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Rompicapo somalo

Da decenni ormai il Paese del Corno d’Africa appare fuori controllo, frammentato in clan e in preda al terrorismo islamico di Al-Shabab. Intervista al vescovo di Gibuti e amministratore di Mogadiscio, il padovano Giorgio Bertin

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Rompicapo somalo

a situazione politica in Somalia assomiglia a un rompicapo in legno composto di tanti pezzi. Un po’ come potrebbe essere il tangram, fatto di parti di forma e colori diversi, per la cui composizione ci si attiva in un andirivieni di tentativi, con qualche pezzo che rimane sempre fuori!

Il dato da cui partire è la balcanizzazione del Paese in una serie di amministrazioni regionali semi-autonome, sotto la supervisione di un Governo federale con sede nella capitale, Mogadiscio.
La Somalia è un ex colonia italiana e britannica, che dopo l’indipendenza nel 1960 ha subito un progressivo disfacimento dello Stato, diviso tra clan rivali e signori della guerra, segnato da una pesante eredità coloniale e dal persistente sottosviluppo. Di fatto, un Paese spesso identificato come “stato fallito”, dopo quarant’anni di guerra civile che hanno tolto qualsiasi apparenza di governabilità interna, per non parlare del posizionamento a livello internazionale.

Un rompicapo che sembra un labirinto senza via d’uscita, con il continuo sangue versato in lunghe guerre civili e una rinnovata tribalizzazione della società, che ha consentito al fondamentalismo islamico di Al-Shabab (gruppo somalo legato ad Al Qaeda) di stabilirsi al suo interno. Una spirale di violenza che appare senza via d’uscita e che si sta propagando anche in alcune zone di confine con Kenya ed Eritrea.

La Somalia era un tempo una delle tappe della via della seta che collegava l’Europa meridionale alla Cina. Oggi, pur continuando ad avere una posizione strategica, resta per tante ragioni uno dei Paesi più tormentati del mondo. Con un sistema elettorale indiretto complesso, il 10 ottobre si terranno le elezioni presidenziali, cercando in questo modo di porre fine a un lungo stallo politico nel Paese del Corno d’Africa.
Ciò avviene mentre i militanti di Al-Shabab stanno introducendo l’arabo come lingua di insegnamento e di comunicazione nelle zone sotto il suo controllo, specialmente nella Somalia centrale e meridionale. Nel Paese comunemente si parla il somalo e, nelle istituzioni, a volte si usa l’inglese. Alcuni anziani parlano ancora l’italiano, che hanno studiato nelle scuole che l’Italia aveva creato.

Per aiutarci a capire la situazione nel cosiddetto Corno d’Africa abbiamo posto alcune domande a mons. Giorgio Bertin, frate minore, originario di Galzignano Terme, da 20 anni vescovo del piccolo Gibuti (grande come la Lombardia) e da 30 anni amministratore apostolico della Somalia.

Mons. Bertin, ci può raccontare brevemente la situazione a Gibuti, un piccolo Paese di soli 900mila abitanti, incastonato tra Somalia ed Etiopia?
Gibuti gode di stabilità almeno dal 1999, quando divenne presidente Ismail Omar Guelleh, che è tuttora alla guida del Paese. Se in origine la sua economia era basata sull’allevamento di capre e cammelli, a partire dall’indipendenza nel 1977, e soprattutto a partire dal 2001, vive sul settore terziario, basato sul porto (che di fatto è il porto dell’Etiopia, un Paese con più di 100 milioni di abitanti ma senza sbocco al mare) e sull’affitto di basi militari straniere, tra cui quella francese, americana, italiana e anche cinese!

In un Paese composto in stragrande maggioranza da musulmani sunniti (96%), e dove i cattolici sono circa 5mila, come si vive?
I cattolici sono al 95% stranieri, qui per motivi di lavoro: vengono dall’Africa, Europa, e Asia. Ma di solito non ci stanno molto, uno o due anni. Il Paese è interamente musulmano, ma abbiamo libertà di culto.
La nostra opera di cattolici è molto apprezzata, soprattutto per le nostre scuole e la nostra Caritas. Se avessimo più personale e mezzi finanziari potremmo fare anche di più...

