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Vaccini nel mondo: per pochi o per tutti?

70 Paesi poveri saranno in grado di vaccinare solo una persona su dieci nel 2021. Per avere un quadro globale dell'accesso ai vaccini e della diffusione della pandemia abbiamo raggiunto in Messico il professor Eduardo Missoni, medico specialista in Medicina tropicale e docente di Salute globale e sviluppo a Milano

Vaccini nel mondo: per pochi o per tutti?

Dopo quasi vent’anni di costante riduzione della povertà, attraverso il perseguimento degli obiettivi globali, la pandemia da Covid-19 ha catapultato oltre 100 milioni di persone in condizioni di estrema povertà, e causato contemporaneamente il crollo di mercati petroliferi, compagnie aeree e altri comparti industriali. E non solo. Ha riportato alla ribalta il tema della dipendenza vaccinale dei Paesi poveri, a vantaggio di multinazionali o di fondi sovrani, che si rendono disponibili a dare supporto sanitario in cambio di concessioni minerarie o di terre.

La People’s vaccine Alliance – coalizione di organizzazioni globali e nazionali unite con l’obiettivo comune di fare una campagna per un “vaccino contro la povertà” – stima che 70 Paesi poveri saranno in grado di vaccinare non più di una persona su dieci contro il Covid-19 nel corso del 2021.

Attorno alla questione dei vaccini l’Europa, che nelle conferenze internazionali richiama i Paesi africani o latinoamericani al rispetto dei diritti umani e alla tutela dell’ambiente, rischia di dare un brutto esempio perdendo di credibilità, cedendo il passo a politiche di land-grabbing. Più volte, l’Esecutivo comunitario è stato criticato dalle ong per le strategie di acquisto riservate cui si è fatto ricorso e sui prezzi «segreti» pagati alle multinazionali dei farmaci. Bruxelles si sta dimostrando sorda alla richiesta di un’equa ripartizione dei vaccini anche con i Paesi poveri. Così, che anche la gestione della pandemia di Covid-19 si dimostra figlia della globalizzazione del nostro modello di società.

Le proiezioni vaccinali elaborate dall’Oms evidenziano che solo nel 2024, quando noi saremo già al terzo ciclo, chi vive in Paesi a basso e medio reddito potrebbe ricevere il primo vaccino. La maggior parte di questi Paesi sembra dipendere dai contributi di Covax – un fondo comune per l’equa distribuzione dei vaccini per Covid-19 – che si è assicurato finora circa 900 milioni di dosi e intende fornire 2 miliardi di dosi entro la fine del 2021.

Per avere un quadro globale dell’accesso ai vaccini e della diffusione della pandemia abbiamo raggiunto in Messico il professor Eduardo Missoni, medico specialista in Medicina tropicale e docente di Salute globale e sviluppo a Milano, nelle Università Bocconi, Bicocca e Statale, nonché esperto di cooperazione allo sviluppo.

Professor Missoni, qual è la situazione epidemica e della sanità pubblica in America latina?

I casi di coronavirus sono aumentati rapidamente in America Latina, anche se con significative differenze tra i Paesi. Attualmente è la zona più colpita del mondo, insieme all’Asia. Il Brasile si avvicina rapidamente ai 10 milioni di casi confermati, il terzo al mondo dopo gli Stati Uniti e l’India e con quasi 250mila morti è secondo solo agli Stati Uniti in questa macabra statistica. Anche i numeri raggiunti in Messico, Argentina, Colombia e Perù sono preoccupanti. L’impatto catastrofico della pandemia è certamente da collegare alle condizioni strutturali dell’economia, delle condizioni di vita e dell’accesso ai servizi igienici e sanitari di quelle popolazioni, che la pandemia sta esacerbando. Ampi settori sociali nella regione mancano ancora delle strutture di base per far fronte a crisi come quella scatenata dal Covid-19. Anche la risposta sanitaria è stata minata da condizioni preesistenti comuni alla maggior parte dei Paesi latinoamericani, come gli alti livelli di disuguaglianza di reddito, l’estensione del settore informale e l’inadeguatezza dei sistemi sanitari.

Attualmente lei si trova in Messico, a collaborare con l’Istituto nazionale di sanità pubblica. Come funziona il sistema sanitario messicano?

