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Renzi fa il pieno al mercato della speranza

Sono cambiati i veneti o è cambiato il Pd? Difficile dare una risposta precisa, lo si vedrà prossimamente. Resta il fatto che alle elezioni Europee di domenica scorsa, per la prima volta, si è rotto un incantesimo: il maggiore partito del centrosinistra è il più votato in gran parte della nostra regione. Decisivo lo slogan coniato dallo stesso premier qualche giorno prima del voto: queste elezioni, aveva detto, sono un referendum tra la rabbia e la speranza.

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Renzi fa il pieno al mercato della speranza

Sono cambiati i veneti o è cambiato il Pd? Difficile dare una risposta precisa, lo si vedrà prossimamente. Resta il fatto che alle elezioni Europee di domenica scorsa, per la prima volta, si è rotto un incantesimo: il maggiore partito del centrosinistra è il più votato in gran parte della nostra regione, dove arriva al 37%, superando abbondantemente il 40% nei grossi centri (a Treviso tocca addirittura il 46%).

Il risultato è dovuto, in gran parte, alla fiducia riscossa in Matteo Renzi, che ha raccolto consensi anche in quel popolo delle partite Iva, dei piccoli imprenditori, dei liberi professionisti che si erano sempre tenuti alla larga dal centrosinistra. Ma anche nell’elettorato centrista che nelle precedenti occasioni aveva votato per Monti o per l’Udc.

Decisivo lo slogan coniato dallo stesso premier qualche giorno prima del voto: queste elezioni, aveva detto, sono un referendum tra la rabbia e la speranza. Ha vinto la speranza, e questa è una buona notizia. Anche perché, per una volta, il nostro Paese diventa “esportatore di speranza” in un’Europa caratterizzata dalle vittorie degli euroscettici in Francia e nel Regno Unito.

Accompagnata da una postilla, però: la speranza è un’attitudine instabile, e più grandi sono le attese più cocenti sono le eventuali delusioni. Il premier stesso sembra esserne cosciente, quando afferma che “non può fare errori”.
Per il momento il “referendum” lo ha premiato. Del resto, se si entrava nel “mercato della rabbia” (e non pochi comunque lo hanno fatto), l’offerta non mancava, a partire dai 5 Stelle e dalla Lega tornata “dura e pura”. Se invece si entrava nel “mercato della speranza”, l’unica bottega solida a cui rivolgersi era quella del premier, soprattutto se si voleva far vincere la speranza contro la rabbia. Troppo sbiadita la proposta del Nuovo Centrodestra, mentre Forza Italia  è rimasta a metà del guado, senza indovinare un messaggio forte.
Per chi non vuole affidarsi agli avventurismi oggi il Pd pare a livello nazionale l’unico partito in campo (e questa per la dialettica democratica non è una buona notizia). Basti pensare che, con le sconfitte in Piemonte e Abruzzo (che fanno seguito a quelle di Sardegna, Molise, Sicilia, Friuli Venezia Giulia e Lazio), al centrodestra restano solo 4 regioni (Veneto, Lombardia, Campania e Calabria), un capoluogo di regione (Catanzaro) e un solo comune tra i primi venti per popolazione (Verona).
Dal voto europeo escono forze politiche in mutamento. Un Pd meno di sinistra, meno ideologico e più pragmatico, più premiato dall’elettorato cattolico nonostante i cattolici in quel partito si vedano di meno. Un Movimento 5 Stelle che mostra una tenuta indiscutibile (il vero errore di Grillo è stato quello di alzare troppo l’asticella e spaventare l’elettorato). Un Centrodestra che si annuncia come un cantiere aperto, con tanti punti interrogativi. Una Lega che risale la china ma lo fa radicalizzando il suo messaggio, attraverso la battaglia contro l’Euro e gli immigrati. Insomma, il Carroccio si arrocca, ma è difficile che torni ad essere visto contemporaneamente come forza di opposizione e di Governo, “il sindacato del territorio” per portare a Roma le istanze dei veneti. E gli imprenditori più avvertiti, quelli che vogliono risalire la china, di tutto hanno bisogno fuorché di battaglie ideologiche.
Ma proprio perché il voto è mobile e sempre meno ideologico ci pare saggio avvertire che il voto delle elezioni regionali del prossimo anno è tutto in gioco. Del resto alle elezioni europee le forze che si dichiarano di centrodestra, pur divise, hanno raggiunto il 37%, proprio come il Pd. Se ritroveranno l’unità (ma la scelte di Ncd e Udc sono un’incognita) per Luca Zaia la riconferma sarà possibile.
Domenica si è votato anche per le Amministrative, che nella nostra diocesi hanno riguardato 45 Comuni. In 5 si andrà al ballottaggio. Per quanto riguarda i 40 sindaci eletti, risulta evidente che, come sempre accade, si è trattato di un’altra partita rispetto alle Europee. L’effetto Renzi non c’è stato, ma, piuttosto, hanno contato i candidati, le proposte, il radicamento. Solo tre sindaci uscenti (in attesa però dei ballottaggi) non sono stati confermati. In 14 casi su 40 il Comune ha cambiato colore politico. Tra questi, prevalgono le vittorie del centrosinistra (che riconquista tra gli altri Camposampiero, Asolo e Ponzano) e delle civiche o liste trasversali (per esempio a Ponte di Piave o a Tombolo). A Riese una civica orientata a sinistra ma staccata dal Pd strappa alla Lega un suo storico feudo. Dieci, non poche, le donne sindaco. Riassumendo: il Pd avanza ma non troppo, la Lega indietreggia ma resta viva, i 5 Stelle non sono pervenuti. Così come i venetisti (a parte la vittoria, per molti aspetti sconcertante, ottenuta a Resana da Loris Mazzorato, che sei mesi fa aveva dovuto dimettersi dopo aver reso omaggio a Eric Priebke partecipando ad una messa officiata da un sacerdote ex lefebriano ultratradizionalista). A proposito, dove sono finiti i “due milioni” di secessionisti di due mesi fa?

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