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Partecipazione/2: "Respirare insieme"

La corresponsabilità dei laici in un contesto plurale e democratico. Secondo intervento sulla partecipazione alla guida delle comunità parrocchiali

Parole chiave: Partecipazione (9), corresponsabilità (2)
Partecipazione/2: "Respirare insieme"

Le collaborazioni pastorali ci stanno provocando a riscoprire e valorizzare in modo rinnovato la corresponsabilità dei laici all’edificazione della comunità cristiana. Si deve riconoscere che nel post-Concilio le nostre comunità hanno visto un’accresciuta partecipazione (in quantità e qualità) dei laici alla vita della chiesa. Bisogna anche dire però che questo coinvolgimento ha assunto spesso la forma della “funzionalizzazione” dei laici alle sole esigenze della vita ecclesiale (laico come “operatore pastorale”) e della loro “clericalizzazione” che li pone spesso a servizio del prete e «li mantiene a margine delle decisioni» (Evangelii Gaudium 102).

Pluralismo e democrazia

Il mancato coinvolgimento dei laici nelle decisioni da prendere è spesso uno dei motivi di incomprensione e di tensione all’interno della comunità cristiana, in particolare con i preti. Ciò non è da attribuire solo a problemi di incompatibilità caratteriali e a fatiche relazionali. Anche, ma non solo. Il prete rappresenta un’istituzione il cui funzionamento è, per alcuni aspetti, difficilmente comprensibile dagli uomini e dalle donne di oggi, anche se credenti. Infatti, il “pluralismo” culturale e religioso nel quale siamo immersi sta spingendo sempre di più alla riscoperta dell’originalità di ogni essere umano e quindi al rispetto e all’ascolto dei punti di vista di tutti. Oggi, inoltre, si chiede di essere coinvolti da protagonisti nella vita sociale e nelle decisioni politiche (magari attraverso internet…). La forma “democratica” dell’esercizio del potere è quella che meglio risponde a questo tipo di contesto. Non è strano, dunque, che un laico cristiano si aspetti di essere coinvolto nella vita ecclesiale non solo come testimone, ma anche come colui che prende parte ai processi decisionali dopo essere stato adeguatamente ascoltato nel suo punto di vista. Non si tratta, per questo, di trasformare la chiesa in una “democrazia rappresentativa”, dimenticando così che ciascuno di noi ha risposto ad una chiamata del Signore Gesù e non opera su mandato di un popolo. Si tratta piuttosto di cogliere come la nostra cultura ci stia offrendo l’opportunità per un “aggiornamento” delle nostre forme di partecipazione ecclesiale; aggiornamento che va fatto alla luce di quella “memoria cristiana” che la nostra storia ci consegna e di cui il Concilio Vaticano II è stato l’ultimo massimo interprete.

La “lezione” del Concilio

Sia nei testi che nel suo svolgimento, il Concilio ha mostrato che questa attitudine “democratica” non è estranea alla tradizione ecclesiale fin dal Nuovo testamento (cf. Ef 4,11-12; 1Cor 3,5-9; 1Cor 12,4). Il “popolo di Dio”, è soggetto plurale che cammina insieme (“sinodale”) crescendo in comunione grazie alla collaborazione e corresponsabilità di tutti. Ciò non significa abolire le distinzioni tra clero e laici, ma, come insegna la Lumen Gentium, mettere in risalto e far circolare ciò che è comune, ovvero il fatto che tutti partecipano, per il comune battesimo, alle tre funzioni del ministero di Gesù (profetica, sacerdotale e regale, cf. LG 10, 12, 36), ciascuno secondo la propria chiamata e sapendo, come scrive il Papa, che «l’obiettivo di questi processi partecipativi non sarà principalmente l’organizzazione ecclesiale, bensì il sogno missionario di arrivare a tutti» (EG 31).

Collaborazione ministeriale

E’ all’interno e al servizio della corresponsabilità battesimale di tutti che bisogna comprendere la collaborazione ministeriale di alcuni: il ministero dei presbiteri, in particolare, è a servizio dei loro fratelli e delle loro sorelle battezzati, a servizio dell’apostolicità di tutto il popolo di Dio (cf. LG 30). La vera sfida per chi, come il presbitero, è chiamato a presiedere oggi la comunità cristiana, sarà dunque quella di lasciar veramente emergere i doni che Dio fa alla comunità attraverso le persone, ascoltandole seriamente, intrattenendosi e confrontandosi con esse, “consultandole” in vista delle decisioni da prendere, in modo che la comunione nella chiesa cresca come frutto inatteso di una cooperazione, di una corresponsabilità o, come scrive il teologo francese C. Theobald, di una conspiratio (“respirare insieme” secondo lo Spirito; cf. Dei Verbum 10 e Lumen Gentium 18) che porta a convergere verso un medesimo scopo che, in ultima analisi è sempre l’annuncio del Vangelo a tutti. E’ vero che i tempi di questo ascolto e discernimento possono essere lunghi e rallentare la vita ecclesiale (anche se a volte basterebbe un po’ di metodo...), ma solo così sarà favorita la crescita di quella corresponsabilità che è una delle qualità che caratterizzano un “cristiano adulto per una chiesa adulta”. Questi processi partecipativi non possono però essere lasciati solo alla spontaneità: preti e laici necessitano di un’adeguata formazione. Si tratta soprattutto di affinare ed educare a quel “sentire cum ecclesia” (sentire con la chiesa), a quel senso di appartenenza alla comunità cristiana che, per quanto riguarda i laici, permette di mettere a frutto, in ordine alla comunione e alla missione ecclesiale, quella “competenza” che viene dalla loro stessa esperienza di vita nel mondo.

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