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Siria, dopo dieci anni

Nel marzo 2011 iniziava la guerra. Ne parliamo con il vescovo di Aleppo, mons. Antoine Audo

Siria, dopo dieci anni

Sono passati oltre 10 anni dal marzo 2011, quando la primavera araba provò a sbocciare con le parole scritte sui muri delle scuole di Da’ra, nel sud della Siria e al confine con la Giordania. Quelle parole-graffiti erano la voce del popolo siriano, che al regime di Damasco chiedeva libertà, dignità, cittadinanza. A dieci anni da quei graffiti, la guerra continua e l’eredità della primavera siriana è tutt’altro che rigogliosa: una miseria fatta di polvere, macerie, fame e di quasi mezzo milione di vittime.

Il Paese non è oggi una priorità nelle agende internazionali. E così la ricostruzione delle infrastrutture è lontana, gli aiuti scarseggiano e la ricomposizione del tessuto comunitario è ancor più un miraggio. Dei milioni di civili in fuga: 6,6 milioni di essi hanno trovato rifugio fuori dalla Siria, 6,7 all’interno dei confini nazionali. Un inferno che ha il volto di oltre 12 milioni di siriani – due terzi degli abitanti – che in patria hanno fame per le conseguenze della guerra, oltre ai milioni di rifugiati all’estero che sono ammassati nei campi profughi.

Per non chiudere il nostro sguardo sulla martoriata Siria abbiamo posto alcune domande al vescovo caldeo di Aleppo, mons. Antoine Audo, gesuita, già presidente di Caritas Siria.

Mons. Audo, lei è siriano e vescovo di Aleppo dal 1992. Pensando a 10 anni fa, quando è scoppiata la guerra, i siriani credevano in un cambio del sistema politico?

Sin dall’inizio, la maggioranza dei siriani non credeva a una primavera araba siriana, come annunciato dai media per giustificare questa guerra. Tutti sapevano che erano per lo più fratelli musulmani sunniti, che si ribellavano contro gli alawiti che detengono il potere e controllano l’esercito. Inoltre, i vari gruppi armati che hanno attaccato e distrutto le infrastrutture dello Stato siriano erano di obbedienza sunnita e hanno ricevuto aiuti militari dalla Turchia, dall’Arabia Saudita e da altri Paesi del Golfo.

Cosa resta di questa primavera araba?

La distruzione dell’economia siriana. L’occupazione di gran parte dei territori siriani, soprattutto nella regione geografica di Jésiré, a nordest della Siria (ndr, è la parte della Mesopotamia incastonata tra Turchia e Iraq, qui passano i fiumi Tigre e Eufrate) dove si trova il petrolio. Potenze regionali come la Turchia e l’Arabia Saudita hanno sostenuto i gruppi armati sunniti per rovesciare il governo siriano e dare potere ai sunniti siriani, vale a dire ai fratelli musulmani.

Possiamo dire che la guerra in Siria è stata un inferno fin dall’inizio?

Sì. A ogni tappa speravamo di uscire dal tunnel, e ora la situazione è peggiorata: da un bombardamento all’altro in tutte le regioni, da una carenza alimentare alla pandemia... All’inizio della guerra, un dollaro equivaleva a 50 lire siriane, ma oggi un dollaro ha già superato le 4.000 lire siriane. Con questa svalutazione, uno stipendio prebellico di 50.000 lire siriane era equivalente a 1.000 dollari; oggi lo stesso stipendio è pari a 12 dollari! In questa crisi economica pochi stanno bene, appare una nuova classe benestante, mentre la maggioranza della popolazione è umiliata e privata del necessario: cibo di qualità, medicine, riscaldamento, abbigliamento, istruzione. Con una tale crisi, la strada è aperta ai lavori illegali pur di avere dei soldi, come il traffico della droga e la prostituzione, mentre prima la stabilità economica e politica proteggeva le famiglie da questi abusi causati dalla miseria diffusa.

Rileggendo la storia di questi dieci anni di guerra come è peggiorata la situazione per la gente?

Ciò che resta della Siria, dopo dieci anni di guerra, è una situazione di distruzione generalizzata, dalle infrastrutture del Paese (ferrovie, strade, elettricità, scuole, ospedali) a quelle economiche (fabbriche, fattorie, aree estrattive, turismo), oltre a milioni di persone fuggite e alle case distrutte.

La ricostruzione delle infrastrutture è lontana e la ricomposizione del tessuto comunitario è ancor più un miraggio: 13 milioni di siriani su 20 hanno dovuto abbandonare le loro case, fuggendo all’estero o rimanendo sfollati tra le macerie, esposti a bombardamenti e violenze, da dieci gelidi inverni mediorientali. Chi è scappato difficilmente tornerà, senza prospettive di avere una casa, un lavoro, un futuro per i propri figli. Chi non è riuscito a scappare, fatica a trovare risorse per andare avanti senza un aiuto…

E’ difficile vedere qualche raggio di luce?

