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Riflessione: dal grazie a Manaus alle nuove sfide

In Amazzonia incontriamo poi diversi “volti” di Chiesa; una poliedricità che esprime la bellezza della chiesa universale

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Riflessione: dal grazie a Manaus alle nuove sfide

“L’amata Amazzonia si mostra di fronte al mondo con tutto il suo splendore, il suo dramma, il suo mistero” (QA 1). Di fatto, la Pan-Amazzonia è realtà multietnica, multiculturale e multireligiosa. Diversi popoli hanno saputo adattarsi e convivere nel territorio, costruire e ricostruire la loro cosmo-visione, i loro segni e significati, e la visione del loro futuro. I volti che abitano l’Amazzonia sono, dunque, variegati in pluralismo etnico e culturale che rispecchia la bellezza e al tempo stesso la fatica della convivenza fraterna tanto auspicata nel nostro mondo contemporaneo. E’ pluralismo che apre all’ascolto e al dialogo con i popoli originari, con gli abitanti delle rive dei fiumi, con i contadini afro-discendenti; è dialogo che apre al confronto e alla collaborazione con altre Chiese cristiane e di altra denominazione religiosa, con le organizzazioni della società civile e i movimenti sociali popolari, ma anche con tutte le persone di buona volontà che cercano la difesa della vita, l’integrità del creato, la pace e il bene comune.

L’Amazzonia è un amalgama di credo, per lo più cristiani; a volte, con facilità, il popolo di Dio frequenta una chiesa o un’altra. Riscoprendo il grande dono della Parola di Dio, viene stimolato a una continua conversione, a rivedere stili di vita, a riscoprirsi “discepoli” di Gesù.
Proprio da questo dialogo e a partire dalla Parola di Dio, anche la Chiesa è chiamata a rimettersi in discussione, a riconoscere i suoi errori, a rivedere la sua azione pastorale e di evangelizzazione, a interrogarsi sulle grandi sfide dell’umanità, sulle ingiustizie e soprusi, sulla necessità di un impegno concreto e profetico per la difesa della “casa comune”. Tuttavia, l’Amazzonia ci presenta una bellezza ferita, un luogo di dolore e violenza. Tante sono le strutture di morte, di esclusione, di prevaricazione e corruzione.
Gli attentati contro la natura hanno conseguenze per la vita dei popoli e riversano conseguenze su tutto il creato: appropriazione e privatizzazione di beni naturali, mega-progetti non sostenibili, corruzione, inquinamento causato dall’industria estrattiva e dalle discariche urbane, il cambiamento climatico. Si tratta di minacce reali che producono gravi conseguenze sociali: malattie derivate dall’inquinamento, traffico di droga, gruppi armati illegali, alcolismo, violenza contro le donne, traffico e tratta di esseri umani, vendita di organi, migrazioni forzate, perdita della cultura originaria e dell’identità.

Nella regione amazzonica si verificano grandi flussi migratori, specchio di quanto avviene a livello globale. In primo luogo, i casi di mobilità dei gruppi indigeni in territori a circolazione tradizionale, separati da frontiere nazionali e internazionali. In secondo luogo, lo spostamento forzato di popoli originari, contadini e popolazioni che vivono sulle rive dei fiumi, espulsi dai loro territori, la cui destinazione finale coincide con le zone più povere delle periferie urbane. In terzo luogo, la migrazione interregionale forzata e il fenomeno dei rifugiati che, costretti a lasciare i loro Paesi (tra gli altri, Venezuela e Haiti), devono attraversare la foresta come corridoio migratorio.

In Amazzonia incontriamo poi diversi “volti” di Chiesa; una poliedricità che esprime la bellezza della chiesa universale: una Chiesa dal volto indigeno e una dal volto afro-discendente; una Chiesa inserita nel contesto urbano e una in contesto rurale, la Chiesa del “popolo della strada” e quella delle popolazioni dei fiumi, la Chiesa con volto “dei migranti” e quella e con volto “giovane”, la Chiesa delle “comunità di base” e quella con volto “carismatico”, Chiesa sinodale, “tutta ministeriale” e con volto femminile, Chiesa che ha accolto missionari da tutto il mondo e in ricerca della sua propria missionarietà permanente, Chiesa di testimoni e di martiri che hanno dato e perso la vita. E’ una Chiesa che ricerca e vive la comunione nella pluralità, ma che pure cerca di trovare vie di evangelizzazione che rispondano alle diverse esigenze, che “cammina insieme”, ma anche cosciente della necessità di esprimersi e lasciar esprimere ciascuno “nella propria lingua”.

La Chiesa di Treviso condivide il cammino con la Chiesa presente in Amazzonia fin dal 1996 e continuerà, non da sola, ad aprirsi a nuove sfide, a nuovi orizzonti, rispondendo all’appello di papa Francesco, citato qui sopra dal Vescovo: “Questa pressante necessità mi porta ad esortare tutti i Vescovi... non solo a promuovere la preghiera per le vocazioni sacerdotali, ma anche a essere più generosi, orientando coloro che mostrano una vocazione missionaria affinché scelgano l’Amazzonia” (QA 90). Innanzi a noi si aprono, dunque, nuovi orizzonti e sfide in continuità con il cammino condiviso proprio con la Chiesa di Manaus. A questa Chiesa sorella che ci ha accolti, accompagnati, formati, rigenerati nella fede, che ci ha riannunciato il Vangelo con la vita di uomini e donne testimoni del Regno, dobbiamo molto.

E se continuiamo a credere che vale la pena impegnarci fiduciosi verso nuove sfide dell’evangelizzazione, è anche perché con quella Chiesa di Manaus abbiamo camminato, abbiamo imparato a sognare insieme, a volte anche a soffrire insieme. Continuare a credere nella missione, accogliendo l’invito di papa Francesco per l’amata Amazzonia, è frutto maturo di quel cammino che ci ha portati a sentire un po’ più nostri quei “sogni di una Chiesa” (QA 7) che il Papa ha intravisto per l’Amazzonia, ma forse anche con uno sguardo più universale e che in qualche modo ci coinvolge e ci raggiunge.

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