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Thailandia, missione condivisa nel Paese del sorriso

Con il bellunese don Bruno Soppelsa parliamo della presenza della Chiesa triveneta nella diocesi di Chiangmai

Thailandia, missione condivisa nel Paese del sorriso

Thailandia, Paese incastonato nella penisola indocinese, è la culla del buddismo theravada (o “ortodosso”). Qui 350 anni fa arrivarono i primi missionari europei. Un Paese dalle forti contraddizioni, con un’economia in forte crescita, ma è in aumento la popolazione che stenta a sopravvivere. E’ grande quasi 2 volte l’Italia, con spiagge bianche meta dei turisti occidentali, incremento del settore industriale (in particolare come subfornitore del Giappone), una buona speranza di vita. I due terzi della popolazione vive ancora in aree rurali dove cospicuo è il potenziale agricolo, che può contare su ampie e fertili pianure.

Conosciuto come il Paese del sorriso, pur non avendo retaggi coloniali, la Thailandia - ufficialmente una monarchia costituzionale - è stata per anni al centro di scontri interni ed è governata da una Giunta militare. E’ stato teatro nell’autunno 2020 di proteste di piazza del movimento studentesco contro esercito e monarchia. La presenza cattolica in Thailandia è davvero piccola, da sembrare quasi irrilevante, appena lo 0,5% dell’intera popolazione. Sono solo 400 mila i cattolici, su circa 70 milioni di abitanti.

La missione nel Paese asiatico è stata decisa a livello di Triveneto dai vescovi dopo il primo Convegno di Aquileia. E’ attualmente composta da due parrocchie, Chae Hom e Lamphun, entrambe nella diocesi di Chiang Mai, e conta quattro preti fidei donum: i padovani don Bruno Rossi e don Raffaele Sandonà a Chae Hom (missione avviata nel 1998), don Ferdinando Pistore (vicentino) e don Bruno Soppelsa (bellunese) a Lamphun (missione avviata nel 2011). Entrambe situate nel Nord-ovest del Paese, la prima si trova in montagna, la seconda in città. Per parlarci di quello che accade nel Paese abbiamo raggiunto don Bruno Soppelsa, originario della Valle del Biois, missionario da 20 anni e presente in Thailandia dal 2009. Ci racconta come la Chiesa cattolica sia vista con simpatia anche a seguito della visita di papa Francesco di due anni fa.

Perché è importante la collaborazione missionaria tra le diocesi del Triveneto con la diocesi di Chiangmai?

La grande novità è legata alla ricchezza del lavoro pastorale elaborato con confratelli di altre diocesi e al ritorno del progetto da condividere con una pluralità di chiese sorelle. 15 diocesi che rappresentano 15 modi diversi di gestire le attività, le relazioni, una vera ricchezza per noi sacerdoti e per i destinatari delle molte proposte pastorali…

In comune abbiamo certamente la fede che cerchiamo di testimoniare nello spirito del primo Convegno di Aquileia quando i nostri vescovi decisero di aprirsi a questa nuova missionarietà. Finora le diocesi che hanno inviato sacerdoti qui sono state 4 (Vicenza, Padova, Verona e Belluno-Feltre). A breve si aggiungerà pure Concordia-Pordenone e, chissà, ci piacerebbe che un giorno arrivasse anche un sacerdote della diocesi di Treviso.

La presenza triveneta si caratterizza per due missioni nel nord della Thailandia: una a Chaehom in montagna e l’altra a Lamphun, dove lei vive. Una città di oltre 400mila abitanti e una comunità di neppure 200 cristiani. Com’è la quotidianità in questo contesto particolare?

Qui a Lamphun siamo a stretto contatto con il buddismo, con cui ci confrontiamo quotidianamente. Stiamo osservando in questi ultimi anni una secolarizzazione della società thai che ha dei risvolti anche nella religione. A Lamphun abbiamo poi una forte presenza di birmani, molti dei quali cattolici fedeli e osservanti, venuti qui in cerca di un lavoro con un salario pur minimo, ma che possa essere di forte aiuto e sostegno per il resto della famiglia rimasta in Myanmar. A Chae Hom, provincia di Lampang, nell’altro polo della missione del Triveneto, abbiamo la presenza di tante tribù che abitano tra i monti, gente arrivata tanti anni fa dal Myanmar, Laos e Cina perché perseguitati, in fuga da un regime militare, alla ricerca di fortuna. Poco alla volta, grazie all’opera dei missionari, hanno acquisito la cittadinanza thailandese, i diritti e si sono integrati con la popolazione locale.

