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LIbia, folle tentazione

Fanno bene il Governo e l’opposizione a non voler entrare in guerra. Chi ci vuole mandare lo fa perché è troppo compromesso o non vuole compromettersi. I libici prenderanno le truppe di terra di qualsiasi nazione come invasori. Resta poi pesante l’eredità del passato coloniale

Parole chiave: libia (22), guerra (271)
LIbia, folle tentazione

Gli italiani conoscono la Libia come pochi altri e i libici ci conoscono sotto tanti aspetti da molto tempo, precisamente 105 anni. Nel 1911 l’Italia attaccò l’impero turco in Africa e nel Dodecanneso (oggi Grecia) e vinse la guerra. Con questo conflitto il regno d’Italia conquistò le regioni nordafricane della Tripolitania e della Cirenaica. L’occupazione fu portata avanti anche dopo la fine della guerra, 1912, fino al 1934 quando fu assoggettata anche la regione del Fezzan. Queste tre regioni sono diventate il territorio dello stato libico come noi lo conosciamo.
Alla vigilia della guerra, il capo di stato maggiore Alberto Pollio chiese l’autorizzazione a Giolitti, allora presidente del Consiglio, per impiegare 100.000 soldati italiani, così da essere sicuro della vittoria. Pare che Giolitti gli abbia risposto in dialetto piemontese stretto: “Fuma dugent e stuma tranquili!”, “Facciamo duecento e stiamo tranquilli!”. Vent’anni di guerra e un numero enorme di soldati (200.000 solo tra il 1911 e il 1912) per sottomettere una popolazione libica che allora era di un milione di abitanti. Oggi gli Usa ci chiedono scendere in Libia con 5.000 uomini per sistemare un paese diviso e in guerra: una follia. Sarebbe andare incontro ad una tempesta violenta con un ombrellino.

I libici non dimenticano
In Italia è ancora vietato il film “Il leone del deserto” (1981). La pellicola a carattere biografico racconta la vita del condottiero senussita libico Omar al-Mukhtar. Per i libici è un eroe nazionale, per gli italiani un terrorista che ci ha combattuto dal 1911 al 1931. Il generale Badoglio ordinò al generale Graziani di “fare regolare processo e conseguente sentenza, che sarà senza dubbio pena di morte, farla eseguire in uno dei grandi concentramenti popolazione indigena”. Così fu; impiccato in uno dei campi di concentramento costruito dagli italiani di fronte a 20.000 libici. Certo, perché noi mettevamo i libici in campo di concentramento.
Noi italiani abbiamo dimenticato questa storia, i libici no; neanche il colonnello Gheddafi, che prese il potere il 1 settembre del 1969. Tra le prime iniziative del suo governo ci fu l’adozione di misure sempre più restrittive nei confronti della popolazione italiana rimasta a vivere in Libia che culminarono con il decreto di confisca del 21 luglio 1970 emanato per “restituire al popolo libico le ricchezze dei suoi figli e dei suoi avi usurpate dagli oppressori”. Da allora, ogni 7 ottobre in Libia si celebra il “Giorno della vendetta”, in ricordo del sequestro di tutti i beni e dell’espulsione di 20.000 italiani con la sola valigia dei vestiti, e molti neppure quella. E’ un risentimento coltivato almeno fino al 2011.
Il rapporto Libia-Italia dal 1970 è stato di rivendicazioni continue da parte dei libici, di richieste economiche per danni di guerra all’Italia, di confisca dei pescherecci di Mazara del Vallo, di azioni Fiat acquistate dai libici mentre erano finanziatori di terroristi, fino ai soldi dati a Gheddafi perché non facesse partire i barconi dalle coste libiche; vi ricorda forse, quest’ultimo caso, la Turchia di Erdogan?

Tentati di invadere
Nel febbraio 2011 la cosiddetta “primavera araba” prende piede anche in Libia, decine di migliaia di persone sfidano Gheddafi e le sue forze di sicurezza. Dopo un mese di guerra civile iniziano i raid aerei francesi e inglesi, vengono lanciati missili dalle forze navali Usa; il tutto sotto il mandato Onu e con l’appoggio dell’Italia. A ottobre viene ucciso Gheddafi. Ma a questo punto la Libia è spartita tra forze militari distinte e in lotta tra di loro; la Libia è tornata ad essere una nazione di tribù che hanno poco senso dello Stato; l’elemento religioso è diventato un motivo di divisione interna. Da allora sono passati 5 anni di guerra civile, di tentativi di fare un governo, di intrusioni militari da parte di Egitto, Arabia Saudita, Usa, Francia e Inghilterra, a volte anche con truppe speciali a terra, cioè con i loro eserciti.
Oggi, questi stessi Stati ci spingono tutti ad entrare militarmente in Libia. Gli Usa non lo possono fare, perché Obama preferisce le guerre con i droni alle invasioni di terra e perché gli States non fanno queste scelte in piena campagna elettorale. Inghilterra e Francia hanno bombardato nel 2011 e dovrebbero chiedere scusa alla Libia per averla resa ciò che è oggi: la cura delle bombe doveva portare la democrazia e la libertà, invece ha ucciso il malato.
L’Italia ha mantenuto relazioni con le varie “schegge” di Libia, ha cercato di ricucire i rapporti e non vuole, giustamente, intervenire militarmente. Deve continuare a far di tutto perché nasca un governo di unità nazionale; gli italiani sono tra i pochi che credono nella Libia unita. Gli altri forse la vogliono divisa per prendersi i pezzi che gli interessano. Fanno bene il Governo e l’opposizione a non voler entrare in guerra. Chi ci vuole mandare lo fa perché è troppo compromesso o non vuole compromettersi.
I libici prenderanno le truppe di terra di qualsiasi nazione come invasori, e potrebbero anche arrivare ad unirsi contro di loro. Dobbiamo far capire ai libici il proprio interesse nazionale e chiedere a loro come aiutarli, con loro non senza o contro di loro. Che non ci tocchi dire come a Massaua nel 1885: “Come è inutile ricercare il perché vi andassimo così è doloroso il ricordare come vi andammo”.

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