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Sud Sudan: precarie speranze dopo il cessate il fuoco

Raggiunto un fragile cessate il fuoco. La situazione per la popolazione civile resta drammatica

Parole chiave: cuamm (33), sud sudan (16), guerra (271), pace (264)
Sud Sudan: precarie speranze dopo il cessate il fuoco

Grazie alle pressioni internazionali è stato raggiunto un accordo per il cessate il fuoco tra le due fazioni rivali dell’SPLM (Movimento di Liberazione del Popolo Sudanese) che si combattono nel Sud Sudan dal 15 dicembre.
L’accordo è stato firmato nella serata del 23 gennaio, nella capitale etiopica, Addis Abeba, dai rappresentanti del Presidente Salva Kiir e da quelli dell’ex Vice Presidente Riek Machar ed entrerà in vigore nelle successive 24 ore. L’intesa è stata raggiunta quando il governo di Juba ha acconsentito a liberare 11 personalità legate a Machar, arrestate subito dopo lo scoppio dei combattimenti. Il testo dell’accordo prevede inoltre che “le parti dovranno rispiegare e/o progressivamente ritirare dal teatro dei combattimenti i gruppi armati e le forze armate alleate invitate da entrambi i contendenti”. Da più fonti è stato segnalato la partecipazione di truppe ugandesi a fianco dei soldati governativi, un fatto che ha suscitato preoccupazione tra gli altri Stati limitrofi.
Il cessate il fuoco è solo un primo passo per riportare la pace. Sono previsti nuovi negoziati per raggiungere un accordo politico tra le due parti. Da più parti si sottolinea che occorrerà inoltre uno sforzo intenso per riconciliare gli animi della popolazione, perché lo scontro politico ha subito preso una connotazione tribale ed etnica, che ha visto opporre Nuer (l’etnia di Machar) a Dinka (l’etnia di Kiir).
Nel frattempo la situazione umanitaria in Sud Sudan rimane grave. Nella capitale, Juba, scarseggia il carburante, mentre dall’area direttamente interessate dai combattimenti giungono notizie di uccisioni di massa e di violenze sessuali sui civili.

Appello dei vescovi nordafricani

Creare subito dei corridoi umanitari per soccorre le popolazione fuggite dai combattimenti nel Sud Sudan. È l’appello lanciato dall’AMECEA (Associazione dei Membri delle Conferenza Episcopali dell’Africa Orientale) in una dichiarazione inviata all’Agenzia Fides. “La comunità internazionale sa che esiste un obbligo morale a intervenire per soccorrere il gran numero di persone la cui sopravvivenza è minacciata e i cui diritti umani sono seriamente minacciati” sottolinea il documento.
Nonostante il cessate il fuoco raggiunto ad Addis Abeba tra i rappresentanti delle due fazioni rivali dell’SPLM (Movimento di Liberazione del Popolo Sudanese) che si combattono dal 15 dicembre, la situazione in Sud Sudan è ancora instabile. Il governo e ribelli si accusano a vicenda di diverse violazioni della tregua.
La dichiarazione dell’AMECEA sottolinea l’esigenza di “espandere il tavolo negoziale” coinvolgendo non solo il governo e i ribelli, ma anche tutte le componenti della società sud sudanese.
Si ricorda infatti che l’indipendenza del Sud Sudan “non è stato solo un successo militare. Sono stati i sud sudanesi come unico popolo che hanno lottato per la liberazione. Occorre quindi evitare la militarizzazione della gestione degli affari statali”.
“La Chiesa ha inoltre svolto un ruolo importante nella lotta per la liberazione nazionale” affermano i Vescovi che sottolineano come la maggior parte dei sud sudanesi abbia ricevuto il battesimo: un fatto che dovrebbe aiutare le popolazioni locali a superare le divisioni etniche e tribali. “Ammiriamo i forti legami ecumenici che esistono tra la chiese sud sudanesi, che in questo modo svolgono un ruolo profetico nell’unire il popolo sud sudanese” ribadiscono i Vescovi che concludono affidando il Paese all’intercessione della Vergine Maria, Regina della Pace e Regina dell’Africa.

Lo scetticismo dei medici Cuamm che non hanno mai lasciato il Paese

È giunta anche qui a Yirol la notizia della firma della tregua tra il governo e i ribelli di Machar – il dott. Enzo Pisani medico Cuamm rimasto sul campo dall’inizio degli scontri, commenta così la notizia della fine delle ostilità -. Rimane, però, molto scetticismo tra la popolazione. Nessuno è in grado di dire se Machar riuscirà davvero a controllare tutti i ribelli. Questa mattina a 60-70 km da Yirol si combatteva ancora e sono arrivati altri 2 feriti nel nostro ospedale. Dall’inizio di gennaio, ne abbiamo già contati 34. Arrivano da diverse parti, soprattutto dalla zona di Jonglei”. L’ospedale di Yirol, nello Stato del Laghi, è l’unico di riferimento per l’intera regione e il più vicino alla linea del fronte. Oltre a garantire assistenza di primo e secondo livello, cerca di far fronte all’emergenza della guerra, all’arrivo di feriti dovuti agli scontri e all’emergenza degli sfollati. Continua Pisani: “Prosegue inoltre il flusso di camion carichi di masserizie e persone che passano per Yirol e si dirigono nella zona Nord-Est del paese, roccaforte del presidente Salva Kiir, di etnia dinka, in cerca di maggiore sicurezza”. Intanto a Juba, la capitale, le cose vanno meglio. “Ora riusciamo a muoverci un po’ durante il giorno, prima delle 18, e iniziano a riprendere alcune attività commerciali - dice Chiara Scanagatta, responsabile dei progetti di Medici con l’Africa Cuamm Cuamm in Sud Sudan -. La situazione rimane, comunque, ancora molto instabile”.

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