Il Paese ha goduto negli ultimi decenni di una apprezzabile stabilità politica che ha favorito un buon livello di coesione sociale e uno sviluppo economico. Quale ruolo svolge Gibuti per la stabilità dell’area?
A Gibuti si trova la sede dell’Igad (Intergovernmental authority on development), che raggruppa i Paesi del “grande” Corno d’Africa: Somalia, Gibuti, Etiopia, Eritrea, Sudan, Kenya e Uganda. E’, inoltre, la sede di varie forze militari per la lotta contro la pirateria somala. Sotto l’intelligente guida del suo presidente, Gibuti vorrebbe essere una Dubai o una Singapore dell’Africa Orientale.
Pur essendo un Paese piccolo, può fare l’ago della bilancia tra le varie tensioni esistenti nei Paesi vicini, Somalia, Yemen ed Etiopia. Come amano dire i suoi dirigenti, a Gibuti confluiscono insieme la presenza africana, araba ed europea. La stabilità del Paese è un “servizio” che risulta molto utile per i Paesi vicini. Oltre alle basi militari, basti pensare alla presenza del Wfp (ndr, programma alimentare delle Nazioni Unite), con uno stoccaggio di beni alimentari pronti per gli Stati vicini in situazione di guerra o di carestia.

Non altrettanto possiamo dire per la vicina Somalia, prostrata da una lunga guerra civile e ripetutamente ferita da violenze e attacchi terroristici, sia a terra che in mare…
Certamente: è da più di trent’anni che la Somalia non conosce né tranquillità né pace. E’ vero che sotto il regime di Siad Barre (1969-1991) si era instaurata una dittatura, ma questa aveva permesso almeno una certa sicurezza. Con il crollo del suo regime, siamo finiti nell’anarchia e chi ha pagato di più è stato il popolo somalo, costretto a migrazioni interne (circa 2.700.00) o esterne (i rifugiati sono circa un milione). Senza un’autorità centrale, la Somalia si è divisa e spesso è finita nell’anarchia a profitto di individui più “intraprendenti” o di clan o di movimenti islamisti: tutti questi, mi ripeto, tengono in ostaggio il popolo somalo, a causa dei loro interessi particolari.

Una matassa ingarbugliata, in cui si intrecciano moltissimi fili, alcuni tirati da forze locali, altri da forze straniere. In questo rompicapo quali sono gli interessi in gioco?
Oltre agli interessi locali, il Paese è in balia di interessi esterni. Circa le forze straniere, non voglio fare nomi, ma esse a me sembra che siano alle ricerca di affermare se stesse e la loro politica, più che interessarsi alla rinascita di uno Stato stabile, giusto e pacifico.

Da sempre, la società somala è divisa in clan. Come gioca questa frammentazione nell’instabilità della Somalia?
I clan erano la realtà prima della colonizzazione, quando non c’era uno Stato. Con il crollo del 1991 sono risultati l’unico punto di riferimento per i suoi cittadini. Però, questo non aiuta a ricreare una Nazione che ha bisogno di stabilità e di sicurezza. Troppi individui, all’interno dei singoli clan, cercano di affermare se stessi e di arricchirsi a spese della propria popolazione.

Quanto locuste e calamità naturali (siccità, alluvioni) aggravano l’instabilità politica e sociale del Paese?
Mancando uno Stato che possa far fronte a siccità, inondazioni e locuste, è chiaro che i singoli clan o i singoli Stati federali non possono rispondere in modo appropriato a queste calamità che li oltrepassano. Per me, le calamità naturali sono come un appello all’unione e alla cooperazione.

Che cosa servirebbe alla Somalia oggi per una pace duratura?
Riconciliazione e condivisione dei beni e delle risorse che pur si trovano tra il mare, l’allevamento, e l’agricoltura, per non parlare del turismo e del petrolio, che sembra essere presente soprattutto offshore.

Esiste ancora una comunità cristiana in Somalia?
Praticamente no. Ci sono singoli cristiani, pochissimi somali e stranieri (prima del 1991 eravamo circa 2mila), ma che per la fragilità dello Stato non possono praticare la propria fede. Noi cerchiamo di tenere viva la loro fede con diverse forme di contatto. La presenza della Caritas Somalia e di altre organizzazioni umanitarie cattoliche è un altro modo di esseri presenti come Chiesa.

Quale impatto ha il Documento sulla Fratellanza umana firmato da papa Francesco e il Grande Imam Ahamand al-Tayyb sui cristiani somali?
Non è conosciuto. Quelli di Al-Shabab lo hanno anche pubblicamente rifiutato. Le varie autorità sono troppo timorose per poterlo prendere in considerazione.

Il dialogo interreligioso è possibile?
Solo quello della vita e delle opere attraverso le organizzazione umanitarie cattoliche.

Quale atteggiamento hanno i somali nei confronti dei cristiani?
Purtroppo gli islamisti hanno seminato odio verso i cristiani e quindi chi non è istruito o non ha incontrato cristiani ci diffida o ci odia. Troppo timorose restano le leadership, anche di chi ha studiato ed è stato residente all’estero, particolarmente in Paesi di tradizione cristiana.

E, infine, quanto pesa la questione migranti in questa parte del mondo?
Molti sono gli sfollati somali e i rifugiati. All’interno di alcune zone del Paese transitano migranti da altre parti dell’Africa, soprattutto dall’Etiopia, verso lo Yemen e i Paesi della penisola Araba.

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