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Testimonianze da Istanbul, la paura sale ma non vince

Ennesima strage in Turchia. Istanbul, ferita per l’ennesima volta, cerca di rialzarsi e di tornare alla normalità. Come emerge da queste testimonianze da noi raccolte.

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Testimonianze da Istanbul, la paura sale ma non vince

Martedì scorso, il 28 giugno, si è consumata l’ennesima strage nella città di Istanbul, in Turchia. Questa volta è stato il maggiore scalo aeroportuale del Paese, l’aeroporto internazionale Ataturk, ad essere preso di mira. Un commando di attentatori si è fatto esplodere di fronte al terminal degli arrivi internazionali causando oltre 40 morti e centinaia di feriti. Nessuna rivendicazione è ancora stata fatta, ma le dinamiche farebbero pensare alle modalità dello Stato Islamico.
“Non sappiamo ancora nulla di quello che è successo – mi racconta Burak, un ragazzo turco che vive nel Sud del Paese –, qui tutti i social media sono bloccati, c’è il divieto di pubblicare notizie sull’attentato finché il Governo non avrà fatto chiarezza sulle dinamiche e sulle responsabilità”.
Burak in novembre si arruolerà nell’esercito, gli chiedo se si fida di quello che il suo governo sta facendo, se ha paura: “Dobbiamo fidarci dell’operato del Governo, ora per il popolo turco è il momento di rimanere uniti e di essere solidali l’uno con l’altro, ma non ho paura di Daesh, non avremo mai paura di loro, sentire di questo nuovo attentato è scioccante, ma non ci faremo fermare da loro, dicono di essere veri musulmani, ma nessun vero musulmano farebbe del male ad un altro essere vivente”.
Intanto la città di Istanbul, ferita per l’ennesima volta, cerca di rialzarsi e di tornare alla normalità. Recentemente, camminando per le vie del centro della città mi sono trovata di fronte al luogo dov’era esplosa l’autobomba al passaggio del convoglio della polizia, il 7 giugno scorso. Erano trascorsi un paio di giorni dall’attentato. Le vetrine dei negozi erano completamente sventrate, ma la merce all’interno era stata sistemata nuovamente sugli scaffali e i commercianti avevano ripreso a lavorare. Mi è parso il segno di una città che non vuole farsi fermare dal terrorismo, che vuole e deve andare avanti.
Me ne dà conferma Dimitri Bettoni, corrispondente da Istanbul per l’osservatorio Balcani e Caucaso: “Bisogna considerare il numero di attentati che hanno colpito Istanbul, Ankara e Bursa, e il fatto che ci sia un conflitto aperto, con esercito e mezzi militari in azione, nel sud est del Paese da oltre un anno. La verità purtroppo è che le reazioni della gente sono sempre più apatiche e di senso di impotenza, mentre il governo insiste di volta in volta a minacciare di distruggere il terrorismo con nuovo vigore armato, salvo poi trovarsi punto a capo ad ogni episodio.
La vita comune va avanti comunque, mentre le preoccupazioni aumentano. Non cambia la pratica quotidiana, cambia la testa della gente. La paura aumenta la sfiducia nel futuro, nella partecipazione politica e ci si concede facilmente a politiche di scontro e violenza che da un anno non hanno prodotto altro che nuove tragedie”.
Nel frattempo ad Istanbul i turisti scompaiono, “la peggior estate da anni”, ci dice un giovane che lavora in un ostello. Anche nel quartiere di Sultanahmet, dove Hagia Sofia e la Moschea Blu si guardano, una in fronte all’altra, nei giorni scorsi non c’era folla e tutto era molto più calmo e tranquillo rispetto al passato. “Ragionare sull’impatto turistico è importante – continua Dimitri – considerato il peso che questo settore ha nell’economia turca. E non solo per gli europei che vogliono visitare questo Paese, ma anche e soprattutto per coloro che qui con il turismo mantengono la propria famiglia. Quello turistico però non è l’unico settore economico coinvolto: quello finanziario è un altro settore dove si sono avute e si avranno pesanti ripercussioni. In generale, un paese come la Turchia di oggi, politicamente instabile e su un crinale discendente verso la guerra civile è un paese giocoforza depresso economicamente”.

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