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Da Francesco a Francesco

Quella firmata da entrambi è una dichiarazione intrigante fin dal titolo: “Documento sulla Fratellanza umana per la pace mondiale e la convivenza comune”. Si riconosce che questa comune umanità è valore fondamentale per ogni religione, e traguardo da perseguire proprio in quanto credenti. E la fratellanza non è intesa in modo puramente ideale: l’appello del documento nasce non soltanto “in nome di Dio”, ma anche “in nome” delle vittime, dei poveri, degli orfani e delle vedove, dei rifugiati e degli esiliati, dei popoli senza pace, di una fratellanza “lacerata” da integralismi e sistemi di guadagno…

Parole chiave: papa francesco (627), abu dhabi (2), emirati arabi (2), dialogo interreligioso (7), islam (88)
Da Francesco a Francesco

La “prima volta” di un papa nella penisola araba non poteva non fare notizia. Il viaggio di Francesco è stato preparato da altri quattro incontri con Ahmad al-Tayyib, Grande Imam di Al-Ahzar, l’università di studi coranici del Cairo, considerata il più influente centro islamico sunnita al mondo.

Al di là di altre pur importanti considerazioni, voglio fermarmi su ciò che “rimane” dell’incontro tra Francesco e il Consiglio musulmano degli Anziani, organismo indipendente nato nel 2014 per promuovere la pace nelle comunità musulmane, ma soprattutto con l’autorevole Al-Tayyib. Quella firmata da entrambi è una dichiarazione intrigante fin dal titolo: “Documento sulla Fratellanza umana per la pace mondiale e la convivenza comune”. Si riconosce che questa comune umanità è valore fondamentale per ogni religione, e traguardo da perseguire proprio in quanto credenti. E la fratellanza non è intesa in modo puramente ideale: l’appello del documento nasce non soltanto “in nome di Dio”, ma anche “in nome” delle vittime, dei poveri, degli orfani e delle vedove, dei rifugiati e degli esiliati, dei popoli senza pace, di una fratellanza “lacerata” da integralismi e sistemi di guadagno…

Tra Chiesa cattolica e Al-Ahzar ci si impegna, come primo segno di fratellanza, a perseguire la “via” della “cultura del dialogo”, nella “collaborazione comune” attraverso il metodo della “conoscenza reciproca”. Ma anche qui, non ci si limita ad affermazioni generiche: vengono indicate una serie di convergenze su temi concreti. Fra tutte, tre mi sono sembrate particolarmente significative: il diritto alla libertà, compresa quella religiosa, la necessità di un concetto di piena cittadinanza, il dovere di riconoscere i diritti delle donne. Mentre le condanne comuni del terrorismo, dei fondamentalismi e della guerra possono essere più scontate, frutto di situazioni tragiche di cui l’opinione pubblica chiede conto anche alle religioni, queste tre convergenze entrano su questioni specifiche dell’Islam (e non così pacifiche neppure per il cristianesimo). Affermare che “si condanna il fatto di costringere la gente ad aderire a una certa religione o a una certa cultura”; dichiarare che va riconosciuta “piena cittadinanza” a tutti i componenti della società, rinunciando alla discriminazione delle “minoranze”; considerare necessario “riconoscere il diritto della donna all’istruzione, al lavoro, all’esercizio dei propri diritti politici”…  Ecco, tutto questo non porterà automaticamente a cambiamenti immediati nei comportamenti dei musulmani e dei cristiani, tuttavia è stato sottoscritto, e può rafforzare un processo verso il riconoscimento reciproco nel rispetto del “pluralismo” nato dalle “differenze” che Dio stesso ha voluto in seno all’umanità, con l’attenzione a “consolidare i diritti umani” di tutti.
Una parola conclusiva sulla cornice simbolica nella quale è stato collocato questo evento: gli 800 anni dall’incontro di Francesco d’Assisi con il sultano Malik al Kamil a Damietta, in Egitto, durante la quinta crociata. Un incontro talvolta “romanzato”, ma che ha generato la modifica della Regola francescana da parte dello stesso Francesco, con l’aggiunta delle indicazioni ai frati che volessero “andare fra saraceni e infedeli”: si chiede loro un atteggiamento di testimonianza pacifico e remissivo. Questo stile emerge dal comportamento di Francesco (papa): continua a proporre con convinzione una mitezza, segno non di debolezza ma di forza interiore, ricordando a se stesso, alla Chiesa e all’Islam, che “Dio non ha bisogno di essere difeso da nessuno”. Piuttosto, chiede di essere testimoniato dentro un tempo di indifferenza religiosa e umana con scelte credibili di costruzione di fratellanza insieme a tutti gli uomini e le donne di buona volontà. Impegni ribaditi nella Dichiarazione firmata ad Abu Dhabi e che vorrebbero ispirare comportamenti coerenti non solo nell’Islam, ma nella stessa Chiesa cattolica.

*incaricato diocesano per il dialogo con gli immigrati islamici

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