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Ci scrive Prodi: Europa, un pane cotto a metà

Intervento in esclusiva per i settimanali diocesani del Nordest: “Si sono smarrite le ragioni che sono state il fondamento della nostra Unione. Ma si può ricostruire una nuova Europa capace almeno di reggere,  anche se non esercitando la leadership come io speravo, il confronto con il mondo e i suoi giganti”.

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Ci scrive Prodi: Europa, un pane cotto a metà

E’ forse arrivato il momento di chiedersi, parafrasando una famosa frase del discorso di insediamento alla Casa Bianca di John Kennedy, non tanto cosa possano fare gli Stati Uniti per l’Europa, ma cosa l’Europa può fare per se stessa. E lo scossone che da oltre oceano l’elezione di Donald Trump ha portato con sé, potrebbe rivelarsi un’occasione perché i leader politici europei tornino insieme a sedersi attorno ad un tavolo, non per dividersi in mille politiche di interesse  nazionalistico, ma per disegnare il volto di una nuova Europa unita. E forse questa potrebbe essere anche la nostra ultima occasione, non solo perché se Trump realizzasse quello che promette potrebbero esserci conseguenze gravi per l’Europa, ma anche perché nessuna nazione, per quanto grande e potente sia, potrà mai competere da sola con America e Cina. Vale per la Germania e anche per la Gran Bretagna.