Con l’obiettivo di raggiungere anche le comunità più remote per identificare e assicurare cure precoci a eventuali casi di Covid-19 è stata messa in atto una strategia per il rafforzamento dei servizi di base e comunitari mediante delle “brigate” di promozione della salute della comunità e delle “brigate” specializzate, che devono operare in stretto collegamento e a completamento delle azioni condotte dal personale sanitario, normalmente presenti nelle unità assistenziali di base. Certamente è elevata la preoccupazione per l’impatto degli effetti collaterali dell’epidemia sulla salute dei bambini, come in Italia – ad esempio – la chiusura delle scuole è dirompente per i più giovani. I ceti più deboli sono quelli che ne risentono maggiormente, cui si aggiunge in alcuni casi la discriminazione di gruppi più vulnerabili, compresi i rifugiati e i migranti.

Il vaccino sarà sufficiente per risolvere la pandemia globale?

E’ bene sottolineare che il vaccino non rappresenta la soluzione definitiva alla pandemia e, a mio parere, è un errore grave continuare a indicarlo come l’unica strategia risolutiva.

Dalla sua pluriennale esperienza nel campo della cooperazione pensa che questa pandemia possa rappresentare un punto di svolta per ridurre le disuguaglianze nell’accesso alla sanità per tutti?

Purtroppo, al di là di molta retorica, non mi sembra che sia prevalso lo spirito di cooperazione. Al contrario, direi che si è manifestato quel “nazionalismo dei vaccini” denunciato anche dal direttore generale dell’Oms, nonché da papa Francesco. I Paesi più forti sono entrati in competizione per accaparrarsi le maggiori forniture, impegnando ingenti somme di denaro pubblico, peraltro soggiacendo a inaccettabili condizioni imposte dalle multinazionali, ivi inclusa la segretezza delle negoziazioni.

Che ruolo potrebbe avere Covax per ridurre i tempi di accesso ai vaccini dei paesi più poveri?

L’iniziativa Covax, promossa da due partenariati pubblico-privati (Gavi e Cepi) insieme all’Oms, nasce con l’obiettivo di consegnare entro la fine del 2021 due miliardi di dosi di vaccini sicuri ed efficaci, approvati dall’Oms, offrendoli equamente a tutti i Paesi a basso reddito partecipanti, proporzionalmente alle loro popolazioni, dando la priorità a operatori sanitari e gruppi vulnerabili. Restando marginale (coprirebbe comunque solo il 20% delle esigenze di quei Paesi) rispetto al mercato complessivo dei vaccini, Covax rischia di non fare la differenza. La proposta di India e Sudafrica – avanzata in sede di Oms – di sospendere i diritti di proprietà intellettuale sullo sviluppo dei vaccini, riconoscendone il valore di bene comune globale, rappresentava a mio parere la strada maestra per assicurarne l’accesso universale. Naturalmente è stata subito accantonata.

E perché?

Troppi gli interessi economici in campo…

Papa Francesco ci ammonisce che la pace passa necessariamente per la cultura della cura della persona. Lei crede che per uscire da questo tempo oscuro gli obiettivi dell’Agenda 2030 debbano essere messi al centro dell’agenda politica internazionale?

Certamente la pace si costruisce a partire dallo sviluppo di società basate sulla solidarietà, con al centro la dignità, la cura e la valorizzazione di ogni essere umano. Certamente gli obiettivi dell’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile sono un traguardo importante, ma di compromesso. Infatti, non mette in discussione la sostenibilità complessiva del sistema sociale basato sulla crescita economica, lo sfruttamento illimitato delle risorse e il profitto all’origine della sofferenza planetaria e delle crescenti disuguaglianze.

Infine, lei ha presieduto 20 anni fa il Gruppo sanità in occasione della Presidenza italiana del G8 (2001), sostenendo il più ampio coinvolgimento della società civile e dell’opinione pubblica sui temi della salute globale e della cooperazione allo sviluppo. Nel 2021 si svolgerà in Italia per la prima volta il G20. Quale coinvolgimento per la società civile?

L’Italia è piena di esperienze associative, comunitarie, territoriali che sperimentano ogni giorno la costruzione di una società in cui ci sia spazio per tutte e per tutti, lo stesso avviene in molti altri Paesi del G20. E’ quella società civile che i Governi dovrebbero ascoltare e coinvolgere per capire come fare affinché davvero, ma in senso positivo, nulla sia come prima. Non cercare l’alternativa, significa non aver capito la profondità della crisi sociale, ecosistemica e valoriale, prima ancora che sanitaria ed economica che stiamo attraversando.

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