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Putoto (Cuamm): "Immunizzare l'Africa, per tre motivi"

61 anni, originario di Spresiano, ora vive con la famiglia a Padova, ed è responsabile programmazione di Medici con l’Africa Cuamm, organizzazione che compie 70 anni.

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Putoto (Cuamm): "Immunizzare l'Africa, per tre motivi"

Di emergenze sanitarie, negli ultimi vent’anni, ne ha viste tante. Dall’eccidio in Rwanda alla guerra del Kosovo, passando per l’epidemia di ebola nel 2014 e ora il Covid. Giovanni Putoto, 61 anni, originario di Spresiano, ora vive con la famiglia a Padova, ed è responsabile programmazione di Medici con l’Africa Cuamm. Medico, sposato con Francesca Barbon di Arcade e padre di quattro figli, ha spesso le valigie in mano per visitare operatori e progetti dell’ong cattolica padovana, che lo scorso anno ha compiuto 70 anni. Ha gestito in prima persona situazioni difficili e complicate, l’ultima in ordine temporale, l’epidemia di ebola in Sierra Leone. Lo abbiamo raggiunto, dopo il suo ultimo viaggio, per porgli qualche domanda.
Cosa significa gestire la sanità in Paesi poveri oggi nel pieno della pandemia?
Questa è un’emergenza sanitaria che, come le altre, ci porta a rispondere a una minaccia, a tutelare gli operatori sanitari e la popolazione, mantenere i servizi, coinvolgere la comunità. Implica un grandissimo sforzo logistico in contesti inimmaginabili per il nostro modo di vivere.
Il rischio più grande è che molti Paesi poveri tornino indietro annullando i risultati di 10-15 anni …
Tre dati di sintesi permettono di inquadrare la sanità in Africa oggi. Primo dato, l’età media della popolazione: in Italia 83 anni, in Sierra Leone 30 anni in meno. Secondo dato, quanto spendiamo in media pro-capite all’anno in sanità: in Italia 3mila dollari (in grandissima parte sostenuti dalla fiscalità generale), in Uganda 50 dollari. Terzo dato, il numero dei medici: in Italia 4 ogni mille abitanti, nella media dell’Africa sub-sahariana 0,8 ogni mille abitanti. E così, in molti Paesi in via di sviluppo (non solo dell’Africa), l’accesso ai servizi sanitari rimane ancora oggi fortemente ostacolato dal peso finanziario legato alle spese dirette a carico dei pazienti, dalla carenza di strutture e di personale.
Ricorrono i 70 anni del Collegio universitario aspiranti medici missionari, o più semplicemente Cuamm. Quali sono le sue origini?
L’idea fu di un giovane di Vicenza, Francesco Canova, figlio di operai della Lanerossi. I Marzotto credettero nelle sue capacità e lo sostennero negli studi. Nel ’33 si laureò in medicina. Nel dopoguerra il giovane medico capì che il futuro dell’Italia - e anche della Chiesa - era quello di guardare fuori, oltre, lontano… e pensare che il mondo è grande. Così, convinse il vescovo di Padova ad aprire il Cuamm, cioè un collegio per ospitare studenti africani e italiani e prepararli ad andare poi in Africa. L’idea del collegio si è così evoluta e dal 1972 il Cuamm è anche una ong.
E i suoi obiettivi?
Sono racchiusi in questo nome: Medici con l’Africa. Innanzitutto “medici”: siamo operatori sanitari, in gran parte medici, ma non solo: ci sono anche tecnici, infermieri, amministrativi… a supporto dell’attività sanitaria. E poi “con l’Africa”: perché è il continente più povero e fragile dal punto di vista sanitario. Il “con” significa lo stile: vuol dire condivisione e responsabilità condivisa. Basta pensare che nella provincia di Treviso forse ci saranno 100 ortopedici: l’Etiopia, un Paese con 110 milioni di abitanti, ne ha 50 in tutto. Nel Sud Sudan, che è due volte l’Italia, non c’è un ginecologo e vi è una sola ostetrica per 20 mila mamme. In tutta la Sierra Leone, con 7 milioni di abitanti, ci sono solo 4 ginecologi. In Centrafrica, dove il Papa ha aperto la Porta santa, ci sono solo sei pediatri. In Mozambico, Paese di 30 milioni di abitanti, ci sono solo due neonatologi. In Sierra Leone c’è solo un anestesista… Paesi che dal punto di vista sanitario sono veramente fragili.