Questa situazione impedisce la visione di un futuro, di una speranza nell’immediato futuro soprattutto per le nuove generazioni. All’inizio, si credeva che la guerra fosse questione di pochi mesi. Oggi la maggior parte delle persone cerca cibo e medicine per non morire. I bisogni quotidiani dei siriani sono quindi cibo, medicine, elettricità. A causa della crisi valutaria senza precedenti nel vicino Libano, delle sanzioni economiche statunitensi e del prolungato conflitto armato, la lira siriana è oggi carta straccia. Tutto è diventato caro a causa della svalutazione della lira siriana, e tutti sperimentano la mancanza di tutto e l’umiliazione di essere stranieri a casa propria.

Quello che ci sta descrivendo riguarda solo Aleppo o tutta la Siria?

Ciò che sto descrivendo si applica in modo particolare ad Aleppo, la cui infrastruttura economica è stata distrutta e che, come tutti i siriani, soffre dell’embargo imposto da Stati Uniti, Unione Europea e Gran Bretagna. La ricostruzione presuppone la revoca delle sanzioni contro la Siria. Tuttavia, non avendo trovato una soluzione politica alla crisi siriana, il Paese si trova minacciato da interessi contrapposti esterni (turchi e russi, curdi e sunniti, americani e inglesi), risultando oggi complicato parlare di un progetto di ricostruzione generale e di stabilità! Nonostante tutto, la vita non si ferma e qualcosa sembra ripartire: qualche strada viene sistemata, riaprono i mercati, si sviluppano piccoli laboratori di abbigliamento... Perché in fine dei conti per chi resta la vita in qualche modo continua!

Quali sono le dimensioni della diaspora siriana?

Come detto, parliamo di circa 13 milioni di sfollati e rifugiati all’interno della Siria e nei Paesi vicini: Turchia, Libano, Giordania, Iraq ed Egitto. Per non parlare di tutti coloro che sono emigrati in Europa, Canada e Australia. Come cristiani che hanno perso più della metà dei fedeli di tutte le Chiese, e specialmente i giovani, e le famiglie ricche, vorremmo che tutte queste famiglie tornassero, avessero una presenza significativa e viva. Ma chi sarebbe attratto dalla situazione che abbiamo appena descritto, a osare considerare un ritorno?

Ecco, mons. Audo, cosa sta facendo la Chiesa per aiutare la gente?

Per il momento, come Chiesa, stiamo cercando di aiutare le famiglie e le persone in modo che possano continuare a vivere più dignitosamente possibile, in modo da non fare i bagagli ed emigrare. Allo stesso modo, è difficile prevedere il ritorno di coloro che sono emigrati in Occidente e soprattutto tra i giovani. Chi invece si trova nei Paesi vicini potrà tornare in Siria più facilmente.

Veniamo a una domanda che sappiano le sta a cuore come pastore, e cioè: come immaginare il futuro della Chiesa in Siria?

E’ certo, innanzitutto, che non va considerata la presenza cristiana com’era prima della guerra, tra il 15 e il 20% dalla fine del secolo scorso. Dovremo credere nella ricostruzione di un tessuto sociale cristiano adattato al XXI secolo. Non potremo più accontentarci della teologia dei riti e delle confessioni, come gente alla ricerca della sola ricchezza e della superiorità economica e culturale. Abbiamo bisogno di una nuova spina dorsale cristiana che integri l’intera visione del Vaticano II.

Nell’ottobre scorso Papa Francesco ha pubblicato l’enciclica “Fratelli tutti”. Pensa che possa indicare un cammino anche per il popolo siriano?

L’enciclica “Fratelli tutti” pone l’attenzione sulla fraternità umana, un atteggiamento da acquisire a seguito di questa guerra e del XXI secolo, per poter avere una presenza viva e significativa in questa società araba musulmana e in questo mosaico di religioni ed etnie. Di fronte alla modernità e nella lotta contro la secolarizzazione e l’ateismo, l’Islam mette in discussione la propria identità e cerca la sua strada e la sua stabilità sociale e religiosa. Ci crediamo, e soprattutto in seguito al recente viaggio di papa Francesco in Iraq, dopo quelli ad Abu Dhabi nel 2019 e in Egitto (Università Al Azhar) nel 2017. Sono tutti gesti e atteggiamenti di rispetto, ascolto e fraternità, che d’ora in poi dovrebbero ispirare i cristiani.

E per finire. Ha notizie di padre Paolo Dall’Oglio a 8 anni dalla sua scomparsa?

Non abbiamo notizie di padre Paolo Dall’Oglio. La sua sparizione mostra come è complessa e violenta la guerra siriana.

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