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Proteste e violenze in Bosnia vent'anni dopo la guerra

L'arcivescovo di Sarajevo, il cardinale Vinko Puljic, non ha dubbi: "I mali di oggi hanno la loro radice negli Accordi di Dayton che hanno fermato la guerra ma non hanno contribuito a creare democrazia e convivenza pacifica".

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Proteste e violenze in Bosnia vent'anni dopo la guerra

Dilaga la protesta in Bosnia ed Erzegovina dove migliaia di manifestanti dal 5 febbraio scendono in piazza contro la disoccupazione, la corruzione e l’inefficienza della classe politica che ritarda le riforme. Cominciati a Tuzla mercoledì scorso, i tumulti sono subito dilagati anche in altre città come Mostar, Kakanj, Brèko, Sanski Most, Prijedor, Banja Luka, Graèanica, Bihaæ, Zavidoviæi, per arrivare nella capitale Sarajevo. Forti in particolare nella Federazione di Bosnia Erzegovina, una delle due entità in cui il Paese è diviso dagli accordi di pace di Dayton del 1995, le manifestazioni hanno ricevuto solidarietà anche in Republika Srpska, l’entità a maggioranza serba. In prima linea i giovani e gli operai di diverse aziende che in passato davano lavoro a migliaia di persone, e che oggi, dopo sospette privatizzazioni, sono sull’orlo del fallimento. Una protesta sociale massiccia, sfociata nella violenza, come mai si era verificato nella Bosnia del dopoguerra (1995), e in qualche modo annunciata. I manifestanti si sono scontrati con la polizia, hanno lanciato sassi e uova, assaltato e demolito i palazzi e le sedi dei governi locali a Tuzla, Sarajevo, Zenica e Mostar. A Sarajevo è stato appiccato il fuoco anche alla sede della presidenza collegiale. Scene che ricordano la guerra e non certo i Giochi olimpici invernali, che si sono svolti esattamente trent’anni fa nella capitale bosniaca.

Due crisi annodate

Sullo sfondo un Paese che, devastato dalla guerra (1992-95), non è riuscito a tornare nemmeno al livello di sviluppo precedente al conflitto. Il tasso di disoccupazione ufficiale sfiora il 30%, ma quello giovanile sale al 60%. Solo nel cantone di Tuzla vi sono 100mila disoccupati contro gli appena 80mila occupati. Senza dimenticare che la Bosnia è il fanalino di coda tra i Paesi della ex Jugoslavia nel cammino di adesione all’Ue a causa, secondo molti analisti, dell’indifferenza dei leader politici “verso i problemi della gente”. Una visione condivisa anche dal presidente di turno della presidenza tripartita bosniaca, Zeljko Komsic, per il quale i responsabili dei “problemi che si accumulano da anni” sono proprio i politici. Crisi sociale e politica sono strettamente legate al punto che c’è già chi parla di “Primavera bosniaca” come Zdravko Grebo, docente all’università di Sarajevo e attivista per i diritti umani e il regista, premio Oscar per “No man’s land”, Danis Tanoviæ. Quale esito e quale cambiamento potranno avere queste proteste è presto per dirlo. Movimenti come quello della rivoluzione dei bebé (bebolucija), nato lo scorso anno per denunciare lo stallo istituzionale che impediva di tutelare i diritti dei nuovi nati, sono presto scomparsi dalla scena pubblica e la stessa cosa è accaduta anche ad altri in anni precedenti. Ma questa volta la rabbia sembra montare in tutto il Paese anche se le violenze, che pure hanno fatto rivivere le scene drammatiche della guerra che provocò 100mila morti e 2 milioni di profughi, non hanno evidenziato, almeno fino a questo momento, connotazioni o divisioni etniche.

Subito nuove elezioni

Quelle in corso, afferma l’arcivescovo di Sarajevo, il cardinale Vinko Puljic, “sono rivolte figlie delle elezioni del 2012 e soprattutto degli accordi di Dayton (del novembre-dicembre 1995 che hanno messo fine a tre anni e mezzo di guerra in Bosnia, ndr). Accordi che hanno segnato la divisione del Paese nell’indifferenza della comunità internazionale”. L’attuale governo, prosegue il cardinale, “non vuole ascoltare il popolo che ora sta protestando. Tuttavia si tratta di una reazione scomposta, distruttiva che non porta a nessun risultato positivo. Tanta distruzione che non ha nulla a che vedere con la protesta democratica. Per questo ho esortato ieri sera i manifestanti alla calma”. Per l’arcivescovo di Sarajevo “la via di uscita a questo stato di cose è andare a nuove elezioni anche con l’aiuto della comunità internazionale”. L’attuale sistema politico, infatti, “non è in grado di rispondere alle richieste legittime del popolo che non chiede altro di avere uno Stato in cui tutti i cittadini siano uguali, in cui la giustizia, la sanità, le scuole funzionino, in cui ci siano programmi di assistenza, di formazione e di lavoro”. “I mali della Bosnia di oggi - ribadisce il card. Pulijc - hanno la loro radice negli accordi di Dayton che hanno fermato la guerra ma non hanno contribuito a creare democrazia e convivenza pacifica”.

Fonte: Sir
Proteste e violenze in Bosnia vent'anni dopo la guerra
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