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Election day: partita da giocare fino in fondo

Nelle chiacchiere politiche di queste settimane, si è spesso insinuata un’idea: queste elezioni, così anomale per la minaccia del Covid-19 e per una campagna elettorale iniziata in pieno agosto, rischiano di essere “scontate”, perfino “inutili”. Ma non è così. E preoccupa che in questa campagna elettorale sia sentito parlare poco del Veneto del futuro, di come dare ossigeno a un modello ancora efficiente, eppure incrinato, a come coniugare sostenibilità, sviluppo, servizi socio-sanitari nell’attuale difficile contesto.

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Election day: partita da giocare fino in fondo

Nelle chiacchiere politiche di queste settimane, si è spesso insinuata un’idea: queste elezioni, così anomale per la minaccia del Covid-19 e per una campagna elettorale iniziata in pieno agosto, rischiano di essere “scontate”, perfino “inutili”. Lo afferma chi ritiene annunciata la vittoria del Sì al referendum sulla riduzione del numero dei parlamentari. E chi, contemporaneamente, ritiene che le elezioni regionali del Veneto, alla luce delle recenti esperienze e di tutti i sondaggi, abbiano nel presidente uscente un vincitore annunciato.

In realtà, le elezioni si devono ancora tenere. Siamo, insomma, nella situazione “zero a zero e palla al centro”. E quella dell’esercizio democratico del voto è una partita da giocare. Sempre, e al meglio delle proprie possibilità, ne va del bene comune e della salute della democrazia. Vale per i favoriti, per gli sfavoriti e i candidati di bandiera, vale anche per i cittadini elettori.

Certo, nessuno è così ingenuo da ritenere che tutti coloro che vivono di previsioni politiche abbiano preso un improvviso colpo di sole, ma il punto non è questo. L’appuntamento elettorale del 20 e 21 settembre è oggettivamente importante e importanti saranno gli effetti delle scelte dei cittadini e del modo in cui tutti i soggetti coinvolti “giocheranno la partita”. O meglio, le partite, dato che quello che ci attende è un “election day”. Tutti noi saremo infatti chiamati a pronunciarci, con un Sì o con un No, sulla riforma della Costituzione che riduce il numero dei deputati (da 630 a 400) e dei senatori (da 315 a 200). E tutti noi veneti, così come gli elettori di Valle d’Aosta, Liguria, Toscana, Marche, Campania e Puglia, sceglieremo chi governerà la Regione. Infine, diversi cittadini (per esempio quelli di Venezia e, nel nostro territorio, di Castelfranco, Spresiano e Arcade) sono anche chiamati a eleggere il proprio sindaco.

Partite tutte da giocare, quindi. Partiamo dal referendum. Da molte parti è stato fatto notare che il semplice e “brutale” taglio dei parlamentari, senza intervenire sulle funzioni delle due Camere, è una riforma poco incisiva, dettata dall’antipolitica piuttosto che dalla volontà di avviare un coerente percorso di riforme. D’altro canto, la modifica della Costituzione è passata quasi all’unanimità e la vittoria del No, di fatto, sarebbe una “sberla” per l’intero Parlamento. Molti si aspettavano un plebiscito, senza dibattito. Invece in queste settimane è sorto un vivace movimento d’opinione per il No, che ha avuto, se non altro, il merito di focalizzare l’attenzione sulla scelta che siamo chiamati a fare. Le ragioni del Sì e del No sono state messe sul tavolo. Ci sono, insomma, le condizioni per esercitare un voto consapevole e responsabile e il salto di qualità nel dibattito fa sperare che ci sia una maggiore consapevolezza anche nella politica, per andare avanti con le riforme di cui il Paese ha davvero bisogno.

Lasciando da parte le Comunali, la cui valenza è spesso dettata da situazioni locali (c’è, tuttavia, interesse per il test di Venezia), passiamo alle Regionali. Anche in questo caso, si tratta di elezioni importanti, se non altro per il momento delicato che attraversa la nostra regione, a causa dell’emergenza Covid-19 e non solo. Il fatto che esista un candidato “ultra-favorito”, come si diceva, non impedisce che la partita debba essere giocata da tutti fino in fondo, proprio per il bene del Veneto. Oggettivamente difficile, per l’attuale opposizione, farlo in un clima di “liberi tutti”, con una frammentazione mai vista di candidati. E per il principale oppositore di Luca Zaia, Arturo Lorenzoni, è diventato quasi impossibile fare campagna elettorale dopo la sua positività al coronavirus (auguri di pronta guarigione!). Eppure, un’opposizione sguarnita e ai minimi termini non è una buona notizia per la democrazia, e neppure per chi vince. Tra l’altro, le divisioni interne nella Lega di oggi sono ormai alla luce del sole, come emerge dai timori espliciti dell’apparato per il possibile exploit della lista Zaia. La memoria va ai Comuni del nostro Veneto di qualche decennio fa: la Dc prevaleva con percentuali bulgare, ma poi i paesi diventavano ingovernabili per gli scontri tra correnti, dorotei e fanfaniani erano diventati partiti nel partito. Alla fine, la Dc si è accartocciata su se stessa, senza idee e progetti. Per questo, al di là di chi vince e di chi perde, preoccupa che in questa campagna elettorale sia sentito parlare poco del Veneto del futuro, di come dare ossigeno a un modello ancora efficiente, eppure incrinato, a come coniugare sostenibilità, sviluppo, servizi socio-sanitari nell’attuale difficile contesto. Il nostro giornale, qualche settimana fa, aveva posto la questione di chi ha oggi le leve del potere nella nostra regione, a livello economico, finanziario, bancario. A noi cittadini, alla società civile, viene chiesto anzitutto di andare a votare, ma non solo. In questo momento il Veneto ha bisogno di partecipazione e di nuove idee, al di là del risultato del 20 e 21 settembre.

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