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Profughi siriani, Sos dalla Giordania: “Non dimenticateci". Reportage esclusivo

Il drammatico appello arriva dai siriani fuggiti dalla guerra e rifugiati in Giordania in condizioni difficilissime. Famiglie cristiane e musulmane sopravvivono solo grazie agli aiuti della Caritas giordana

Parole chiave: giordania (7), siria (58), profughi (222), guerra (83)
Centro raccolta nel campo profughi

“La Giordania ha ora un milione e 200 mila rifugiati siriani su sei milioni di abitanti...! E sta raggiungendo un punto di saturazione pericolosissimo! D’altra parte i confini rimangono aperti per il flusso continuo di rifugiati che continuano a scappare dall’orrore di una guerra civile che ha già fatto 115 mila morti e 4,25 milioni di dispersi interni, senza casa, senza cibo, senza acqua, senza cure sanitarie (dati delle agenzie delle Nazioni Unite, ndr) e i siriani si aggiungono ai 500 mila rifugiati iracheni che erano già qui dalla guerra del Golfo. Abbiamo anche sudanesi e somali, senza pensare alle prime ondate di palestinesi...”, mi dice Laith Eskandar, coordinatore dei team che vanno sul territorio a monitorare i bisogni delle famiglie rifugiate del “Jesuit Refugee Service” giordano. E’ un giovanottone alto e robusto, ma la voce s’incrina quando parla dell’educazione di migliaia di bambini siriani rifugiati. “Il governo giordano ha dato la possibilità di entrare nelle scuole pubbliche ma in realtà essi hanno perso già due anni di scuola in Siria per bombardamenti o chiusure. Qui il sistema scolastico è diverso, l’integrazione è difficile, le classi sono sovraffollate. E poi ci sono i libri, i quaderni, il trasporto... le famiglie rifugiate sono scappate senza soldi... il risultato è che molti bambini non vanno a scuola e le famiglie cercano di mandarli a lavorare per raggranellare qualche soldo. Non parliamo di scuola superiore o università... si è persa una generazione!”. Secondo l’ultimo rapporto 2013 Unicef, più di un milione di bambini ha lasciato la Siria, 4.000 non accompagnati o orfani e il 56% è in Giordania.
Adozioni famigliari e preghiera
Prendo un taxi giallo e, salendo e discendendo le colline di Amman, tra un caotico traffico, arrivo alla Caritas Giordana. La Caritas italiana ha aperto una campagna di adozioni familiari “Le famiglie del mondo per le famiglie della Siria”, ma spiego a Wael Sleiman, responsabile della Caritas Giordana, che questa campagna fatica a partire ed allora, come toccare un po’ la sensibilità di famiglie italiane già stressate dalla crisi? “Ogni giorno vedo centinaia di famiglie che hanno perso tutto, casa, famiglia, hanno perso il passato ed anche il futuro... allora ognuno deve pensare che cosa può fare, ognuno è importante per il suo contributo, materiale e di preghiera... sentirsi responsabile anche dell’altro, anche se vive in un altro paese, sentire che questa situazione tocca anche me perché siamo tutti un’unica grande famiglia, figli di un solo Padre. Ogni giorno, di fronte alla situazione siriana, dico che c’è ancora Gesù che grida sulla croce e dobbiamo rispondere a quel grido. Ci sono tanti modi per farlo, non solo economici. Dico a tutti: «Ricordateci, noi viviamo con gente che ha perso la speranza e la fede... non sapevo che cosa dire ad un bambino di sei anni che mi ha detto: “Ho perso il papà, la sorella, mia mamma mi ha portato in Giordania camminando per 30 km... ma Dio esiste?». La mia sola risposta è la mia vita e far sì che insieme possiamo fermare questa tragica guerra”. La sua vita la sta dando veramente, coordina un piccolo “esercito umanitario” di 270 persone impiegate e molti volontari siriani e giordani, divisi in sei centri Caritas, dal nord al sud della Giordania, nei punti più “caldi”: Amman, Irbid, Mafraq, Zarqa, Balqa, Jerrash.
Leith, uno dei tanti giovani che vi lavorano, mi spiega che oggi assistono quasi 200 mila persone con distribuzione di voucher per cibo, coperte, stufe, hanno convenzioni con ospedali per un’assistenza medica di base e prima distribuzione di medicinali, seguono doposcuola di aiuto alla scolarizzazione, sostengono con psicologi le persone traumatizzate ed hanno team che girano per monitorare le condizioni delle famiglie.
Tra i rifugiati
