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Immigrazione: guardare più lontano

Gli occhi sbarrati e lo sguardo vitreo di chi si vede sottratto in extremis all’abisso che ha inghiottito altre vite umane sono solo l’ultima immagine di una tragedia alla quale non ci è dato di assuefarci. Ma è anche tempo di andare oltre, anche se può sembrare irrealistico, è necessario un passo ulteriore, capace di elaborare pensiero, di immaginare futuro a partire dalle scelte concrete di solidarietà ed ospitalità  compiute in questo campo.

Parole chiave: immigrazione (67), migranti (149), chiesa italiana (32), accoglienza (151)
Immigrazione: guardare più lontano

La Nota diffusa dalla Presidenza della Conferenza episcopale italiana il 19 luglio scorso, dal titolo: “Migranti, dalla paura all’accoglienza”, che trovate riportato nel box qui a fianco, ci provoca su vari fronti. A partire da una scelta precisa: non rimanere indifferenti, che è il rischio più grande. E, insieme a questo, non illudersi che vi siano soluzioni “semplici” a una questione così complessa, la quale da anni sta trasformando il Mediterraneo in una fossa comune, che ha già ingoiato più di 30mila morti in quindici anni. E, ancora, non permettere che la paura condizioni ogni decisione, alimentando reazioni aggressive che non rispettano né le persone né le loro tragedie, né favoriscono la convivenza civile nei nostri territori.

La sfida che ci sta di fronte
Un comunicato essenziale e pacato, ma anche netto e chiaro, che traccia confini precisi, coerenti con i “paletti” dichiarati dal presidente della Cei Bassetti il 24 maggio, alla nascita del governo Conte e della posizione di critica costruttiva assunta dalla Cei, punti fermi come “la persona, la Costituzione, la scelta chiara per la democrazia e l’Europa”.
Mi sembra che i Vescovi abbiano nitida la consapevolezza della sfida che ci sta di fronte, come società italiana e come Chiesa che in questa società vive: “osare”, rischiare di impegnarsi per costruire un futuro in cui solidarietà, giustizia e pace siano riconosciuti come valori di riferimento civile ed ecclesiale, come orizzonti verso cui continuamente crescere.
Sono affermazioni che, pur partendo dal dibattito attuale sull’accoglienza dei migranti, sanno guardare più lontano e più in profondità. Scelte fatte camminando con altri, senza crederci unici depositari e custodi di un modo di intendere il nostro stare al mondo che sappia “custodire la vita. Ogni vita”.
Ma allora è tempo di andare oltre, anche se può sembrare irrealistico, è necessario un passo ulteriore, capace di elaborare pensiero, di immaginare futuro a partire dalle scelte concrete di solidarietà ed ospitalità  compiute in questo campo.

E dopo la prima accoglienza?
E’ tempo di dire, con chiarezza e forza, che il “problema” non è l’accoglienza in sé, così come viene comunemente intesa: tutto sommato in provincia di Treviso fino ad oggi non vi sono stati episodi gravi connessi alla presenza dei richiedenti asilo. Anzi, nel caso delle accoglienze diffuse, quelle in piccoli gruppi distribuiti sul territorio e gestiti con competenza, si sono piuttosto moltiplicate le occasioni di incontro e di scambio con la popolazione locale, occasioni che iniziano a ridurre paure e pregiudizi. Cosa che non si è verificata allo stesso modo nelle concentrazioni più grandi di richiedenti asilo, dalla Caserma Serena ad altre, nelle quali il rapporto con il territorio è stato senz’altro più problematico, come pure la qualità di vita di chi in tali strutture è stato ospitato. Ma lo sguardo va spinto più oltre, lo ripeto, a coloro che escono dai centri di accoglienza straordinaria perché si è concluso l’esame della loro domanda di asilo o di protezione umanitaria. In questo senso vi sono esperienze senz’altro positive, come quelle promosse dalla Caritas Tarvisina, “Rifugiato a casa mia e in parrocchia mia”, che stanno continuando a coinvolgere varie decine di migranti e famiglie e parrocchie.

Risorse nella crisi demografica
Ma lo sguardo va rivolto a quelle “risorse umane” che vanno invece colpevolmente “sprecate” perché non si giunge a portare a termine processi di inclusione, a fronte della “crisi di vecchiaia” che il nostro territorio sta iniziando a subire. Una crisi innescata a sua volta da un’altra crisi, quella demografica, per la quale nascono sempre meno bambini mentre i morti sorpassano di gran lunga i nati. Vecchiaia non solo anagrafica, ma che traspare nella fatica sempre più grande a collocarsi in questo mondo in rapidissima trasformazione, nella difficoltà sempre maggiore a ritrovare fiducia e speranza per un futuro più “sano” per ogni uomo e donna, a partire da qui e ora tra noi. Osare davvero significa allora pensare a come trasformare il nostro territorio in modo che i giovani che da qui se ne vanno – siano italiani da generazioni o neo italiani o neo arrivati da altrove –  possano trovare opportunità di insediarsi stabilmente e investire sul loro futuro, che diventa anche futuro nostro. Il che comporta trasformare anche il nostro modo di vivere, per una giustizia e una solidarietà davvero globali. Una trasformazione che sappia far tesoro delle diversità di apporti che tutti questi giovani possono rappresentare, perché noi tutti possiamo mantenere alta la qualità della vita. Ma anche mantenere alta la “qualità di umanità”, necessaria per far davvero crescere un bene comune che riguarda tutti. E’ questo, credo, in ultima analisi, l’osare a cui la dichiarazione della Cei ci invita. Sapremo accogliere questa sfida, come società civile del trevigiano? Ancor più, sapremo confrontarci costruttivamente con essa, come comunità ecclesiali che formano la Chiesa che è in Treviso? Ne va della nostra umanità, ci ricordano i Vescovi. E, insieme, ne va della qualità della nostra fede, della nostra relazione con il Signore Gesù, il “forestiero” che così spesso incontriamo fra noi. (don Bruno Baratto, direttore diocesano Migrantes`

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