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Partecipazione/3: I Consigli parrocchiali, organismi solo “consultivi”?

Le nostre comunità stanno rinnovando i Consigli parrocchiali. Conosciamo meglio le finalità di queste realtà. Il consigliare è un'arte spirituale che impegna il fedele e impegna il pastore

Partecipazione/3: I Consigli parrocchiali, organismi solo “consultivi”?

In queste settimane tutte le parrocchie sono coinvolte nella formazione dei consigli parrocchiali. In diocesi, lunedì scorso è iniziato il cammino del nuovo consiglio pastorale diocesano. È un tempo propizio per riflettere su una questione che spesso irrita i laici e i consacrati che vi prendono parte.

Negli statuti di tali consigli si afferma che sono organismi “soltanto consultivi”. L’attuale coscienza ecclesiale avverte tale espressione con un certo fastidio. Se si deve uscire di casa la sera per dare dei consigli e poi chi ha l’autorità può fare quello che vuole, non è questa una perdita di tempo? I pastori, da un lato potrebbero aver l’impressione di organismi “pietra di inciampo” nella realizzazione dei loro programmi pastorali. I fedeli, d’altra parte, non trovano motivazioni nel prendere parte a riunioni che sembrano non portare alcun contributo effettivo alla vita della parrocchia o della diocesi. Cerchiamo di comprendere dove può aver origine un tale “fastidio”.

Finalità missionaria degli organismi pastorali. Una prima fonte di fastidio probabilmente riposa su di un fraintendimento della funzione di questi Consigli. Spesso ci si attende che i Consigli organizzino la vita parrocchiale e diocesana. I laici, animati da spiccato senso pratico, talora si aspettano di prendere parte a tale “organizzazione”. Ma quale è il fine di questi Consigli. Paolo VI, parlando del consiglio pastorale diocesano, spiegava che il suo fine è “promuovere la conformità della vita e dell’azione del popolo di Dio con il Vangelo”. Questa finalità vale per tutti i Consigli della Chiesa: hanno senso solo per verificare il ‘tono evangelico’ della comunità ecclesiale. Tale prospettiva è stata riaffermata con forza da papa Francesco in Evangelii gaudium. L’obiettivo dei Consigli non è quello di organizzare la Chiesa ma di porla in stato di missione. Infatti il Vescovo per l’organizzazione della chiesa diocesana ha a disposizione la Curia. Il parroco ha dei collaboratori nella segreteria parrocchiale e nell’amministrazione ai quali affida specifici compiti. Papa Francesco sottolinea che “Nella sua missione di favorire una comunione dinamica, aperta e missionaria, [il vescovo] dovrà stimolare e ricercare la maturazione degli organismi di partecipazione proposti dal Codice di diritto canonico […]. Ma l’obiettivo di questi processi partecipativi non sarà principalmente l’organizzazione ecclesiale, bensì il sogno missionario di arrivare a tutti” (EG, 31).

Comunione dinamica, aperta e missionaria. Per realizzare la “comunione dinamica” di cui parla papa Francesco, è necessario il coinvolgimento di tutto il popolo di Dio, ciascuno secondo la propria condizione di vita e il ministero che ha ricevuto in seno alla Chiesa. Non può essere il vescovo (o il parroco) da solo. Neppure il laico che vive gli affetti, la famiglia e la professione, realizza autonomamente la comunione missionaria. Grazie al dono dello Spirito santo ricevuto nel battesimo e nella cresima il popolo di Dio formato da tutti i fedeli ha un “sentire” che - come ci ha insegnato il Concilio Vaticano II - “non può sbagliarsi nel credere” (LG 12a). La fede non è prerogativa prevalente ed esclusiva dei pastori. È di tutto il popolo di Dio. I presbiteri posti a capo di una comunità si assumono la responsabilità di “promuovere” e “custodire” il dono della fede autentica in tutti. Gli organismi di partecipazione e corresponsabilità, quali i consigli pastorali, vogliono esprimere il pieno coinvolgimento di laici e consacrati alla missione della Chiesa. Non dobbiamo dimenticare che la Chiesa evangelizza anche grazie alle sue istituzioni (oppure dà scandalo con le sue istituzioni se non sono a servizio del Vangelo). Un buon consiglio pastorale nella parrocchia veicola un messaggio: la missione di portare il Vangelo a tutti è realizzata dai laici insieme al pastore. In questo contesto emerge una seconda difficoltà che riguarda le decisioni da prendere nella comunità. A chi spetta decidere? Al Consiglio? Al parroco?

