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C'è solo il diritto alla vita da riaffermare

Il 26 novembre l’Assemblea nazionale di Parigi ha votato favorevolmente una risoluzione per “riaffermare il diritto fondamentale all’interruzione volontaria di gravidanza in Francia e in Europa”. Anche in Italia la questione è calda, soprattutto quando si parla di obiezione di coscienza dei medici

C'è solo il diritto alla vita da riaffermare

C’è un dibattito agguerrito, tutto francese, che è stato poco raccontato in Italia. Il 26 novembre l’Assemblea nazionale di Parigi ha votato favorevolmente una risoluzione per “riaffermare il diritto fondamentale all’interruzione volontaria di gravidanza in Francia e in Europa”. Con questa scelta si è inteso affermare “l’importanza del diritto fondamentale all’aborto per tutte le donne in Francia, in Europa e nel mondo” e sostenere che “il diritto universale delle donne a disporre del loro corpo liberamente è una condizione indispensabile per la costruzione dell’uguaglianza reale tra donne e uomini in una società progredita”.

Falso per vero

L’uso del termine “riaffermare” porta all’inganno perché la legge francese non ha mai definito l’aborto come un “diritto”, né tanto meno “fondamentale”. Jean-Marie Le Méné, presidente della “Fondation Jérôme Lejeune”, sostiene che «questa risoluzione avrà un impatto giuridico, psicologico e simbolico» perché «affermare che l’aborto è un diritto fondamentale è incompatibile con il codice civile francese (articolo 16) e con il codice della salute pubblica (articolo L.2211-1), che stabiliscono come principio fondamentale il rispetto dell’essere umano dal principio della sua vita. L’aborto [è permesso solo] in deroga a questo principio. (…) Se questa proposta di risoluzione sarà votata il 26 novembre prossimo, si otterranno un’inversione dei valori della Repubblica e un’impasse giuridica».

Gli effetti

Questa decisione è in linea con la tendenza che va affermandosi in Europa, dove sempre più diminuisce l’importanza del diritto alla vita e dell’obiezione di coscienza. Questo avviene lentamente anche in Italia. La pillola abortiva ru486, chiamata pillola del giorno dopo, è descritta come pillola contraccettiva nel bugiardino; così si chiama il foglietto delle “istruzioni per l’uso” contenute nelle scatole dei medicinali che, mai come stavolta, merita un nome tanto evocativo. Ma così non è: si mente sapendo di mentire. Uno spermatozoo impiega tre minuti a raggiungere un ovulo e quindi, potenzialmente, a sancire il diritto alla vita dell’essere umano appena concepito. Perciò l’uso della pillola del giorno dopo è sempre abortivo. C’è una lotta mediatica contro gli operatori sanitari obiettori di coscienza. Sembra che in Italia ci sia carenza di ginecologi disposti a procurare l’aborto alle donne che lo chiedono. Alcuni giornali riportano casi strappalacrime di donne che non riescono ad abortire chiedendo che in nome del diritto all’aborto, mai stabilito, venga imposto di togliere l’obiezione di coscienza garantita per legge. Ebbene, nonostante gli obiettori di coscienza tra i ginecologi siano in crescita, ai non obiettori vengono richiesti in media 1,7 aborti a settimana. Non si capisce quale sia la difficoltà a fare il loro “lavoro”.

Fuori dal coro

In Italia chi si occupa del tema dell’aborto viene solitamente etichettato come cattolico intransigente o conservatore. Invece, in Francia, il dibattito ha mostrato che musulmani, ebrei ed esponenti di altre confessioni cristiane sono vicini alle idee dei cattolici. Anzi, anche non credenti di sinistra disposti a non adeguarsi alle direttive di Hollande hanno manifestato la loro contrarietà, perché affermare il diritto all’aborto significa negare il diritto alla vita, che è alla base di tutte le convenzioni e le dichiarazioni internazionali sui diritti umani, a cominciare dalla Dichiarazione Universale del 1948.

In Italia non brilliamo per intellettuali onesti di questo tipo, pur con qualche eccezione. Ma non è sempre stato così. Nell’articolo “Sono contro l’aborto” nel Corriere della Sera del 19 gennaio 1975, poi raccolto in “Scritti corsari”, Pierpaolo Pasolini scriveva: “Sono però traumatizzato dalla legalizzazione dell'aborto, perché la considero, come molti, una legalizzazione dell'omicidio. Nei sogni, e nel comportamento quotidiano - cosa comune a tutti gli uomini - io vivo la mia vita prenatale, la mia felice immersione nelle acque materne: so che là io ero esistente. Mi limito a dir questo, perché, a proposito dell'aborto, ho cose più urgenti da dire. Che la vita sia sacra è ovvio: è un principio forte ancora che ogni principio della democrazia, ed è inutile ripeterlo (…). L'aborto legalizzato è infatti una enorme comodità per la maggioranza (…) Oggi la libertà sessuale della maggioranza è in realtà una convenzione, un obbligo, un dovere sociale, un'ansia sociale, una caratteristica irrinunciabile della qualità di vita del consumatore. Insomma, la falsa liberalizzazione del benessere ha creato una situazione altrettanto e forse più insana che quella dei tempi della povertà”. Altro che diritto all’aborto.

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