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L'azzardo di Matteo

Chi è Matteo Renzi? E’ il “Tony Blair italiano”? O un arrogante parolaio dalle facili promesse? Sicramente la posta in gioco è grande. Non solo per lui, ma per il Paese.

Parole chiave: renzi (85), governo (271), politica (69)
Matteo Renzi al Quirinale

“Siamo la promessa che non costa niente... Siamo la chiarezza che voleva molta gente... Siamo l’arroganza che non ha paura”... Chissà se Luciano Ligabue - che canta in modo graffiante l’autobiografia di un paese intero immerso nella crisi - sarebbe tentato di dedicare il suo ultimo successo “Il sale della terra” all’uomo che ha il compito di portare l’Italia fuori da questa situazione. Matteo Renzi, cioè.
Il segretario del Pd sta in queste ore cercando di portare a termine il compito affidatogli lunedì scorso dal Capo dello Stato, quello di formare il nuovo Governo. Un incarico ricevuto dopo che il Partito democratico ha sfrattato in malo modo da palazzo Chigi Enrico Letta, che guidava un esecutivo “di servizio” da circa dieci mesi.
E molti hanno iniziato a chiedersi: chi è Matteo Renzi? E’ il “Tony Blair italiano”, lo statista in grado di risollevare non solo il Pd ma l’intero Paese? O è egli stesso un “prodotto” della crisi della politica, un arrogante parolaio dalle facili promesse?
Le risposte arriveranno presto e sono in molti a sperare che ad essere vera sia la prima ipotesi. Certo, Renzi arriva a palazzo Chigi - nel caso che il suo tentativo riesca - nel peggiore dei modi. In seguito ad una “manovra di palazzo”, poco capita dai cittadini e dai suoi stessi elettori, ai danni di un premier del suo stesso partito.
L’ormai ex sindaco di Firenze ha pensato però che il rischio di logorarsi, senza avere pienamente in mano il pallino del gioco, fosse grande. Ed ha preferito giocarsi tutte le sue fiche sulla sua persona e sul suo Governo. Un azzardo. Non solo per lui. A mettere le loro fiche sulla casella “Matteo Renzi” sono stati anche i sindacati, le categorie economiche, forze politiche o spezzoni di esse (a cominciare dalla minoranza del Pd).
Renzi, ambizioso ma anche coraggioso, ha ritenuto - e con lui il suo partito - di provare a scommettere su un governo “di legislatura”, in grado di fare le riforme che il Paese attende. Insomma, non un semplice cambio di comandante, ma un cambio di “mission”. Un anno fa le elezioni politiche avevano provocato una situazione di stallo. Il candidato premier del centrosinistra Pierluigi Bersani, vincitore solo a metà, aveva provato a far nascere un governo politico. Ma non c’erano né i numeri né le condizioni politiche. Per questo era nato il governo Letta, un esecutivo di larghe intese, che il Pd non voleva, ma che veniva imposto da Napolitano come condizione per la sua conferma al Colle. Letta ha interpretato questa stagione, riuscendo ad andare avanti anche senza l’appoggio di Berlusconi. Anzi, si illudeva di spiccare il volo una volta liberatosi del Cavaliere. Ma il suo errore è stato quello di dimenticarsi che, fin da subito, il Pd aveva vissuto il suo governo come un “male necessario”. Quello che ora nasce resta un esecutivo eterogeneo, sostenuto anche da parte del centrodestra, a partire da Angelino Alfano. Ma non c’è dubbio che stavolta il Pd ci mette tutta la sua forza. Resta però l’interrogativo: ci sono le condizioni, in questa legislatura per un governo duraturo e politicamente marcato?
L’augurio a Renzi è quello di imprimere un’accelerazione alle cose da fare, ma senza scorciatoie. E soprattutto quello di saper ascoltare le voci che arrivano dal Paese: quelle dei lavoratori e dei disoccupati, quelle delle famiglie e degli insegnanti, quelle dei giovani senza prospettive. Tutta gente costretta, volente o nolente a mettere anche le loro poche fiche sulla casella “Matteo Renzi”.

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