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Il duro richiamo della Cisl: qualche sindaco avrebbe votato per Barabba

Rifiutare l’appello alla riflessione e alla responsabilità verso i più poveri in nome della difesa del popolo (“di questo passo le chiese rimarranno vuote”) fa andare con il pensiero ai tempi in cui il popolo “ha votato” il detenuto invece che Gesù. E' necessaria una classe dirigente degna di questo nome, meno condizionata dagli umori quotidiani e più ispirata a visioni di prospettiva.

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Il duro richiamo della Cisl: qualche sindaco avrebbe votato per Barabba

“Può darsi che il qualificarsi come cristiani possa prescindere dall’insegnamento dei vescovi. Può anche darsi che trovare soluzioni concrete possa essere più complicato che affermare teorici valori.

Può darsi infine che nelle pieghe di un altruismo disinteressato, si nascondano perfino interessi inconfessabili.

Ma rifiutare l’appello alla riflessione e alla responsabilità verso i più poveri in nome della difesa del popolo (“ di questo passo le chiese rimarranno vuote”) mi ha fatto andare con il pensiero ai tempi in cui il popolo “ha votato” Barabba invece che Gesù. E’ bastato, infatti, che qualche capo politico e religioso ne alimentasse le paure e i sentimenti meno nobili. E’ bastato trovare un capro espiatorio perché tutti si sentissero sollevati dalle proprie responsabilità , ben felici di aver individuato la causa di tutti i mali.

Oggi non è facile per nessuno gestire problemi di questa portata, men che meno per chi ha una qualche responsabilità politica e istituzionale.

Ma proprio per questo è necessaria una classe dirigente degna di questo nome, meno condizionata dagli umori quotidiani e più ispirata a visioni di prospettiva.

Il fenomeno migratorio  - sempre esistito ma ora in fase di crescita veloce e tumultuosa  - non terminerà domani. Pensare poi che esso riguardi tutti fuorché noi e la nostra realtà territoriale, è semplicemente un’illusione, perché non esiste un’isola felice in un mare in tempesta. Come pure non basta il pericoloso esercizio propagandistico del tipo “rimangano a casa loro” per evitare di farci i conti.

E’ quindi una valutazione squisitamente politica quella che ci impone di affrontare questa problematica con consapevolezza e responsabilità (quella che è mancata e manca nella gestione statale e locale), e non certo un convincimento morale o, peggio, una volontà “pelosamente” moralistica.

Se poi i vescovi trevigiani ci richiamano anche a un “supplemento di umanità” (né ‘buonista’, né irresponsabile ), credo faremmo bene  a prenderci qualche minuto di pausa.

Perché tutte le civiltà crescono e si misurano soprattutto da come sono capaci di aprirsi alle sfide esterne, in particolare a quelle portate da chi sta peggio. Nella storia chi ha chiuso le proprie porte ha sempre finito per chiudere la propria esperienza politica e civile.

Aprirsi al nuovo è difficile per definizione e nessuno vuole nasconderne le criticità (e le strumentalizzazioni ), ma l’alternativa è tra l’avere un futuro e non averlo, tra una responsabile gestione dei processi e la preparazione di un inevitabile declino.

Solo le società che sanno aprirsi rimangono vive, gestendo al meglio anche il fenomeno migratorio, investendo su di esso e considerandolo più un’opportunità che un pericolo, specialmente se posto in relazione al grave problema demografico del nostro Paese, alla necessità del rilancio dei consumi interni, al contributo al mondo delle imprese. 

Tutti siamo portati a credere che i nostri diritti siano indiscutibili e frutto del nostro impegno e sacrificio. Cosa vera e sacrosanta, ma parziale. Il messaggio biblico – se mi è permessa questa segnalazione – ci dice che il metro del giudizio della giustizia e della positiva convivenza sociale non risiede  nel “mio “diritto”, ma nel “diritto della vedova, dell’ orfano, del povero, dello straniero”.

Per una volta proviamo a riflettere prima di parlare e di agire. Ne trarremo tutti un grande giovamento.

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