se, al momento, nessuna delle rivolte arabe ha dato i frutti sperati, il muro del silenzio e della paura è stato abbattuto. Al suo posto non è stato, però, ancora costruito un edificio solido. Il compianto Massimo Campanini (ndr. islamista recentemente scomparso) scriveva: “Le società civili nei Paesi arabi non sono immature, ma deboli”. Da questo punto di vista, le rivolte arabe hanno insegnato che i progetti rivoluzionari hanno bisogno di una struttura partitica che li sostenga e li diriga e questo è mancato ai giovani scesi in piazza nel 2011. In questa assenza hanno trovato spazio i partiti maggiormente organizzati, come i Fratelli musulmani in Egitto, che però non sono stati in grado di rappresentare le istanze delle piazze, con le conseguenze che ben conosciamo. Detta in altri termini, la caduta di un autocrate non è sufficiente a realizzare il cambiamento, ma è necessario, in senso metaforico, “portare la piazza in parlamento”. Se questa lezione sarà appresa dai ragazzi che stanno di nuovo scendendo in piazza in molti Paesi della regione dall’Algeria, alla Tunisia, allora forse potremo dire che “il frutto delle primavere arabe deve essere ancora raccolto” e il nuovo edificio potrà essere costruito su basi solide.

Le speranze dei giovani per un cambiamento e le aspirazioni a maggiori libertà, alla base delle proteste nel 2010-11, hanno lasciato ben presto posto al peso imprescindibile dei clan tribali, delle oligarchie militari e soprattutto della religione, l’islam, in tutte le sue sfaccettature sociali e politiche. Ogni Paese ebbe sviluppi suoi particolari, dove la democrazia ha difficoltà a trovare posto. Guardando a questi dieci anni, non si può certo dire che la regione mediorientale e nordafricana sia più “libera” e “democratica”, ma non si può nemmeno dire che sia più “stabile”.

Se dieci anni fa i principali problemi per molti Paesi arabi erano, per riprendere le parole dei manifestanti del 2011, “dignità, lavoro, libertà”, oggi è anche la stabilità interna a essere una delle piaghe che stanno mettendo in crisi molti Stati della regione. Tra le pieghe dell’instabilità germoglia il terreno fertile per la criminalità organizzata e i gruppi terroristici e per la creazione di forze localistiche, come i gruppi armati di miliziani in Libia, che hanno reso fin qui impossibile qualunque tentativo di stabilizzazione del quadro interno. E’ innegabile che il post-rivolte abbia portato con sé centinaia di migliaia di morti, milioni di sfollati, guerre civili fomentate da guerre per procura di attori esterni e terrorismo diffuso. Sullo sfondo, l’aggravarsi della situazione economica rappresenta un’ulteriore spinta, soprattutto per i giovani, verso la criminalità organizzata e l’attrazione verso gruppi jihadisti. Solo spezzando questo “circolo vizioso” sarà possibile sperare in una maggiore stabilità.

Sul piano socio-economico la situazione dei Paesi dove soffiò il vento delle Primavere arabe è migliorata o peggiorata in questi anni?

Tutti gli indicatori socio-economici sono peggiorati, anche in Tunisia dove, alla “normalizzazione” del processo politico, si accompagna una situazione economica a dir poco preoccupante. La ricchezza pro-capite della regione è inferiore a quella del 2011, lo era già nel 2019 e dunque prima dell’impatto del Covid, che ha portato a un ulteriore calo del 7,5%. Il tasso di disoccupazione in Libia, il Paese storicamente più ricco dell’area, sfiora il 49%. Non va meglio negli altri Stati dove la maggior parte dei disoccupati ha meno di 30 anni. Alle problematiche di lungo corso: corruzione, disoccupazione, inflazione, se ne sono aggiunte altre, dalla già menzionata pandemia al crollo del prezzo del petrolio, e questo non potrà che aggravare la già precaria situazione interna.

Dopo la vittoria nelle piazze in Tunisia e in Egitto, la rivolta si è trasformata in guerra civile in Libia o si è arenata di fronte alla capacità di resistenza dei regimi (Siria, Yemen).  Se in origine prevalsero i tratti comuni, con il passare degli anni sono emerse radicali differenze tra Paese e Paese e sono entrati in gioco (e usciti) molti altri attori: Nato, Europa, Stati Uniti, Turchia, Russia. Quanto pesano oggi gli attori esterni nella pacificazione della Regione?

Le rivolte si sono trasformate ben presto in guerre per procura tra attori esterni interessati al perseguimento dei propri interessi nazionali: armi, petrolio e proiezione geostrategica. La Libia è un caso emblematico. La guerra contro Gheddafi, avallata dalla Nato, è stata voluta dalla Francia per impossessarsi delle risorse del Paese. Nel tempo, però, il disimpegno americano ha lasciato il campo ad altre potenze, specie ai cosiddetti “attori regionali”. Gli Emirati Arabi Uniti, l’Arabia Saudita e l’Egitto sono diventati attori indispensabili nel ridisegnare lo status quo interno. Ma gli spazi vuoti lasciati dagli Usa e da alcuni Paesi europei sono stati riempiti da altre potenze, in particolare Russia e Turchia, in uno scenario molto simile a quello siriano. Entrambi i Paesi hanno investito molto sul terreno in termini militari per sostenere le fazioni in lotta e ora sono presenti in Libia con le loro basi, che difficilmente abbandoneranno.

Per finire, fotografando la situazione oggi in nord Africa e Medio Oriente a quale stagione climatica ci si potrebbe collegare?

I giovani scesi in piazza nel 2011 hanno dimostrato di poter superare “quel senso di impotenza ad agire per affermare la propria volontà” che era la cifra dell’infelicità araba, magistralmente descritta da Samir Kassir (ndr. giornalista libanese ucciso in un attentato). E’ stato un grande passo avanti, necessario ma ancora non sufficiente. I fatti ci dimostrano che siamo ancora in pieno inverno e dovranno passare molti anni e molte stagioni prima di parlare di primavera.

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