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Terre spremute e rubate

Il rapporto del Focsiv: il fenomeno del "land grabbing" è in crescita e coinvolge numerosi Paesi, in Africa ma non solo. L'intervista con Andrea Stocchiero sulla corsa all'accaparramento dei terreni

Terre spremute e rubate

La corsa all’accaparramento delle terre continua, non solo nel Continente africano. Nelle scorse settimane è stato  pubblicato il terzo rapporto dal titolo “I padroni della terra” sull’argomento elaborato dalla Focsiv, la più grande federazione di organismi di volontariato internazionale di ispirazione cristiana. Secondo il rapporto la coltivazione delle terre coinvolte nel fenomeno del “land grabbing” (acquisto su vasta scala di terreni da parte di multinazionali e governi) nei Paesi in via di sviluppo potrebbe sfamare almeno 300 milioni di persone in tutto il mondo.

Dalla visione globale, emerge subito un dato certo: la terra suscita appetiti sempre maggiori. Nel corso del 2019 sono stati 8 milioni gli ettari di terreno supplementari oggetto di interesse commerciale rispetto all’anno precedente. 8 milioni che fanno parte dei 79 milioni di ettari al centro di 2.100 contratti di acquisto o affitto della terra - secondo un dato cumulativo degli ultimi dieci anni - da parte di grandi imprese, società finanziarie e Stati, a danno delle comunità di contadini locali e dei popoli indigeni, nel quadro della competizione globale per le risorse naturali.

Il potenziamento delle infrastrutture dovuto agli investimenti stranieri potrebbe incrementare la produttività dei terreni agricoli in Paesi come la Papua Nuova Guinea, il Sudan, l’Indonesia e altri.  Il “land grabbing”  è una pratica molto controversa che crea numerosi conflitti soprattutto in Africa e instabilità politica nei Paesi del Sud-est asiatico, dove moltissime acquisizioni sono avvenute in regioni con problemi di sicurezza alimentare e di malnutrizione e togliendo in modo violento terreni ai residenti.

Abbiamo posto al curatore del rapporto, Andrea Stocchiero, policy officer di Focsiv e vicentino di origine, alcune domande su questo fenomeno allargando le correlazioni con le pandemie e con il modello di crescita economica del pianeta.

Perché si sta ampliando di anno in anno il fenomeno del “land grabbing”?

Direi per due motivi principali che convergono tra di loro: il bisogno continuo di materie prime per dare realizzazione ai nostri modelli di sviluppo e il modello predatorio estrattivista. E’ dai tempi delle colonie che i nostri Paesi e le nostre imprese hanno bisogno di sfruttare minerali, legname, prodotti agricoli, rispondendo spesso a bisogni non essenziali, ma che vengono indotti da uno stile di vita che non è certamente sobrio come ci richiama più volte papa Francesco.

Il secondo motivo, che converge con il primo, è quello di togliere capacità di futuro alle nuove generazioni attraverso il modello estrattivo, depauperando le risorse naturali, inquinando e provocando il cambiamento climatico. Tutto ciò provoca una contrazione delle risorse disponibili, facendo crescere la gara tra imprese e tra stati nell’accaparrarsi le risorse che stanno rimanendo e che provengono soprattutto da zone poco sfruttate e vergini come le foreste tropicali o sub-tropicali (come l’Amazzonia o il Borneo) o da zone dove ci sono ancora ingenti risorse minerarie o petrolifere (come il Congo o il Messico). La competizione tra imprese multinazionali e tra Stati sovrani cresce sempre di meno. Questi due fenomeni stanno portando all’accelerazione nell’accaparramento delle risorse.

Tra i Paesi che hanno ceduto più terre a soggetti stranieri, oltre all’Africa e al Brasile, abbiamo i Paesi più poveri del Sud-est asiatico. Quali sono le principali conseguenze del “land grabbing” sui diritti umani, ambiente e migrazioni?

