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Russia, la crisi spinge la protesta

In molte città manifestazioni contro Putin e per la liberazione dell'attivista, incarcerato dal 17 gennaio, Alexei Navalny represse dalla Polizia. Secondo la ong Ovd-info sono state arrestate oltre 10 mila persone

Russia, la crisi spinge la protesta

In questi mesi si sono susseguite manifestazioni contro Vladimir Putin, a seguito del caro vita e della discussa gestione della pandemia. Fuori dai confini, la Russia ha continuato ad apparire come un Paese forte, impegnato su più fronti militari: dalla Siria alla Libia, dall’Armenia all’Ucraina.

Nell’era Trump la Russia si ergeva a paladina della democrazia fuori casa, mentre si allentavano le pressioni internazionali a seguito della contestata occupazione della Crimea. Nelle ultime tre settimane – con l’arresto di Alexei Navalny, avvenuto il 17 gennaio scorso dal rientro dalla Germania – si sono succedute manifestazioni in diverse città per la liberazione dell’attivista anti-Putin. Secondo Ovd-info, ong che si occupa di monitorare la situazione politica in Russia, sono state arrestate oltre 10mila persone in 90 città. Molte le immagini diffuse su media e social network, che mostrano sfilate pacifiche sotto la neve, ma anche la violenza della polizia per immobilizzare e arrestare i manifestanti, bloccare gli accessi alla metropolitana e contenere i cortei.

I precedenti

Le proteste in Russia somigliano alle manifestazioni di piazza Bolotnaja nel 2011, ripetute negli anni successivi, e alle proteste di Khabarovsk e Minsk iniziate lo scorso anno. Per ora, le autorità hanno adottato una strategia di repressione mirata, molti attivisti vengono preventivamente perquisiti e arrestati, a cominciare dallo stesso Navalny e dalle persone a lui più vicine. Inoltre, le forze dell’ordine aprono casi penali e amministrativi contro i manifestanti e coloro che dicono essere gli organizzatori, usando articoli del codice molto diversificati per le accuse nei loro confronti.

Le proteste non si sono fin qui tradotte in cambiamenti al momento del voto, segno che Putin, stando al potere, gode di un’ampia popolarità controllando i mass-media. Ragion per cui diversi osservatori definiscono la Russia come un “autoritarismo informatico”, in quanto non esiste il dissenso e il sistema informativo è controllato dallo zar Putin. La fine ingloriosa di Trump è un segnale che il vento potrebbe cambiare per tutti quei governi fondati sulla manipolazione delle informazioni e dell’opinione pubblica, compreso quello russo.

Crisi economica e dilagante corruzione

Il 2020 è stato un anno durissimo per il Paese sotto il profilo economico e occupazionale. La gente ha paura che si torni indietro agli anni ’90, dopo il crollo dell’Unione Sovietica.

Gli adulti e gli anziani che scendono in piazza, fondamentalmente, protestano contro l’ingiustizia, mentre i giovani vogliono il cambiamento. Ciò che accomuna i manifestanti è la grave crisi economica che attanaglia il Paese.

Da Vladivostok, in estremo oriente, a Kaliningrad, sul Baltico, diverse migliaia di persone hanno sfidato il freddo e il divieto di manifestare e sono scese in piazza chiedendo il rilascio di Navalny. Difficile, però, fornire una stima di quanti fossero i dimostranti.

Le violenze della polizia russa sono state aspramente criticate dall’Unione europea e dagli Stati Uniti. Rimane il timore che l’arresto di Navalny possa trasformarsi in una lunga carcerazione per fare da deterrente contro chi protesta.

Lo scopino diventa il simbolo

Sulle strade innevate, i cortei avanzavano dove possibile. “La Russia senza Putin”, “La Russia sarà libera”, urlavano i manifestanti. Qualcuno agitava in aria uno scopino del wc: un riferimento alla popolarissima video-inchiesta di Navalny sulla mega-villa sul Mar Nero che, secondo l’oppositore, apparterrebbe a Putin e dove ci sarebbero scopini del water da 7-800 euro l’uno. Bisogna ricordare che in Russia un euro vale circa 92 rubli e il costo dello scopino di lusso equivale a 3 mesi di pensione media. Il filmato ha collezionato oltre 100 milioni di visualizzazioni su internet e ha contribuito a fomentare l’indignazione della gente nei confronti di Putin.

Fino a quando? Molti si chiedono se le agitazioni continueranno in crescendo anche dopo l’inverno, alla maniera della Bielorussia del 2020 (i cui effetti non sono ancora terminati), e se il movimento di Navalny riuscirà a formare una vera coalizione politica che alle elezioni di settembre possa contendere il Parlamento al partito putiniano “Russia Unita” e ai suoi alleati.

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