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Profughi: nessun invasione, ma manca una strategia complessiva

La Cisl interviene sul tema mettendo in evidenza numeri che ridimensionano il fenomeno. Il punto è che è mancata una gestione integrata e strutturale, non negli ultimi mesi ma, almeno, negli ultimi due anni.

Parole chiave: profughi (254), cisl (143), accoglienza (198), immigrati (157)
Profughi: nessun invasione, ma manca una strategia complessiva

Nei giorni in cui Papa Francesco esprime solidarietà nei confronti dei profughi con la  forte affermazione “chiediamo perdono per chi chiude le porte ai profughi”, l’Ungheria, con fare populista e superficiale, annuncia la costruzione di un nuovo muro con il confine Serbo. Con i muri si costruiscono barriere e la storia dimostra che hanno sempre fallito.

L’emergenza profughi, che per altro è destinata ad essere un fenomeno strutturale, è davvero solo un problema, o rappresenta piuttosto il sintomo di qualcos’altro? E di che cosa esattamente?

 

Profugo, etimologicamente, significa fuggiasco, essendo composta dalle parole “pro” e fugĕre (fuggire): i profughi sono persone costrette ad abbandonare la loro terra, il loro paese in seguito a eventi bellici, a persecuzioni politiche o razziali, oppure a cataclismi naturali

Queste persone scappano da Paesi che vivono una grave instabilità politica e sociale in cui anche l’occidente ha una sua responsabilità, dove vi è stato e vi è ancora sfruttamento del territorio (soprattutto energia e materie prime).

I profughi fuggono dalla fame e dalla sete e spesso anche da persecuzioni razziali, sessuali e religiose. La metà di queste persone è di religione cristiana.
Questo è importante tenerlo presente, altrimenti si rischia di non capire profondamente il fenomeno.

Se non abbiamo il coraggio di fare questo, rischiamo di rimanere intrappolati nelle demagogie, nei populismi e nelle realtà distorte per fini politici.

 

La prima cosa da fare è distinguere tra  immigrazione economica, già presente nel nostro Paese, e l’arrivo dei profughi. I primi sono le persone che in questi anni hanno contribuito in maniera sostanziale a far crescere l’economia dei nostri territori, nord est compreso, come dimostrano alcuni significativi dati che riporto di seguito.

Gli stranieri regolari in Italia sono 4,9 milioni, pari all’8,1% della popolazione nazionale complessiva (in Germania il 9,5%). Praticamente già 1 su 10. In un Paese con il più alto tasso di calo demografico, qualunque studio sociale ed economico benedirebbe l’arrivo di ulteriori immigrati. Non a caso,  i Paesi che stanno affrontando meglio la crisi economica sono quali con il più alto tasso di immigrazione. Inoltre, ad oggi in Italia i nuovi nati da genitori stranieri sono pari al 15% del totale.

Spesso gli stranieri fanno lavori che, nonostante la crisi, gli italiani non vogliono fare e la percezione dell’opinione pubblica, sul fenomeno migratorio, è fuorviata da informazioni e titoli giornalistici volutamente populisti.

Ad esempio il saldo tra le entrate per lo Stato (gettito fiscale e contributi previdenziali) e le uscite (spesa pubblica per gli immigrati, Sanità, Scuola, Servizi sociali, Casa, Giustizia, ecc.) nel 2013 era in attivo per 3,9 miliardi di eruo. Gli immigrati sono assolutamente una risorsa e non rubano il lavoro, ma al contrario contribuiscono anche ai consumi e a far girare l’economia.

 

Ma veniamo ai profughi. Nel 2014, l’Italia ha gestito 64.625 richieste d’asilo come la Francia; la Svezia il doppio e la Germania ben 203.000 istanze. La percentuale di profughi arrivati tramite barconi, per quanto un problema emergenziale, è dello 0.05% rispetto alle attuali presenze, mentre le persone che arrivano per motivi economici tramite altre vie sono molte di più: nel 2014 oltre 300.000 gli arrivi regolari (visto turistico o ricongiungimento familiare) e 220.000 gli arrivi irregolari non via mare (balcani, est europa, ecc.). Una foresta che cresce non fa rumore, mentre l’albero che cade, purtroppo, si. A Belluno in questo momento ci sono 260 mentre a Treviso sono poco più di 400. Dunque, di che cosa stiamo parlando?

Il punto è che è mancata una gestione integrata e strutturale, non negli ultimi mesi ma, almeno, negli ultimi due anni. Quali potrebbero essere quindi le strategie da mettere in atto?

Anzitutto l’Italia deve fare fino in fondo la sua parte: il profugo va immediatamente identificato, visitato e accolto in strutture adeguate, condivise con la società civile e le istituzioni. Va velocizzato l’iter per riconoscere o meno il suo stato di rifugiato. Non è possibile far passare 12/18 mesi per iter burocratici e difficoltà organizzative quando nel resto dell’Europa lo fanno nei 6 mesi stabiliti.

Occorre davvero fare la giusta pressione politica negli ambienti della comunità internazionale per non lasciare da soli i Paesi del Mediterraneo.

Non ha senso bloccare le navi (possiamo solo intervenire in soccorso dei barconi), ma è fondamentale ritornare in quei Paesi e provare a ristabilire un minimo di stabilità politica: in questo senso un’azione di pace condotta dalle nazioni unite e dall’Europa dovrebbe essere messa in piedi immediatamente.

Infine sfatiamo alcuni falsi miti. I profughi non possono lavorare, mentre invece è condiviso che è fondamentale insegnare loro la nostra lingua, formarli anche alla nostra cultura, impegnarli con attività di volontariato.

I famosi 30 euro al giorno, dati alle cooperative o a chi si occupa della loro accoglienza, sono risorse europee che non pesano direttamente sulle tasche degli italiani, e stanno addirittura creando nuovi posti di lavoro attraverso i centri di accoglienza. Ai profughi vengono consegnati l’equivalente di un capuccino e brioche al giorno, e non i 1000 euro mensili di cui spesso parlano i quotidiani e i social. Molti sostengono la necessità di destinare queste risorse agli italiani, ma dobbiamo ricordare che ci vengono destinate da Bruxelles proprio per l’emergenza profughi: di conseguenza non sono risorse tolte da altri capitoli di spesa.

Gli italiani sono un popolo civile, che ha profondamente conosciuto le difficoltà e le fatiche dell’emigrazione. Il fenomeno va gestito, è chiaro, e Sindaci e comunità devono essere accompagnate in questo processo. Non dimentichiamo però la nostra cultura dell’accoglienza e non facciamoci ingabbiare dalla paura, spesso calvacata strumentalmente per dividere, senza dare proposte concrete ed efficaci per affrontare la situazione contingente.

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