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La stupidità del gregge

Fare appello e affidamento alla responsabilità personale è stato del tutto inutile. Una comunicazione impazzita, in cui i politici e gli amministratori di riferimento si sono contraddetti ripetutamente, e in cui ogni “fonte affidabile” dava una sua ricetta e interpretazione, ha fatto il resto.

Parole chiave: sociologo (1), coronavirus (936), società (40), paura (18)
La stupidità del gregge

Da anni studio il fenomeno della “intelligenza della folla”, il meccanismo secondo il quale, debitamente stimolato, un insieme di persone riesce a prendere decisioni con successo e a prevedere eventi con grande precisione. E’ un fenomeno secondo il quale l’interazione tra le persone produce dei risultati meravigliosi. Ma di fronte a quello che sta accadendo ora a proposito del Covid-19, o coronavirus, non posso non vedere chiaramente il pieno dispiegarsi del fenomeno opposto: la “stupidità del gregge”. Sono tanti i temi e gli spunti di riflessione che l’esperienza che stiamo vivendo ci suggerisce (il proliferare e l’accettazione delle fake news, l’informazione distorta, le esitazioni e le ritrattazioni, i conflitti tra esperti, la caccia agli untori), spesso comuni ad altre situazioni di crisi.

 

L’inutile appello alla responsabilità

Mi concentro sulla reazione della popolazione e sul suo ruolo fondamentale nella debellazione del virus. Prima incidentalmente e poi con sempre maggior forza è stato fatto presente, che il virus è molto contagioso e che ci sono pochi semplici modi per prevenirne il contagio: elementari norme igieniche e di comportamento, in realtà nulla di più e nulla di sconvolgente. Sei, sette norme di buon senso e relativamente poco impattanti sulle relazioni sociali e comunque temporanee.

Fare appello e affidamento alla responsabilità personale è stato del tutto inutile. Una comunicazione impazzita, in cui i politici e gli amministratori di riferimento si sono contraddetti ripetutamente, e in cui ogni “fonte affidabile” dava una sua ricetta e interpretazione, ha fatto il resto.

 

Gli effetti della chiusura delle scuole

Il risultato è stato che i luoghi di aggregazione immuni da divieti sono stati frequentati tanto quanto prima. E le raccomandazioni e misure varie sono state in generale trascurate e sottovalutate.

Alcune misure, poi, hanno sofferto del fatto che non si è tenuto in debito conto le molteplici e prevedibili implicazioni. In un  sistema a matrice di effetti le decisioni devono puntare alla massima efficienza delle variabili su diversi piani.

Ad esempio, tra le misure di isolamento sociale, la chiusura delle scuole per settimane, inedita e gravissima, è stata vanificata dal comportamento delle famiglie, che hanno reagito organizzandosi come hanno potuto, in modo prevedibile.

È aumentata la mobilità interprovinciale, gli spostamenti delle famiglie per portare i figli in luoghi di ripiego, o per accogliere baby-sitter in casa (o più spesso i nonni, categoria ad altissimo rischio di contagio, che è direttamente proporzionale all’età); sono aumentate le occasioni in cui genitori e figli hanno frequentato gli stessi posti affollati.

È aumentata la mobilità extraprovinciale ed extraregionale. Il turismo è diminuito drasticamente, ma si è notato un aumento anomalo di apertura delle seconde case.

Insomma, la chiusura delle scuole è stata vista da alcuni come un’occasione di ferie e vacanza, dalla maggioranza come un problema logistico, per risolvere il quale la mobilità e i contatti sono aumentati invece che diminuire.

 

L’effetto Nymby

La misura di rendere tutta Italia zona rossa, permette realmente di ridurre la mobilità, evitando eventi esecrabili come quelli della “fuga da Milano”, fortunatamente stigmatizzati dalla maggior parte della popolazione.

Il tema che ha dominato, e che è ancora presente, a ben vedere e trasferito in campo epidemiologico, è quello di una sorta di effetto Nymby (Non nel mio cortile), ovvero il virus colpisce gli altri ma non me e non cambio di una virgola i miei comportamenti. Il sondaggio Quaeris del 5 marzo delineava questa tendenza, laddove meno del 20% della popolazione era preoccupata personalmente. In effetti, la Covid-19 è una malattia per lo più acuta benigna; e anche se a livello individuale il rischio è relativamente basso, a livello di comunità è invece elevato. I sacrifici richiesti sono un atto di coscienza civica, di senso di comunità, moneta che evidentemente è rara di questi tempi.

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