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Non dite che il referendum greco è una vittoria della democrazia

La Grecia non ritenne di fare un referendum per aderire all’euro e neppure alla Ue. Non lo fece neppure l’Italia. Giusto dunque chiedersi cosa spinge la politica a chiedere, ora, il giudizio dei cittadini. Le democrazia del pallottoliere, fatta della conta di si e di no, fatta di referendum per prendere decisioni che la politica non riesce a prendere, in realtà è una grande illusione.

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Non dite che il referendum greco è una vittoria della democrazia

Ritorniamo dal popolo. Decida il popolo. Viva la democrazia. Con questi slogan Tsipras, primo ministro greco, e Varufakis, ministro dell’economia greco, se ne sono andati da Bruxelles certi di aver imboccato la via della dignità e della libertà.
Le democrazia del pallottoliere, fatta della conta di si e di no, fatta di referendum per prendere decisioni che la politica non riesce a prendere, in realtà è una grande illusione.
Ne sa qualcosa un piccolo paese della Pedemontana trevigiana, San Zenone degli Ezzelini, che, latitante la politica, si è contato per sapere se si dovesse fare un plesso unico, oppure una scuola in ogni frazione. Risultato? Una grande confusione e un paese spaccato, tanto che il parroco ha invitato tutti alla coesione e i politici ad agire con equilibrio e saggezza.
Non sarà diverso, solo in scala molto più grande, per la Grecia. Sia che vincano i si al piano europeo, sia che vincano i no, la Grecia (e con lei forse una parte dell’Europa) dovrà affrontare una crisi molto più pesante dell’attuale e le due fazioni si rinfacceranno reciprocamente la causa del disastro.
L’istituto del referendum, nonostante il nome sia relativamente recente, è in realtà molto antico. Nell’Atene del V secolo avanti Cristo i cittadini votavano in assemblea per alzata di mano. Nessun referendum, le dimensioni erano infinitamente più ridotte, il confronto era diretto, il dibattito ampio. In epoca moderna si è preferito utilizzarlo su questioni costituzionali o sulla legislazione a carattere etico.
La Grecia non ritenne di fare un referendum per aderire all’euro e neppure alla Ue. Non lo fece neppure l’Italia.
Giusto dunque chiedersi cosa spinge la politica a chiedere, ora, continui ricorsi alla democrazia diretta. Ricorsi che semplificano e non affrontano la complessità. Tutti sappiamo che in ogni attività umana ci sono dei processi, delle curve e dei rettilinei. A scuola si imparano cose che non sono immediatamente traducibile nella pratica, un artigiano sacrifica molto materiale prima di arrivare all’opera finita, in economia un investimento non produce subito il risultato, può anche rischiare pericolosamente il fallimento prima di avere successo. Ogni attività umana ha un percorso.
Anche il benessere di un paese, di una nazione, non si raggiunge con un paio di provvedimenti, oppure concedendo e regalando a tutti, si costruisce con un percorso virtuoso che il politico deve saper disegnare e applicare. I greci chiedevano a Tsipras di disegnare questo percorso verso il benessere, o almeno verso un ripresa economica, non di ritornare alle urne per scegliere il male minore.
La politica, i politici, devono avere un progetto e, una volta scaduto il tempo per realizzarlo, si devono sottoporre al giudizio degli elettori, alcuni sintetizzano questa dinamica in “pago, vedo, voto”. Oggi i Greci invece, meno di clamorosi retromarcia: votano, votano, votano; sarà anche l’apoteosi della democrazia, ma intanto si mettono in fila ai bancomat per tesaurizzare il poco che gli è rimasto.

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