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Tunisia nel guado

Dopo il "colpo di Stato istituzionale" l'intervista alla costituzionalista e attivista Hafida Chikir

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Tunisia nel guado

Sono le 23.00 del 27 luglio, quando riesco a parlare con Hafida Chekir, docente di Diritto costituzionale all’Università di Tunisi. L’ho conosciuta tramite il movimento mondiale delle donne, con cui, da sempre, è impegnata. Hafida Checkir è stata l’unica donna costituzionalista che nel 2014 ha partecipato all’Assemblea costituzionale, dando il suo forte contributo alla stesura dei paragrafi della Costituzione sui diritti delle donne. Non era ancora, però, soddisfatta dei risultati raggiunti, in particolare, dell’articolo 80: “Il presidente può prendere misure di emergenza in circostanze eccezionali”.
Domenica 25 luglio, il presidente Saied, durante il suo “colpo di stato costituzionale”, si è appellato proprio a questo articolo, per far dimettere il capo del governo Mechici, bloccare, con l’aiuto dell’esercito, le funzioni del Parlamento per 30 giorni e far dimettere tutto il Governo.

Hafida, com’è ora la situazione a Tunisi?
In Avenue Burghiba, città da cui provengo, c’è il coprifuoco dalle 20 alle 5 del mattino. Nonostante vi siano presenti i militari, i rappresentanti del partito Hennhada sono lì a protestare. Per il momento, a Tunisi città non ci sono stati tafferugli, ma le proteste continuano da ottobre. La situazione è diventata sempre più drammatica. La povertà, la crisi economica, ma soprattutto il Covid hanno portato al collasso tutto il sistema sanitario, che non ha mai funzionato!

Ci parla della situazione Covid?
All’inizio vi sono stati tentativi di lockdown, ma poi i tunisini non li hanno più rispettati, perché non arrivavano gli aiuti economici promessi. E’ una situazione drammatica, di crisi sociale ed economica, tutto è collassato. Inoltre, l’incompetenza della classe politica attuale nel portare avanti la campagna vaccinale, ha fatto il resto. Nella “diplomazia dei donatori di vaccini”, la Francia ha promesso un milione di dosi, così pure l’Arabia Saudita, la Cina, gli Stati Uniti e il Qatar. Poco è arrivato, rimangono solo promesse. Per l’Europa il sistema Covax ancora non funziona. Questo ha portato, assieme al collasso del sistema sanitario pubblico, a far sì che il 71% della popolazione tunisina non sia ancora vaccinata. Oggi si contano 18mila 600 morti su una popolazione di 12 milioni di abitanti.

Ha speso quasi quaranta anni della tua vita, per battaglie a favore della democrazia, dei diritti delle donne tunisine, dell’insegnamento, all’universalità di principi democratici. Come vede, ora, il futuro?
Ora, molti di coloro che hanno lavorato per portare la democrazia in questo Paese, sono delusi, stanchi, ma ancora in “attesa”. Lasciamo perdere il mito della primavera araba, costruito da voi occidentali, qui dal 2011, prime delle elezioni del Parlamento, la classe politica tunisina si era già frantumata. Conosco Saied, giurista, tecnico preparato, un collega conservatore che non ha mai nascosto le sue simpatie per un potere presidenziale forte. Ennadha, il partito islamico, si è dimostrato incapace di qualsiasi coalizione e gestione. La frattura tra Nida Tounes, che comprende i nostalgici del dittatore Ben Ali, e Hennadha non si è mai sanata. La frantumazione dei partiti minori e la radicalizzazione della politica hanno creato uno scenario politico poco credibile. Nessuno ha più fiducia, dai giovani agli anziani. Tutto ciò, la disillusione, la povertà e la sfiducia, aumentano la fuga. Da gennaio a giugno 2021, 2.962 tunisini sono arrivati in Europa, senza contare gli illegali, provenienti soprattutto dalle regioni del Sud più emarginate.

Manifestazioni contrapposte
Mentre sto per chiudere la telefonata, Hafida mi conferma che, nonostante il coprifuoco, molti cittadini sono ancora ad Avenue Bourghiba, per controbattere i manifestanti di Hennadha, e sono coloro che inneggiano alla mossa del presidente Saied. Nello stesso momento, rileggo il messaggio di Amna Dridi, che dal profondo sud della Tunisia, Degache, mi scrive: “Qui non vi è paura, la situazione è confusa, ma la gente «normale» non vedeva l’ora di avere un uomo forte”.
In viaggio per Lampedusa, “porta europea dell’immigrazione”, penso: “Che fa l’Italia, l’Unione Europea, mentre la casa del nostro vicino brucia?”.

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