Cosa vi hanno insegnato questi 70 anni?
Bisogna entrare nei Paesi bussando alla porta e chiedendo permesso, perché non è il nostro Paese. Accostandosi alle autorità del posto, alle comunità e ai colleghi del posto. Fare insieme l’analisi dei bisogni, elaborando e attuando insieme i progetti.
Oltre al Covid-19 ci sono altri fattori di criticità in Africa?
Certamente gli eventi climatici estremi e le carestie determinano forti criticità per le popolazioni africane, a cui a volte si aggiungono migrazioni a causa di guerre e violenze. La guerra è l’emergenza peggiore che il Cuamm continua ad affrontare, soprattutto in Paesi come il Sud Sudan, la Repubblica Centrafricana o l’Etiopia, dove una spirale difficile genera grandi masse di sfollati e rifugiati. Purtroppo, negli ultimi mesi dobbiamo constatare una recrudescenza della violenza e peggioramento delle condizioni per i nostri operatori in Sud Sudan. Dopo l’attacco ad aprile al neo-vescovo di Rumbek il vicentino Christian Carlassare, due operatori locali sono morti tragicamente a inizio giugno nell’area occidentale della contea di Yirol West, Lakes State (Sud Sudan), a seguito di un’imboscata. Attualmente, il progetto in Sud Sudan (ndr Paese di recente costituzione che sta vivendo una fase di transizione verso una pace stabile) è il più grande e importante gestito dal Cuamm in Africa.
Al recente G7 in Cornovaglia di metà giugno l’Africa è stato uno dei temi in agenda, e poi ripreso anche al G20 di Venezia. Perché l’Europa dovrebbe adottare un approccio multilaterale e di cooperazione con questo continente?
Per tre ragioni. La prima di ordine etico, in quanto il vaccino, che è un bene pubblico, non dovrebbe essere soggetto a brevetti. Inoltre, abbiamo che attualmente il 16 per cento della popolazione mondiale ha a disposizione oltre il 55 per cento dei vaccini disponibili. La seconda è di tipo medico. Se tu non vaccini il tuo vicino di casa, continueranno a generarsi delle varianti. La conseguenza potrebbe essere che una di queste varianti potrebbe essere resistente ai vaccini esistenti. La terza è di tipo economico. Se noi teniamo una parte del mondo fuori dall’accesso al vaccino i danni economici, che sosteremmo noi Paesi occidentali, saranno molto più grandi rispetto ai fondi da destinare per portare anche le popolazioni africane all’accesso ai vaccini.
Infine, i cittadini e le comunità come possono agire per aiutare l’Africa?
Siamo alla terza ondata e la maggior parte di noi italiani è vaccinata. Partendo da questa consapevolezza e privilegio che ci riguarda tutti, abbiamo pensato di promuovere la campagna “Un vaccino per noi” con lo scopo di portare il vaccino a 20 mila medici e operatori sanitari nei Paesi in cui l’ong è presente in Africa, perché possano operare in sicurezza. Il Cuamm chiede che per chi si è vaccinato ci sia un contributo di 10 euro per garantire la logistica, la formazione del personale, sistemi di refrigerazione per la conservazione dei vaccini, materiale sanitario (cerotti, disinfettanti, cotone, …) e un sistema di registrazione delle persone vaccinate. Come Cuamm vorremmo impegnarci in questo ultimo miglio trasformando il vaccino in vaccinazione.

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