Modelli di governo. Nelle società moderne, il modello di governo che sembra meglio assicurare il diritto di tutti alla partecipazione si chiama “democrazia”. Essa, sia nell’individuazione dei rappresentanti, sia nella formazione delle decisioni, procede per maggioranza. Il parere della maggioranza vincola tutti, anche la minoranza. In passato il potere di governare era nelle mani di un “principe” o di un “monarca” che prendeva le decisioni per tutto il popolo. Nella Chiesa ad una impressione superficiale sembra prevalere il modello monarchico. Solo il papa o il vescovo possono prendere delle decisioni a favore di tutta la comunità. E così il parroco. Nella storia della Chiesa ci sono stati periodi in cui essa si è allineata alle forme secolari. Ma a ben vedere, fin dagli inizi, gli apostoli non agivano ciascuno per conto proprio. Piuttosto si ritenevano tutti sotto l’autorità della Parola di Dio e l’azione dello Spirito Santo. Quando dovettero affrontare delle questioni che li vedeva con pareri diversi, si riunirono a Gerusalemme per prendere, insieme, una decisione sotto l’azione dello Spirito Santo. Dunque nella vita ecclesiale non si procede né secondo il modello monarchico né secondo quello democratico, bensì in base ad un modello proprio. Questo “modello proprio” si potrebbe chiamare “comunione organica”. La “comunione” dice che c’è uguaglianza in dignità e partecipazione alla missione della Chiesa da parte di tutti i fedeli. “Organica” attesta che tra i fedeli alcuni sono stati chiamati a mettersi a servizio degli altri e per questo sono stati inseriti nel ministero apostolico con l’ordinazione sacerdotale. Nella partecipazione vi è dunque una asimmetria che valorizza la vocazione particolare di ciascuno.

Decisioni da prendere nella “forma” ecclesiale. C’è dunque una “forma propria” nella chiesa di “prendere decisioni”. Essa si manifesta nel cammino che si percorre insieme. Quando si dice che i Consigli sono “consultivi” si intende affermare che non vi è un principio democratico da seguire (cioè non sono deliberativi a maggioranza). Tuttavia prima di prendere decisioni che hanno effetto sulla comunità, il pastore “ha il dovere” di sentire il consiglio dei fedeli. Nel dare il proprio consiglio pastore e fedeli si dovranno mettere in ascolto di quanto lo Spirito suggerisce per il bene della comunità. Il consigliare è un’arte spirituale che impegna il fedele e impegna il pastore. Ciò rende necessario invocare lo Spirito Santo all’inizio degli incontri e possibilmente dedicare del tempo per ascoltare la Parola del Signore che pone tutti lungo il sentiero nel quale Dio sta conducendo la comunità. Altro elemento non secondario è rappresentato dalla modalità di ascolto del parere: tutti dovrebbero avere la possibilità di esprimere il loro consiglio, dando la parola anche a chi non emerge o facilmente sta ai margini. Gesù ha saputo riconoscere il gesto di una piccola offerta al tempio di una povera vedova quando gli occhi degli apostoli erano attratti da altre monete.

Il servizio del pastore. Il cammino fatto di ascolto e condivisione nel quale tutti hanno potuto esprimere il loro parere si concentra alla fine sul servizio del pastore che ha il compito di porre la decisione per il bene della comunità. Egli potrebbe anche ritenere che non è maturo il tempo di prendere quella decisione perché la Comunità non ha ancora raggiunto una condivisione sufficiente sulla questione e quindi è meglio prolungare il tempo dell’ascolto. Certo, il pastore è libero di prendere la decisione o meno. Ma perché il pastore possa porre una decisione è necessario che la maggioranza dei membri del Consiglio abbia espresso parere favorevole. Nella sua sapienza la Chiesa ha elaborato un principio che tutela la comunione organica nella quale ci siamo addentrati. Esso è richiamato anche da un canone del Codice di diritto canonico. Tale principio può essere così sintetizzato. Colui che ha l’autorità di prendere decisioni è libero di seguire o meno il parere della maggioranza dei consiglieri ma non lo può fare senza motivazioni. Infatti è stabilito che “senza una ragione prevalente, da valutarsi a suo giudizio, non si discosti” dal parere della maggioranza dei consiglieri, “specialmente se concorde” (can. 127 §2, 2°). Il tenore della prescrizione fa percepire con quale gravità il pastore, nel prendere le decisioni, ha il dovere in coscienza di assumere il cammino di ascolto compiuto insieme ai membri del Consiglio.

Ecclesiologia del corpo ecclesiale. Possiamo concludere citando un autore che ha riflettuto da teologo ed esperto del diritto canonico sulle istituzioni ecclesiali. Egli afferma che quando un superiore ripetutamente non segue i pareri concordi dei suoi consiglieri poco a poco perde di credibilità in quanto prende una decisione senza fare corpo con i suoi consiglieri. Se questo accade nelle realtà mondane, molto più vale nei processi decisionali della Chiesa. Infatti, per “i pastori, vescovi e preti, nella guida pastorale delle comunità che sono loro affidate, la disposizione del canone 127§ 2, 2° traduce un’ecclesiologia che rispetta a un tempo la realtà del corpo ecclesiale del Cristo e, nel suo seno e al suo servizio, la libertà dell’autorità pastorale nella sua posizione di ‘faccia a faccia’” (Alphonse Borras).

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