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Silvia Romano: l'obbligo del pudore

La liberazione e il ritorno in Italia di Silvia (ora Aisha) Romano, oltre alla grande gioia, hanno scatenato un disdicevole putiferio. Poco importa che il cardinale Gualtiero Bassetti, presidente della Cei, l’abbia definita “una nostra figlia”, con evidenti riferimenti evangelici. Più che le poche parole della giovane, però, sono state le immagini a parlare e ad alzare le polemiche. Intervistato sulla notizia, il giornalista Domenico Quirico, anch’egli rapito per alcuni mesi in Siria nel 2013, ha giustamente utilizzato un termine quasi dimenticato.

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Silvia Romano: l'obbligo del pudore

La liberazione e il ritorno in Italia di Silvia (ora Aisha) Romano, oltre alla grande gioia, hanno scatenato un disdicevole putiferio. Poco importa che il cardinale Gualtiero Bassetti, presidente della Cei, l’abbia definita “una nostra figlia”, con evidenti riferimenti evangelici. Più che le poche parole della giovane, però, sono state le immagini a parlare e ad alzare le polemiche. Intervistato sulla notizia, il giornalista Domenico Quirico, anch’egli rapito per alcuni mesi in Siria nel 2013, ha giustamente utilizzato un termine quasi dimenticato e ha parlato di “obbligatorietà del pudore”. Sì, ha usato proprio il termine pudore. In effetti sembra questo l’atteggiamento migliore di fronte a una vicenda dai contorni ancora poco chiari, ma soprattutto di fronte al mistero della coscienza di una persona.

Sorvolando sulle reazioni inqualificabili delle prime ore, che hanno come bruscamente “rotto l’incanto” della solidarietà digitale nella quale eravamo coccolati in questi mesi di pandemia, l’interrogativo che sorge è quello relativo all’autenticità della sua “conversione”, avvenuta durante la prigionia. Ci può essere un’autentica conversione senza poter disporre della propria libertà? Non si tratta di fare speculazioni su una vicenda che rimane intima e personale, ma eventualmente di capire il senso della parola “conversione” nel caso del passaggio dal cristianesimo all’islam. Da qualche stralcio dei suoi racconti apparsi sui giornali si coglie bene che non ci si può inoltrare ulteriormente nel dramma personale di Silvia-Aisha, fatto di disperazione e solitudine («Ero sempre da sola e a un certo punto mi sono avvicinata a una realtà superiore»). Il silenzio di papa Francesco sul caso è emblematico e può essere visto come l’invito al rispetto, tenuto conto che stiamo parlando di una ragazza di appena 24 anni, per la quale una condizione di prigionia in quella situazione è ancora più delicata. Il resto appartiene agli sciacalli del web.

Come hanno prontamente osservato gli esperti, fa parte del “pacchetto” dell’islamismo radicale di Al Shabaab imporre conversioni in cambio della vita. Non siamo certamente di fronte all’Islam rappresentato nello storico Documento sulla Fratellanza umana firmato dal Papa e dal Grande Imam ad Abu Dhabi nel febbraio 2019. Molto opportunamente, invece, è stata richiamata in questi giorni la limpida testimonianza evangelica di Annalena Tonelli (1943-2003), una missionaria laica italiana, vissuta a lungo in Somalia e vittima nel 2003 della violenza dei fondamentalisti. Una vera “santa della porta accanto”, piccolo seme di Vangelo e profezia della Chiesa che non rinuncia al suo tesoro che è Cristo. In una testimonianza proposta in Vaticano nel 2001, la Tonelli parlava del suo rapporto con i musulmani che le chiedevano di convertirsi all’islam e concludeva così: “La vita mi ha insegnato che la mia fede senza l’amore è inutile, che la mia religione cristiana non ha tanti e poi tanti comandamenti, ma ne ha uno solo; che non serve costruire cattedrali o moschee, né cerimonie né pellegrinaggi, che quell’eucaristia che scandalizza gli atei e le altre fedi racchiude un messaggio rivoluzionario: «Questo è il mio corpo, fatto pane perché anche tu ti faccia pane sulla mensa degli uomini, perché, se tu non ti fai pane, non mangi un pane che ti salva, ma mangi la tua condanna». L’eucaristia ci dice che la nostra religione è inutile senza il sacramento della misericordia, che è nella misericordia che il cielo incontra la terra. Se non amo, Dio muore sulla terra. «Che Dio sia Dio io ne sono causa», dice Silesio; se non amo, Dio rimane senza epifania, perché siamo noi il segno visibile della Sua presenza e lo rendiamo vivo in questo inferno di mondo dove pare che Lui non ci sia, e lo rendiamo vivo ogni volta che ci fermiamo presso un uomo ferito”. Di fronte alla fede di questa fragile donna, un vecchio capo disse: “Noi musulmani abbiamo la fede e voi avete l’amore”.

La prima condizione per ogni incontro e dialogo tra culture e religioni rimane sempre il rispetto della libertà di coscienza.

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