La speranza sostituita dalla paura

La “mia” Europa infatti, quella della speranza e della fiducia, è stata sostituita dall’Europa della paura: paura delle migrazioni, della globalizzazione, delle sfide con le nuove potenze. Ed è la paura che alimenta e rende più pericolosa l’attuale spinta verso il ritorno di politiche nazionalistiche. Si è molto detto e scritto che la Brexit rappresenti la causa dell’inevitabile tramonto dell’Europa, mentre invece l’addio all’Europa della Gran Bretagna è un sintomo, grave, di questa stessa paura, dell’immobilismo europeo, della perdita della spinta fiduciosa verso il futuro. Quel percorso che leader come Kohl avevano intrapreso guardando con determinazione ad un progetto di unità tra le nazioni europee, tanto da far crescere concretamente la dimensione di una Europa “casa delle minoranze”, si è interrotto e lentamente si sono persi non solo l’idealismo, ma la volontà di un’Europa unita e forte. Basti ripensare al clima di entusiasmo che accompagnò l’avvento della moneta unica per comprendere quante cose, da allora, siano cambiate. Ricordo bene le parole di Kohl quando gli chiesi perché volesse così tenacemente l’euro, arrivando a sfidare la contrarietà di una parte dell’opinione pubblica tedesca. Il Cancelliere semplicemente mi rispose: “perché mio fratello è morto in guerra”. Voleva un’Europa unita, forte, solidale e capace, come è stato fino ad oggi, di proteggere le nazioni europee dalla tragedia della guerra. Altro che Europa dei banchieri! Oggi ci appare scontato vivere in pace, circolare liberamente, mandare i nostri figli a studiare all’estero e invece non lo è affatto. Ma i leader europei che hanno sostituito quella generazione di costruttori dell’Unione, non hanno saputo proseguire su questo percorso. Afflitti e preoccupati dalle reazioni interne dei singoli paesi, dai sondaggi politici, essi si sono mostrati disinteressati ad una politica europea comune. E siamo arrivati ad oggi, ad un’Europa distante dai cittadini e che non conta più perché, come dico spesso, ha il sapore di un “pane cotto a metà”. Un’Europa divisa da interessi che sembrano non convergere più e con una sola nazione capace di esprime la leadership, la Germania. Primato questo di cui la Germania gode per le sue indiscutibili virtù, ma che non esercita con quel senso di responsabilità, rispetto ai comuni destini dell’Unione, che dovrebbe essere invece strettamente connesso alla leadership.    
Per questo sostengo che l’uscita della Gran Bretagna non è la causa, ma un sintomo dello stato in cui oggi si trova l’Unione. Questa frammentazione, già in atto da tempo, ci aiuta a comprendere molti fenomeni europei, come la Brexit, e l’avanzare incalzante di forze che non sono né di destra, né di sinistra, ma antisistema. E’ il caso della Francia e di Marine Le Pen la quale riesce a raccogliere consensi che vanno oltre la destra estremista che aveva sostenuto suo padre. I partiti populisti e antisistema non possono, infatti, che crescere davanti all’inerzia europea, all’assenza di risposte unitarie al problema delle migrazioni, alla necessità di rimediare alle gravi disuguaglianze, alla iniqua distribuzione dei redditi, all’impoverimento incessante della classe media e dinnanzi all’incapacità di corrispondere con nuove politiche unitarie ai timori e alle insicurezze delle persone. Per questo, benché avessi sperato che non accadesse, non mi sono stupito dell’esito del referendum britannico. E’ stata una viscerale reazione a questa Europa che non unisce e non invoglia a restare. Frutto dell’improvvido e sciagurato referendum voluto da Cameron per ragioni di politica interna, la Brexit è la dimostrazione che non si possono inseguire i populismi sul loro stesso terreno, perché poi la gente al momento di esprimersi non sceglie la copia, ma l’originale. A tutto ciò si aggiungono ora le preoccupazione per il lento avvio del post Brexit, rallentato sia dalla gestione tedesca che, per interessi suoi, non ha fretta di vedere la Gran Bretagna fuori dalla Ue, sia dalla complessità del lavoro da svolgere, riga per riga, sui vari trattati.
Trump interprete della paura
Ho sostenuto che Trump sia in fondo molto simile ad un leader europeo: interprete della  politica della paura, ha vinto facendo leva proprio sul malessere e lo stato di insicurezza della classe media e operaia. Allo stesso modo dei populismi europei: la Brexit ha vinto nei sobborghi popolari e non a Londra, Trump nel Mid West e non a New York. Dunque, non stupisce che non solo abbia espresso il suo caloroso apprezzamento nei confronti della Brexit, ma che abbia addirittura incoraggiato e auspicato nuovi abbandoni in seno all’Europa. Si tratta però di una rivoluzione nelle relazioni tra Europa e Usa, di una interferenza inusuale e, dal mio punto di vista, di una caduta di stile notevole. Anche se è difficile per ora commentare il neo eletto presidente degli Stati Uniti d’America che un giorno dice una cosa e il giorno dopo i suoi collaboratori ne dicono un’altra tutto all’opposto, Trump rappresenta una rottura rispetto ai tradizionali rapporti che hanno da sempre contraddistinto Stati Uniti ed Europa. Rapporti che sono sempre stati ispirati da grande amicizia, scambi commerciali, investimenti e confronti culturali. Un legame stretto quello che ha unito Europa e Stati Uniti fin dal primo dopoguerra e che si è via via evoluto: agli Stati Uniti andava bene che l’Europa crescesse e diventasse un partner sempre più potente, purché non eccedesse. Penso, ad esempio, al grande progetto di comunicazione Galileo che intendevo realizzare quando ero Presidente della Commissione perché ci avrebbe resi indipendenti dal gps statunitense. Fallì perché gli Usa ne impedirono di fatto la nascita. Non fu l’unico caso e anzi si potrebbe farne un lungo elenco. Tuttavia i rapporti tra Usa e Europa si sono sempre mantenuti su un binario tradizionale. Così è stato anche durante i due mandati di Obama nonostante egli abbia di fatto ignorato l’Europa, salvo reagire dinnanzi alla Brexit preoccupato per l’eccessivo indebolimento europeo.
Togliere le sanzioni alla Russia
Oggi Trump si spinge ben oltre ad una sostanziale indifferenza, arrivando a condannare a morte la Nato, rivoluzionando il tradizionale atteggiamento nei confronti della Russia e sembra voler dire all’Europa che d’ora in poi dovrà farsi carico della propria difesa. E’ arrivato a sostenere che l’Europa sia solo uno strumento per esaltare la potenza della Germania. Un vero e proprio attacco al cuore dell’Europa perché la Germania, per il suo ruolo di paese leader, è il collante europeo. Ed è un attacco alla nazione che per prima ha applicato, seguendo il volere degli Stati Uniti, le sanzioni alla Russia. Ciò che davvero stupisce è che non vi sia stata, da parte europea, nessuna reazione. Ci sarebbero invece almeno due cose da fare subito: togliere le sanzioni alla Russia giocando in anticipo rispetto agli Stati Uniti e preparare un progetto comune di difesa mettendo sotto un’unica autorità le risorse militari già esistenti. Azioni che da tempo l’Europa avrebbe dovuto compiere. Resta da chiedersi perché l’Europa non reagisca. Forse la risposta sta nella perdita di memoria storica di questa nuova generazione di leader e allo stesso tempo nello smarrimento delle ragioni che sono state il fondamento della nostra Unione. Ma io credo invece che in questa tempesta che dall’America arriva fino a noi sia insita la straordinaria possibilità di dimostrare che l’Europa non solo esiste, ma è in grado di riconquistare il posto che le spetta.
Se infatti la “mia” Europa è morta, ciò non significa che non si possa ricostruire una nuova Europa capace almeno di reggere, anche se non esercitando la leadership come io speravo, il confronto con il mondo e i suoi giganti.

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