Sono passati quasi due anni dalla visita di papa Francesco. Quali ponti ha lanciato con il mondo orientale e il buddismo?

Il Papa è venuto in occasione dei 350 anni dall’arrivo dell’annuncio del Vangelo in terra siamese. La visita del Papa è stato un momento bellissimo, perché ripreso da tutte le tivù nazionali. Fatto curioso e bellissimo, che i cronisti delle tante reti nazionali, buddisti, documentandosi sulla chiesa cattolica in occasione della visita, siano diventati inconsapevolmente dei catechisti e annunciatori del Vangelo. Il Papa, quando è venuto, ha desiderato incontrare non solo i cattolici, ma tutta la società thailandese, trovando simpatia e rispetto da parte del popolo thai. Predicando “la compassione e la misericordia”, valori cari pure al buddismo, ha saputo creare dei ponti di dialogo ecumenico e di reciproco rispetto.

Come siete visti come missionari cattolici dalla gente?

Il nostro modo di vivere come preti ci rende per molti aspetti simili ai monaci buddisti, i quali, in particolare, ci rispettano molto per il fatto che, come loro, viviamo il celibato. La gente, soprattutto nei villaggi, ci conosce e ci vuole bene: sa che siamo qui per loro, gratuitamente e per amore. Per questo si avvicinano con tanta riconoscenza. Cerchiamo di testimoniare il Vangelo vivendo normalmente la nostra vita di sacerdoti, fatta vita di comunità, di incontri con le persone e di iniziative di carità. Alle volte qualcuno ci chiede il motivo per cui siamo qui, lontano dagli agi della vita occidentale… e questo allora ci permette di parlare apertamente di Gesù e della Sua proposta. Il fatto poi di aiutare tutti coloro che hanno bisogno, ha messo in crisi, a volte, anche i nostri fedeli e addirittura qualche catechista… perché non riuscivano a capacitarsi del perché aiutassimo anche i buddisti e animisti. Questo ci ha offerto ulteriormente spunto di riflessione e di testimonianza di poter condividere quale fosse lo stile di vita di Gesù, venuto per salvare e guarire tutti gli uomini.

Possiamo dire quindi che in Thailandia ci sia una vera libertà religiosa?

Non esiste una religione di stato e la costituzione garantisce la libertà religiosa, anche se di fatto il re è buddhista, incarna il Buddha e nomina il Patriarca Supremo.

Essere minoranza comunque ci dà la libertà di vivere la fede con semplicità e scoprire i frutti dello Spirito che si manifesta nella quotidianità della vita tra la nostra gente. È la fede delle piccole cose di ogni giorno fatto quasi in simbiosi con la natura che qui è molto sentita, forte e rigogliosa.

Com’è la vita della gente nella vostra missione?

La vita nei villaggi dei monti è basata su un’economia di sussistenza. E’ difficile vedere delle persone che si arricchiscono. In città è diverso: c’è più benessere, anche se non proprio per tutti! Alcuni vivono in maniera più dignitosa perché magari hanno un lavoro sicuro, permanente in qualche fabbrica o altro; le abitazioni sono però spartane e alle volte al limite della vivibilità. Notiamo molta solidarietà all’interno delle comunità.

Le prospettive della missione triveneta?

Presto lasceremo la missione di Chae Hom alla diocesi e ci sposteremo in un’altra area interna alla stessa diocesi di Chiang Mai o di un’altra diocesi thailandese. Probabilmente resteremo nella missione cittadina di Lamphum.

Ci può raccontare brevemente del progetto equo e solidale “Caffè Bruno”?

E’ un progetto che abbiamo avviato come missionari del Triveneto per sostenere l’economia locale, e valorizzare la produzione di un caffè di eccelsa qualità, ma che veniva tostato in maniera pessima, non rendendo giustizia alla bontà del prodotto, bruciandolo, di fatto. Grazie al contributo di alcuni amici, abbiamo importato dall’Italia una tostatrice di seconda mano e avviato la produzione in proprio. Oggi riusciamo a vendere quasi una tonnellata di caffè al mese, che ci permette di acquistare il caffè dai coltivatori a un prezzo più alto di quello di mercato e di sostenere ulteriori progetti sociali nelle comunità e nei centri dei ragazzi che la parrocchia di Chae Hom segue da diversi anni.

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