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Ucraina: guerra nel gelo mentre la diplomazia va in ordine sparso

Mentre la diplomazia ha ottenuto un cessate il fuoco dal 15 febbraio, dopo una maratona di 17 ore, Kiev denuncia l'ingresso nel Paese di una cinquantina di carri armati russi

Parole chiave: Merkel (3), Ucraina (179), Putin (14), Hollande (1), Mogherini (5), Russia (71)
Ucraina: guerra nel gelo mentre la diplomazia va in ordine sparso

Era già stato scritto lo scorso anno quando la Russia si fece un sol boccone della Crimea: prossimamente l’Ucraina dovrà rinunciare ad ampi territori e a punti significativi delle sue aspirazioni europeiste. Solo un miracolo potrebbe cambiare la situazione. Sembra che soltanto i politici occidentali ancora non lo sappiano, visto il loro procedere in ordine sparso e con posizioni contraddittorie. Dall’altra parte la Russia sa cosa vuole e da tempo sta progettando e manovrando per raggiungerlo con tutte le sue forze.

Pare che tutti siano in attesa di quello che succederà questa settimana nell’incontro a Minsk, in Bielorussia. Ma alla fine di questa trattativa, però, tra ucraini, separatisti filorussi e russi non ci sarà un accordo, ma al massimo una dichiarazione congiunta: troppo distanti le posizioni, troppi gli interessi in causa. (Un cessate il fuoco dalla mezzanotte di sabato e il ritiro delle armi pesanti da martedì: sono i due punti più importanti dell'accordo sul conflitto ucraino trovato da Putin, Poroshenko, Merkel e Hollande al vertice di Minsk la mattina di giovedì 12 febbraio - quando il nostro giornale era già andato in stampa -, dopo una tesissima maratona notturna di 17 ore. Un'intesa che, con qualche modifica, rilancia sostanzialmente gli accordi di Minsk dello scorso 5 settembre, finora ripetutamente violati da ambo le parti, ndr)

L’Ucraina nella storia

L’Ucraina è un paese segnato dalle guerre per i suoi territori. In un secolo ha patito le conseguenze di due conflitti mondiali, il dominio bolscevico che ha provocato una carestia da milioni di morti e deportazioni ancora per milioni di persone.

Ucraina vuol dire anche Cernobyl e il disastro nucleare della centrale che esplode, significa i porti militari dell’Unione Sovietica che ospitano la flotta del mar Nero, siti con missili a testata nucleare che vengono restituiti alla Russia a patto che questa rispetti l’integrità del territorio nazionale ucraino. Tutti aspetti presenti nel Memorandum di Budapest, firmato anche dai russi.

Memorandum che nel maggio del 2014 il primo ministro russo Dmitry Medvedev ha reso carta straccia, affermando che Mosca non è obbligata a garantire la sovranità territoriale di Kiev.

E’ dal giorno della separazione che l’Ucraina è in rapporti tesi con la Russia ed è da quel giorno che la Russia non intende mollare l’Ucraina all’occidente.

Pensare all’Ucraina significa anche pensare ai politici ucraini che si approfittano della gente che resta nella povertà, mentre loro si vendono le risorse del paese, ad amministratori che si fanno corrompere, ad impiegati che esigono bustarelle.

Certo, la politica ucraina si è mostrata incapace di gestire se stessa, ma è evidente che la maggior parte dei suoi problemi è legata alla Russia, che non concepisce un’Ucraina autonoma da Mosca e schierata con l’Occidente.

La posizione occidentale...

L’Europa e gli Usa hanno sedotto l’Ucraina e quasi sicuramente dovranno abbandonarla. Hanno promesso di portarla dentro la Nato, ma è impossibile che la Russia lo permetta. Oggi gli Stati Uniti dimenticano la crisi di Cuba quando, nel 1961, i sovietici volevano portare i missili nell’isola che dista solo 180 chilometri dalle coste della Florida.

In quell’occasione Kennedy era disposto alla guerra pur di rimandare indietro le navi con i missili a testata nucleare, come i russi oggi.

Ora Obama minaccia di mandare “armi letali” (ce ne sono anche di non letali?) agli ucraini perché possano combattere una guerra che non saranno mai in grado di sostenere. L’esercito ucraino è pochissima cosa rispetto a quello russo e i giovani scappano all’estero per non combattere. Non sarebbe una guerra, ma il suicidio di un popolo.

L’Unione Europea ha “lusingato” l’Ucraina per portarla al suo interno, ma non ha saputo aiutarla. Il miraggio di un benessere economico non è diventato aiuto vero e non lo diventerà. Anche a livello di trattative sono scesi in campo Hollande e la Merkel, ma non la Mogherini, Alto rappresentante dell’Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza: quanto sei debole Europa!

... e quella russa

La Russia è in grosse difficoltà economiche e d’immagine. L’economia è in grande difficoltà perché la ricchezza è stata prodotta solo dallo sfruttamento delle risorse naturali. La caduta del prezzo del petrolio ha portato la Russia alla caduta finanziaria ed economica. Le sanzioni dell’Occidente hanno appesantito ulteriormente la situazione. Putin non è stato un abile amministratore delle ricchezze del paese in tempo di abbondanza, ma ha saputo unire i russi contro l’Occidente e contro l’Ucraina. Il mestiere imparato al Kgb gli è stato utile al punto di apparire ai russi nazionalisti come colui che trattiene la Russia dal reagire alle provocazioni occidentali.

Putin usa la situazione per stare al potere, senza guardare in faccia nessuno. E’ abituato alle guerre locali, vedi cosa è accaduto in Georgia (le due guerre per inventarsi l’Ossezia e l’Abcasia) e in Cecenia. Un’ulteriore guerra locale non lo turberà più di tanto. Così come non gli interessano molto gli insorti filorussi; loro vogliono una regione indipendente, mentre Putin vuole che l’Occidente se ne vada per sempre e che l’Ucraina torni sotto l’influenza russa.

Forse qualche tempo fa la soluzione poteva essere quella proposta dai “vecchi” Brzezinski, Kissinger e Prodi, “Ucraina libera e neutrale tra Ue e Russia, come la Finlandia”.

Non sappiamo come andranno questi giochi di forza, ma tra qualche anno Putin, Obama, Hollande, Merkel e compagnia saranno ancora vivi e forse ancora al potere, mentre gli Ivan, Olga, Natascia, Yuri, Irina e tutte le donne e uomini semplici che abitano ogni parte dell’Ucraina saranno orfani, vedovi, uccisi o a piangere i morti, nella loro patria o profughi.

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