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Caritas tarvisina: un no che genera un'ulteriore accoglienza

Non possiamo accettare che le persone siano trattate come cose e che vengano ridotte a una voce di spesa. Dicendo di “no” a questa modalità, però, non ce ne laviamo le mani, non ci nascondiamo dietro a “la nostra parte l’abbiamo già fatta”.

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Caritas tarvisina: un no che genera un'ulteriore accoglienza

La nostra Chiesa diocesana da sempre attraverso l’operato della Caritas e soprattutto quello silenzioso, ma molto prezioso, delle comunità parrocchiali, si è spesa per l’accoglienza e il sostegno alle persone in difficoltà. In modo particolare dal 2011 si è spesa con notevole impegno anche per l’accoglienza dei migranti, prima con l’emergenza Nord Africa e poi dal 2014 con l’arrivo di persone dalla Libia e anche dalla via balcanica.

Sono stati anni impegnativi, a volte faticosi, ma che senza dubbio hanno lasciato un segno di fiducia e di speranza che un mondo migliore è possibile, che la strada della comunione e dell’integrazione, per quanto impervia, è percorribile. Come dice un proverbio africano, “Chi vuole veramente una cosa, una strada la trova”, gli altri (quelli che sventolano la bandiera dell’impossibile e del pessimismo) trovano solo scuse. Queste parole ci aiutano a rileggere questi anni di accoglienze e anche le motivazioni profonde per cui oggi la nostra Chiesa, attraverso la Caritas, insieme anche ad altre realtà, sta dicendo di no a un certo modello di accoglienza, rimanendo però attiva e non ponendosi alla finestra a guardare cosa succede.

Otto anni fa, quando sono aumentati in modo considerevole gli arrivi di migranti e dinanzi alla richiesta di accoglienza da parte della Prefettura, la nostra Chiesa ha detto “sì”. Le porte aperte sono espressione di un vangelo incarnato, ma anche di una cultura solidale che appartiene al dna del nostro territorio. Non possiamo, però, dimenticare che in quel frangente, all’inizio, la Caritas si è trovata da sola, con un rifiuto totale all’accoglienza da parte di tutti gli enti locali della nostra realtà. E’ stata una strada in salita, che ha annoverato episodi che ancor oggi ci devono far arrossire per la vergogna: i migranti lasciati un giorno in pullman davanti alla stazione ferroviaria, i materassi bruciati a Quinto di Treviso, i 70 migranti dislocati nella caserma Salsa in condizioni fatiscenti, le scritte che inneggiavano al Montello come a un inferno per i migranti, e altri ancora.

 

I frutti dell’accoglienza diffusa

Credo che facilmente molti si siano dimenticati di tutto questo, ma è da qui che siamo partiti, da questa situazione. Con un lavoro silenzioso si è creduto che la via più efficace fosse quella dell’accoglienza diffusa e del coinvolgimento del territorio. Questa strada è stata condivisa da altre realtà, Caritas di altre diocesi e cooperative del nostro territorio. Si è dato vita, piano piano, a un’accoglienza diffusa che ha permesso molti percorsi di integrazione e di inserimento nelle comunità. Tra famiglie, comunità, datori di lavoro e migranti sono nate in questi anni delle relazioni che dicono un “nuovo”, un “inedito” che rimette al centro dell’attenzione la persona e il valore inestimabile della fraternità. Certamente non tutto ha avuto esito positivo, sono stati fatti anche degli errori, ma ci si è sporcati le mani cercando di abitare questa nostra storia, non restando alla finestra a esprimere giudizi e lanciare slogan che intercettano il sentire immediato, ma che non sono dentro una dinamica di sviluppo comunitario. Caritas ha incontrato oltre mille persone in questi otto anni e tutte hanno lasciato un segno prezioso. Molte sono all’estero, altre in Italia e una parte è inserita nel nostro territorio. Alcune di queste persone, però, vagano angosciate e smarrite nel limbo dell’incertezza e dell’insicurezza (circa i documenti) che anche la nuova legge (L. 132/18) contribuisce ad alimentare. Per queste persone c’è il rischio concreto di scivolare dentro le paludi della marginalità, dello sfruttamento o, peggio ancora, della criminalità.

La profezia di un no generativo

Oggi il Governo ha deciso di smantellare il sistema dell’accoglienza, che, pur con le sue debolezze, aveva prodotto alcuni risultati buoni (anche se qualcuno sostiene il contrario). Ha scelto di ridurre l’accoglienza dei richiedenti asilo a un parcheggio, in attesa del chiarimento della loro posizione giuridica (se avranno il permesso o meno). I migranti vengono ridotti a un numero da gestire, e più il numero è ridotto meglio è, perché si spende meno, in nome del “prima gli italiani”.

In sintesi, credo che si stia dando forma a un rifiuto dell’altro, soprattutto del povero, in un’epoca in cui la storia sta andando verso tutt’altra direzione. Come Chiesa vogliamo dire con la nostra scelta, operata anche da altre realtà, che noi non condividiamo la logica dei porti chiusi, che le persone vanno sempre rispettate nella loro dignità, che a ognuno vanno dati gli strumenti necessari per integrarsi. Non possiamo accettare che le persone siano trattate come cose e che vengano ridotte a una voce di spesa. Dicendo di “no” a questa modalità, però, non ce ne laviamo le mani, non ci nascondiamo dietro a “la nostra parte l’abbiamo già fatta”.

Noi viviamo in questo tempo, vogliamo abitare questa storia, desideriamo fare la nostra parte di bene, per quanto piccola e fragile. Ed è per questo che ci spenderemo, insieme ad altri, per accompagnare quei migranti (soprattutto coloro che hanno ricevuto il permesso umanitario) che sono rimasti a metà del guado, che hanno bisogno di essere ancora sostenuti e orientati. Lo faremo a spese nostre, ma i soldi (pur essendo necessari e importanti) non contano così tanto quando già si intravedono i bagliori di un nuovo giorno, la possibilità concreta di un mondo rinnovato dalla fraternità e dalla comunione. I sogni diventano realtà quando si impara a onorare la sacralità di ogni vita. Questo è il dono più bello che l’esperienza di accoglienza dei migranti (come con tutte le altre realtà di fatica e povertà) ha lasciato scritto nel nostro cuore: un mondo migliore è possibile, ma dipende anche da noi, dal nostro coraggio di esserci e starci.

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