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Libia: una guerra sarebbe già persa in partenza

Non ha senso iniziare un nuovo conflitto che non sapremmo vincere per finire altre guerre che non sappiamo gestire. Come se per spegnere un incendio se ne accendesse un altro.
Possiamo invece agire a livello finanziario, noi italiani e tutto il mondo

Parole chiave: libia (22), guerra (271), islam (100), isis (71)
Libia: una guerra sarebbe già persa in partenza

“Gli Italiani perdono le guerre come se fossero partite di calcio e le partite di calcio come se fossero guerre”. Non sappiamo se questa frase sia stata veramente pronunciata da Sir Winston Churchill, capo del governo britannico durante la Seconda guerra mondiale. Tuttavia, autentica o no, dice una certa verità sugli italiani.
In queste ultime settimane siamo stati informati sulle inquietanti telefonate di Lotito (presidente del Lazio calcio e uomo potente del calcio italiano), su Conte (commissario tecnico della nazionale) indagato per frode sportiva, persino su un fuorigioco di un giocatore.
Anche i destini della legge elettorale, che contribuirà a rendere più o meno governabile la nostra nazione, non ci hanno infiammato tanto quanto il festival di Sanremo e tutte le frivolezze che ne fanno parte. Le prossime votazioni politiche sembrano interessare meno della classifica di chi ha vinto il Festival della canzone italiana.
L’Isis in Libia
L’interesse sulla Libia si è acceso, e nemmeno per molto, solo quando si parlava di ostaggi italiani. Ma le conseguenze dei bombardamenti di Stati Uniti, Francia, Regno Unito che hanno colpito il Paese nordafricano nel 2011 non sono generalmente conosciute; anche se l’Italia ha dato supporto agli aerei che hanno colpito l’esercito di Gheddafi.
L’unico punto sul quale siamo martellati incessantemente di informazioni è quello dei profughi, chiamati clandestini o immigrati, al punto che non prendiamo neppure in considerazione che si possa aiutare una persona che scappa da una guerra, dal terrorismo.
La notte di martedì 17 febbraio oltre trenta profughi hanno dormito nella corriera che li aveva portati a Treviso. Tra questi alcuni nigeriani che, secondo quanto viene riferito, sono stati feriti da Boko Haram (terroristi islamici che hanno le proprie basi nel nord della Nigeria).
Ognuno ha la sua coscienza e con questa ci fa i conti, poi tutti risponderemo a Dio (Matteo 25, 31-46).
Solo da alcuni giorni si torna a parlare di Libia. Perché alcune fazioni di guerriglieri libici si sono avvicinate all’Isis. E il capo dell’Isis in Siria ha minacciato l’Italia; infatti, in un filmato, Al Baghdadi incitava i fedeli dell’islam in tutto il mondo: “La marcia del Mujahideen (guerriglieri della jihad) continuerà fino a raggiungere Roma … i crociati saranno costretti a scendere a terra e mandare le loro forze verso la morte e la distruzione”.
Queste parole sono state drammaticamente sottolineate con l’uccisione di ventuno cristiani egiziani di rito copto. Questi due avvenimenti hanno fatto salire alle stelle la tensione.
L’Italia in Libia
Qualche italiano al governo si è agitato subito come il toro davanti alla muleta (la bandiera di stoffa rossa che il torero sventola davanti al toro all’inizio della corrida) e ha espresso l’intenzione di mandare 5.000 soldati a combattere nell’ex colonia. Ebbene, se l’Italia entrerà in guerra rischierà seriamente di fare la fine che di solito fanno i tori nell’arena.
Qualora l’Italia mandasse i suoi soldati in Libia si troverebbe in una palude dalla quale non sarebbe facile uscire. Non abbiamo armi adeguate. Non vogliamo che i nostri soldati muoiano. Troveremmo la popolazione libica ostile e divisa in tante fazioni che si fanno la guerra da quattro anni.
Accogliere le provocazioni dell’Isis significa dar ragione ai suoi deliri, vuol dire dar ragione a chi ci chiama “crociati”. L’Isis trarrebbe vantaggio dal nostro entrare in guerra, giustificherebbe la sua esistenza stessa, attirerebbe tra le sue fila i musulmani che si sentono attaccati dall’Occidente, guadagnerebbe finanziamenti per la sua sporca guerra.
Le posizioni antiterroristiche sono comunque da verificare. Il generale Khalifa Haftar si è fatto forte del suo essere contro il terrorismo e chiede armi da tempo. Così alcune fazioni hanno fatto sapere che non desiderano vedere italiani, ma che gradirebbero molto l’invio di armi. Anche questo è da evitare: se ci fossero meno armi in Libia la pace sarebbe più vicina, non più distante.
Che fare?
Non ha senso iniziare una nuova guerra che non sapremmo vincere per finire altre guerre che non sappiamo gestire. Come se per spegnere un incendio se ne accendesse un altro.
Possiamo invece agire a livello finanziario, noi italiani e tutto il mondo: occidentale, arabo e orientale. Basta bloccare i soldi perché non arrivino più armi, munizioni, pezzi di ricambio, carburante. Una guerra non si combatte senza rifornimenti.
Potremmo anche pattugliare le coste e bloccare gli scafisti  che dal traffico di persone guadagnano soldi per la loro guerra. Le truppe speciali, delle quali ogni Stato è dotato, potrebbero intervenire a distruggere a terra ogni natante adatto alla traversata. Certo, bisognerebbe trovare un altro modo, sicuro e protetto, per consentire a chi è perseguitato o vive in mezzo a guerre e violenze di lasciare il proprio paese.
Della Libia deve occuparsi l’Italia (non solo per i tre miliardi di scambi commerciali), L’Europa (non solo la Francia e l’Inghilterra, per prendersi parte del paese, e l’Onu: lo devono fare perché la Libia ha bisogno di pace.

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