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Tunisia "bomba" a orologeria, ecco perché si torna a scappare

Lo scoppio dell’ennesima crisi politica a Tunisi era nell’aria, ed è effetto di una disillusione dell’elettorato, soprattutto giovane, mai recuperato dopo la primavera del 2011, e delle proteste per «fame», che già a fine maggio hanno visto marciare nelle piazze di Gafsa, Hajeb El Ayoun, Sidi Bouzid, Kasserine, Tozeur, migliaia di giovani rimasti ai margini di una rivoluzione che con la cacciata di Ben Ali ha portato la libertà, ma non il benessere.

Parole chiave: tunisia (8), migranti (176), mediterraneo (24)
Tunisia "bomba" a orologeria, ecco perché si torna a scappare

In un clima di forte preoccupazione interna italiana per la pandemia, torna il problema migratorio della rotta del Mediterraneo, attraverso la Libia e la Tunisia. Nelle ultime settimane, nuovi sbarchi, e nuove tensioni sono stati registrati a Roccella Ionica e Lampedusa.

 

Scappano intere famiglie

Aumenta il flusso di migranti tunisini, come raccontano Khaid Ryad (responsabile comunicazione Iom - Organizzazione internazionale per le migrazioni - Tunisia) e Hafida Chekir (costituzionalista tunisina). Addirittura intere famiglie stanno scappando dal Paese nordafricano, nostro dirimpettaio. Khaid Ryad mi dà subito il quadro della situazione: “Tra la quota di immigranti arrivati in Italia dal 1° gennaio al 15 luglio 2019 vi erano 706 tunisini, ma quest’anno 2020, nello stesso periodo ce ne sono stati 2.076”. E ora si sta aspettando l’ondata più forte, “perché - continua Khaid -, da metà giugno a oggi lo scoppio dell’ennesima crisi politica a Tunisi era nell’aria, ed è effetto di una disillusione dell’elettorato, soprattutto giovane, mai recuperato dopo la primavera del 2011, e delle proteste per «fame», che già a fine maggio hanno visto marciare nelle piazze di Gafsa, Hajeb El Ayoun, Sidi Bouzid, Kasserine, Tozeur, migliaia di giovani rimasti ai margini di una rivoluzione che con la cacciata di Ben Ali ha portato la libertà, ma non il benessere. Si moltiplicano, così, i tentativi di fuga di un popolo stanco e disposto all’oblio dei sogni post Ben Ali, e che teme la deriva islamista in agguato dietro l’ennesima crisi economica e politica”.

 

Un milione di giovani senza lavoro

In questo momento la Iom sta monitorando un aumento di traffico di migranti tunisini che “vengono fatti partire” da Zarzis, Gerba, Sfax verso Lampedusa, Mahdia, Sousse verso Pantelleria-Linosa, Kelibia, Al-Huwaryha verso Trapani.

Per avere un quadro più reale, ascolto, in una lunga conversazione con Tunisi, Hafida Chekir (costituzionalista, ha partecipato alla redazione della nuova Costituzione tunisina del 2014 e grande battagliera sui diritti delle donne): “Abbiamo un milione di giovani di età compresa tra 15 e 29 anni (su una popolazione di quasi 12 milioni di abitanti) disoccupati, molte famiglie, per effetto del lockdown, non hanno di che mangiare giornalmente. Prima vivevano alla giornata, con un’economia informale (ambulanti, piccolo commercio), ora non hanno un dinaro!”. Lo sfogo di Hafida si trasforma in analisi: “Noi italiani dobbiamo capire perché si scappa. Con un’inflazione al 6,7%, una spesa pubblica pari al 30% del Pil e un debito estero dell’85%, le prospettive di crescita sono scarse. Il tasso di disoccupazione rimane alto: è pari in media al 15%, ma nelle aree periferiche arriva a toccare anche il 30%. Inoltre, persistono disparità in termini di sviluppo e servizi tra una regione e l’altra. Secondo le previsioni del Fondo monetario internazionale (Fmi) per il 2020, l’economia si contrarrà del 4,3% e i settori che risentiranno maggiormente della crisi saranno due: l’agricoltura e il turismo, che contribuiscono rispettivamente al 10% e al 14% del Pil nazionale”.

 

Gli effetti del cambiamento climatico

Secondo le previsioni per il 2020 del World Resources Institute, entrambi i settori saranno inoltre sempre più influenzati dal cambiamento climatico. L’innalzamento delle temperature e il calo delle precipitazioni andranno a intensificare il livello di “water stress” della Tunisia, che si colloca oggi al trentesimo posto fra i Paesi maggiormente colpiti dalla siccità. Con l’uso massiccio di fertilizzanti, vi è il rischio che si verifichi un impoverimento progressivo del terreno, innescando un circolo vizioso di insicurezza alimentare, disoccupazione e inurbamento. L’utilizzo di pesticidi, inoltre, porterà all’inquinamento delle falde acquifere. Infine, l’innalzamento del livello del mare, e la conseguente erosione delle coste, avrà un impatto anche sul settore turistico, che si stima potrebbe perdere 1,4 miliardi di dollari e 400.000 posti di lavoro.

Il dissesto economico ha condotto alla crescente informalizzazione dell’economia, favorendo la proliferazione di flussi commerciali illegali lungo la tratta transfrontaliera al confine libico, (“el khat”, letteralmente “la linea”, metafora del commercio di contrabbando). L’assenza istituzionale nelle aree di confine ha permesso l’inserimento di attori non-statali, come le reti criminali legate al contrabbando di droga, carburante e armi e i gruppi jihadisti. Inoltre, la repressione di tale commercio ha contribuito a esacerbare la sensazione di abbandono dei giovani che, in mancanza di possibilità, hanno costituito un fiorente bacino di reclutamento per le organizzazioni terroristiche, tuttora attive nel territorio. Hafida ha la voce rotta dalla rabbia e dalle emozioni quando mi dice: “Hai capito perché molti tunisini se ne vanno anche se non lo vorrebbero?”.

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