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Sud Sudan, il popolo degli invisibili che muore di fame. Ci scrive il medico trevigiano Giovanni Putoto

Restano drammatiche le notizie provenienti dal Sud Sudan. Pubblichiamo questa testimonianza, che ci giunge dal dottor Giovanni Putoto, medico trevigiano e responsabile programmazione del Cuamm, e dal collega Giovanni Dall'Oglio, di ritorno da una missione nel paese africano.

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Sud Sudan, il popolo degli invisibili che muore di fame. Ci scrive il medico trevigiano Giovanni Putoto

Ma dove sono? Centomila persone affamate e senza assistenza sanitaria e un milione a rischio sono una enormità difficile da nascondere.

Arrivati per via aerea a Nyal, una piccola cittadina nel cuore dello stato di Unity, sotto il controllo delle forze antigovernative, ci si aspettava di trovare lo scenario tipico delle grandi emergenze: i campi disorganizzati che accolgono gli sfollati, il carosello di ambulanze che sfrecciano da ogni parte, la pletora di agenzie umanitarie alle prese con la logistica e il coordinamento, i volti tirati e le pose decise degli agenti umanitari.

E invece, niente di tutto questo. Anche se a pochi km è in corso un conflitto armato, a Nyal la vita è quella di sempre: ritmi lenti, pochi stranieri, echi lontani degli elicotteri del Wfp che lanciano derrate alimentari.

E’ padre Fernandos, comboniano del Messico, a darci la chiave: cercate gli sfollati nelle paludi, nelle isole. Donne, bambini e vecchi, sono lì. 

Partiamo con una canoa del primo millennio, un pezzo di tronco cavo galleggiante, guidato con maestria da un abitante del posto. Ci immergiamo in un altro mondo, quello delle paludi perenni.

Immense distese d'acqua che si perdono a vista d'occhio dove il silenzio è rotto dallo sciabordio della pagaia e dai suoni musicali degli uccelli. Dopo un'ora di viaggio passando attraverso un reticolo di sentieri acquatici, arriviamo all'isola di Niat. 

Ci siamo: eccoli, finalmente. Incontriamo alcune famiglie di sfollati. Una è costituita da 15 persone, in gran parte donne, bambini e due signore anziane, di cui una cieca, pochissimi uomini. 

Sono scappati un mese fa da Kock e Adok, aree dove infuriano gli scontri. Non si fidano di tornare, né di trasferirsi nei villaggi posti lungo le strade perché considerati insicuri. Le paludi sono il loro rifugio, il santuario che per secoli ha offerto riparo e protezione in situazione di pericolo. Ma la vita qui è durissima. Il poco cibo è derivato dalla pesca, a cui si dedicano gli adolescenti maschi. E’ sempre insufficiente, lo si vede dallo stato di malnutrizione dei bambini e degli stessi adulti. Non si coltiva. Non ci sono scuole né centri sanitari per curare donne e bambini. Non c'è rete telefonica, né elettricità. L'unico mezzo di trasporto è la canoa del primo millennio. Trasportare cibo, persone, farmaci e malati costa comunque una cifra. 

Torniamo in silenzio. Isole come Niat ce ne sono a centinaia, come migliaia sono le persone e le famiglie nascoste nelle paludi lungo le rive del Nilo che attendono aiuto e sollievo. Una sfida enorme da affrontare. Non ci tireremo indietro.  L’acqua è il problema e forse la soluzione.

L'intervento, in fase di studio, prevede cliniche mobili su barca a motore . Queste barche "sanitarie" si spingeranno lungo le rive del Nilo a ridosso delle paludi in modo tale da facilitare l'accesso agli sfollati e alle famiglie. Saranno le strade dell'acqua a guidarci alle "comunità nascoste".Assistenza nutrizionale, assistenza sanitaria e trasporto dei malati gravi saranno le attività principali. Solo in questo modo sarà possibile raggiungere l'ultimo miglio.

*Medici Cuamm

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