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Oltre le medaglie, una diversa umanità: l’Italia alle Olimpiadi di Tokyo

Dietro ai successi personali e di gruppo tanto impegno, fatica, ma anche un modo diverso, forse nuovo, di fare squadra, di accogliersi e di spronarsi a vicenda, di riconoscere il valore dei colleghi e dei rivali. Un'Italia che ha vinto anche grazie all’impegno di tanti atleti e atlete che nel nostro Paese non sono nati, ma vi sono arrivati, o i cui genitori non erano italiani di nascita

Parole chiave: Tokyo 2020 (2), Olimpiadi (60)
Oltre le medaglie, una diversa umanità: l’Italia alle Olimpiadi di Tokyo

“L’importante non è vincere, ma partecipare”, dice il famoso motto attribuito al fondatore delle Olimpiadi moderne, De Coubertin. Certo, se non ci fossero state le 40 medaglie vinte, saremmo qui a lamentarci dello stato dello sport nel nostro paese. Ma proprio nell’entusiasmo di questa grande impresa, credo sia possibile soffermarci su un paio di considerazioni che possono aiutarci a gustare più in profondità quanto è accaduto e ad impegnarci “a partecipare perché possa continuare ad accadere”, nel quotidiano dell’Italia di oggi.

La prima considerazione: almeno nella squadra italiana, ho colto che queste Olimpiadi sono state caratterizzate non soltanto dallo sforzo competitivo. La tenacia di un Gregorio Paltrinieri, a misurarsi prima di tutto con se stesso e con le fragilità impostegli dalla mononucleosi; Antonella Palmisano che si sente “lanciata” all’oro dalla vittoria di Massimo Stano, suo compagno di allenamenti ma anche, insieme alla sua famiglia, un “amico di famiglia”, appunto; un Marcell Jacobs che avverte la possibilità di vincere nei 100 piani grazie alla vittoria appena conseguita da Gianmarco Tamberi, in un altro rapporto di amicizia e di stima reciproca; Filippo Tortu che nelle dichiarazioni a caldo, appena vinta la 4x100, sente, a nome anche degli altri due “veterani”, di voler riconoscere l’apporto di Lorenzo Patta, il più giovane “innesto” nella squadra; e così nel ciclismo dell’inseguimento a squadre, con Filippo Ganna e gli altri che considerano con affetto il «bimbo» Jonathan Milan, il più giovane del gruppo. Al vertice, per me, rimane poi la scelta di Tamberi e di Mutaz Essa Barshim, del Qatar, di riconoscere il reciproco valore. In competizione ai più alti livelli, i due negli anni hanno sviluppato un rapporto fraterno, cresciuto grazie all’umanità di entrambi di fronte alle fatiche di infortuni che uccidono la speranza di continuare il proprio sogno e alla capacità di affrontarle anche grazie al sostegno che l’altro offre. Posti di fronte ad una “parità” imprevista,  decidono di poter stare assieme sul gradino più alto del podio. Qualcuno ha commentato: «non bisogna arrivare primi per vincere».

Una seconda considerazione: l’Italia che ha partecipato alle Olimpiadi ha vinto anche grazie all’impegno di tanti atleti e atlete che in Italia non vi sono nati, ma vi sono arrivati, o i cui genitori non erano italiani di nascita: Jacobs, Desalu, per dire i più noti, ma anche tanti e tante altre. Non so se le affermazioni del presidente del Coni, Malagò, possano essere vere nel quotidiano della nostra situazione nazionale: se vogliamo proprio usare il termine «integrazione», forse la strada è ancora ben lunga e impegnativa. Tuttavia, che Veronica, la mamma nigeriana di Fostine/Fausto Desalu, lo abbia cresciuto con tutto l’impegno di una madre sola in un paese straniero, sino a farne un uomo cosciente delle sue responsabilità di figlio e di cittadino, capace di impegnarsi e sacrificarsi per raggiungere uno scopo nella vita, è vicenda che fa riconoscere la dignità di tante donne e famiglie di origine straniera che non fanno rumore, ma possono “fare storia”, "partecipare" a costruire il bene di tutti.

E concludo con un invito: andate a rivedere i video degli esercizi delle “Farfalle” di ginnastica ritmica che hanno conquistato il bronzo, 40^ medaglia italiana. Olimpiadi sono certo forza e velocità, ma sono anche fantasia, leggerezza, armonia, nel “miracolo” di un gruppo che sa creare bellezza. E, vedi caso, anche qui una di loro, Daniela Mogurean, viene dalla Moldova…

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