Il giorno dopo, con Wasim, inizio il mio “giro tra le famiglie rifugiate”. Wasim è lui stesso rifugiato, arrivato da quasi due anni da Aleppo con moglie e due figlie, cristiano-latino, si è posto immediatamente al servizio volontario della Caritas. Ricorda con grande sofferenza la sua “bellissima Aleppo ora distrutta da bombardamenti e mortai”. Il suo dolore è molto forte perché, come molte famiglie siriane cristiane ci diranno, “non c’è prospettiva di ritorno… anche se non sparassero più le armi, saremmo ancora più minoranza... tutto sarà cambiato dopo... e non ci resta che pensare ad emigrare!”. Intanto, con gli occhi lucidi, mi aiuta ad aprire porta dopo porta e a tradurre le testimonianze. S. e R. sono una giovane coppia siriana-cristiana di Homs, “città che abbiamo lasciato un anno e tre mesi fa dopo che una bomba è scoppiata mentre andavo a trovare i miei genitori ferendomi una gamba - mi racconta l’uomo -, e due sono esplose al lavoro”. Nonostante il Governo giordano abbia proibito, a chi è registrato come “rifugiato provvisorio”, di lavorare (per non alzare ancora di più la tensione con i locali), S. lavora un po’ in nero, ma i soldi non bastano per pagare l’affitto altissimo di due fredde stanze. Apriamo un’altra porta e si presenta una famiglia cristiano-siriana di sette persone di Homs. La madre racconta il sangue, la paura che ha visto in città, l’esplosione provocata nella sua casa dal vicino islamico diventato “nemico” con l’inizio della crisi, la figlia 18enne non va a più a scuola, ricorda di aver visto uccidere dietro la sua scuola un reporter francese, mentre il ragazzo 15enne ha visto morire molti compagni di scuola. Una famiglia dopo l’altra, una lunga sequenza di voci che raccontano gli orrori di una guerra civile e la miseria di vivere da rifugiati . “Avevo un supermarket a Damasco - mi dice B. - ora raccolgo lattine di coca cola per  le strade di Amman...”.
Donne e molti bambini
Alla sera mi rimane il sorriso innocente di una bambina  nata due mesi fa, che ha già cambiato alloggio 4 volte, sfrattata perché i genitori non possono pagare l’affitto. Il giorno dopo l’auto della Caritas corre verso un popoloso quartiere di Amman e le porte di molte famiglie musulmane rifugiate si aprono. Un piccolo imprenditore, 4 figli, racconta: “Ad Aleppo ho avuto paura, i bombardamenti, i rapimenti erano all’ordine del giorno, ho avuto paura per le mie figlie adolescenti e sono scappato”. Un’altra porta di un rabberciato appartamento si apre, appaiono due donne, la nonna e la giovane madre con 7 bambini (i due di 10 e 12 anni lavorano in nero). Sono scappati dalla periferia di Hama perché la casa è stata bombardata, il marito è in Siria a combattere, vivono grazie alla Caritas. Poche scale ed ecco altre quattro donne con 9 bambini. Nessuno va a scuola, una donna con tre figli è arrivata dal campo di Za’atari da pochi giorni, troppo freddo sotto le tende… la stufetta della Caritas, al centro della stanza, manda un po’ di calore. Altre scale, un terrazzo e una famiglia molto dignitosa, proveniente dalla periferia di Damasco, che con tre figli vive proprio su quel terrazzo, coperto dalla tenda Unchr (l’Alto Commissariato Onu per i rifugiati), e paga l’affitto anche del box in lamiera che serve da bagno.
La testimonianza dei cristiani
Arriviamo al confine siriano, a Mafraq, porta d’ingresso principale del flusso di rifugiati perché il confine è appena a 20 km e a volte si sentono le esplosioni. Il grande campo profughi di Za’tari che ospita 190 mila persone è a 12 km da qui. La nostra fermata è alla chiesa cristiano-latina di S. Giuseppe, punto di aggregazione di 2.000 cristiani su una regione di 60 mila musulmani. Sul sagrato una lunga fila di uomini, donne, bambini attende la distribuzione di coperte e stufette a gasolio. Un vento freddo penetra nelle ossa, mi fermo a parlare con un gruppetto di donne. Molti dei loro uomini sono ritornati in Siria, sono sole, una mi abbraccia e piangendo mi dice che ha perso figlio e marito, “inshallah”. Padre Francesco ci aspetta. “Grazie a Dio – racconta – siamo una piccola minoranza cattolica, 2.000 cristiani tra 60mila musulmani, ma ora stiamo assistendo 30mila famiglie musulmane con 30 giovani volontari”. Sorride e convinto aggiunge: “E’ una piccola testimonianza cristiana, questo ci chiede il Vangelo, in questa ora, in questo confine di guerra! Pregate per noi”.
Ricordateci, pregate per noi, non lasciateci soli, sono le parole risuonate più frequentemente, ancora di più della parola “aiutateci”. L’eco del “non lasciateci soli”, famiglie italiane, Caritas italiana, Caritas Treviso, mi insegue ritornando, oltre il Giordano, in queste terre attraversate da continui conflitti, dove si fatica a pensarle percorse da Gesù, ma così è stato 2000 anni fa. Qui è nato, qui è vissuto, da qui ha chiesto “pace per tutti gli uomini di buona volontà”. (Amman, gennaio 2014)

Profughi siriani, Sos dalla Giordania: “Non dimenticateci". Reportage esclusivo
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