La principale conseguenza riguarda proprio il fondamentale diritto alla vita. Nel momento in cui togli le risorse e crei quello che la sociologa olandese Saskia Sassen ha chiamato “terre e acque morte”, riduci enormemente o, semplicemente, togli del tutto la biodiversità. E con la biodiversità la possibilità di vita anche dell’essere umano, perché è impossibile continuare a vivere in territori completamente degradati. In altre parole diritto alla vita negato significa che la salute – con tutti gli effetti di inquinamento che sono evidentissimi nel caso dell’estrazione mineraria e petrolifera, ma anche delle grandi piantagioni monocolturali con l’utilizzo di fertilizzanti chimici e pesticidi – e il lavoro vengono meno, in quanto comunità che vivevano da centinaia di anni o vengono espulse oppure possono vivere in quei territori, ma senza essere più padrone di loro stesse. I veri padroni della terra (e di queste persone) sono imprese multinazionali o società che hanno dietro Stati sovrani che sfruttano le terre e offrono lavoro, a quelli che erano i vecchi padroni della terra, in una situazione di completa dipendenza e a salari per lo più insufficienti. Caso esemplare è quello della Repubblica democratica del Congo.

A quando una convenzione internazionale per regolare la gestione da parte di Paesi terzi dell’uso delle terre e delle risorse presenti?

Esistono da tempo convenzioni per la tutela dei diritti umani delle popolazioni indigene, così come delle linee guida sui regimi fondiari, sugli investimenti responsabili, sull’estrazioni di minerali. Potremmo parlare di una “soft law” che stabilisce quali sono i principi e i diritti, le responsabilità a cui devono rispondere gli stati ma anche le imprese. Ci sono anche le linee guida promosse dalle Nazioni Unite su diritti umani e imprese, con l’obiettivo di contrastare la sistematica violazione dei diritti umani nel mercato del lavoro. Il problema è che questi strumenti sono tutti di carattere volontario e non obbligatorio e gli Stati si sono finora dimostrati recalcitranti a rivedere le norme contrattuali esistenti nei diritti interni o le relazioni con i grandi colossi finanziari.

Basti ricordare che non si è riusciti finora a pervenire a un accordo vincolante sulla gestione delle interazioni tra finanza, imprese e tutela dei diritti umani, perché i Paesi del Nord, in cui hanno sede l’85% delle multinazionali, sono contrari a un testo vincolante in materia. Ragion per cui, il tema del “land grabbing” è stato volutamente lasciato fuori dall’Agenda 2030 e le Nazioni Unite non hanno potere di persuasione verso la crescita del fenomeno. Molto, oggi, continua a dipendere dalla capacità delle comunità locali di difendersi e di riuscire a coinvolgere ong per porre all’attenzione dell’opinione pubblica internazionale, quanto si trovano a subire in termini di depauperamento delle risorse naturali e delle loro terre natie.

L’Europa è estremamente dipendente dalla terra al di fuori dei suoi confini per mantenere i suoi livelli di consumo, soprattutto per materie prime come soia, biocarburanti, olio di palma, zucchero e cotone. Cosa potrebbe fare la società civile per cambiare questa rotta?

Per gli organismi multilaterali vi è una evidente difficoltà ad affrontare la questione dell’accaparramento di terra in quanto per il loro funzionamento dipendono dagli stati più ricchi e dai contributi delle multinazionali, impedendo di fatto una loro completa autonomia.

Oggi l’Europa è il secondo più grande consumatore di terra propria e altrui al mondo, dopo gli Stati Uniti. Consuma circa 640 milioni di ettari all’anno, un’area equivalente a 1,5 volte la dimensione dell’Europa stessa. Inoltre, l’Europa è il continente più dipendente dalle terre cosiddette importate, con circa il 58% percento delle terre consumate localizzate all’estero, principalmente in Cina, nella Federazione Russa, in Brasile e Argentina. Il cittadino europeo medio consuma 1,3 ettari di terra all’anno, più del triplo della media del cittadino cinese o indiano e più di sei volte la media del Bangladesh.

E’ urgente che l’Unione Europea sia più seria nell’implementazione di strumenti efficaci di verifica e dei trattati commerciali con obiettivi di protezione del pianeta e per la promozione di condizioni dignitose di vita e di lavoro per i suoi abitanti. Pur rilevando un’asimmetria di potere, di strumenti di analisi e contrasto del fenomeno e dei suoi impatti sociali, ambientali e economici da parte della società civile e delle istituzioni soprattutto locali, rispetto alla forza, agli strumenti e alla protezione degli investimenti attribuite dai trattati commerciali ai grandi interessi privati di profitto, rimane di primaria importanza la pressione che le ong riescono a fare sull’opinione pubblica e sugli stati rispetto a specifiche situazioni.

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